A partire dai primi anni Duemila, la ricerca spasmodica del campione tipica del Parma di Tanzi non si accorda più alla parabola discendente del nostro calcio, e fin dai primi scricchiolii societari – quelli che preannunciano lo storico e devastante crac di Parmalat del 2003 – è suggestivo notare come il tipo di calciatori acquistati si distacchi repentinamente da profili come quelli di Thuram, Verón, Crespo e Chiesa, giocatori che avevano fatto le fortune di una squadra di provincia arrivata in Serie A per la prima volta nel 1990.

Da meta ambita dai campioni, Parma diviene meta di giocolieri, incantatori, fenomeni da baraccone, di “freaks”, come vengono chiamati nell'omonimo film del 1932 diretto da Tod Browning, ambientato proprio in quel macabro mondo circense di inizio Novecento. Trattasi di calciatori “anormali” che non hanno la stoffa del campione propriamente detto e costano meno, almeno inizialmente, ma fanno comunque divertire molto il pubblico, riassumendo nel loro incostante talento il senso dei bei tempi andati.

Hidetoshi Nakata: direttamente dal futuro

Hidetoshi Nakata sbarca a Parma nell'estate del 2001 per ben 60 miliardi di lire, e possiamo considerare il giapponese come il momento di passaggio dal campione al freak, in senso lato, nel calcio. È un centrocampista/trequartista con un tiro esplosivo che ricorda quello di TsubasaOzora/Oliver Hutton, il famoso protagonista del manga e anime Captain Tsubasa, che in Italia tutti conoscono col titolo Holly e Benji.

Oggi verrebbe definito “centrocampista moderno”, ai tempi era una sorta di gioiellino di tecnologia applicata al calcio: corsa oltremodo coordinata, tocchi di palla di una nettezza quasi perfetta. La sua parabola sarebbe potuta essere quella del campione (e come campione è stato portato in trionfo a lungo dai media giapponesi), se solo si fosse azzardato a essere un minimo continuo: vince un campionato con la Roma (da riserva) l’anno prima di venire a Parma, poi il nulla. Addirittura a ventinove anni si ritira dal calcio per andare a girare la Cambogia.

Adriano-Mutu, la coppia che scoppiò

Il 6 giugno 2002 il Parma ingaggia Adriano, un altro simulacro di campione. Freak per eccellenza dei videogame degli anni Duemila, con “potenza tiro” di 99 su 100. In campo non sembra meno “buggato”: si ricordano di lui negli anni interisti la sassata terrificante che rimbalzando sulla traversa della porta del Palermo arrivò fino alla trequarti, e il coast to coast contro l’Udinese che si materializzò con le sembianze e l’ineluttabilità di un ciclone. In quel Parma fa coppia con Mutu, rapido attaccante rumeno di pura classe e apparentemente destinato come lui a una vita da campione.

Il loro sogno, però, termina mestamente a distanza di pochi anni: il brasiliano si perderà nell’alcol per lenire il dolore causato dalla scomparsa del padre nel 2004, e nello stesso anno il rumeno verrà trovato positivo alla cocaina. Di lì in poi la carriera di entrambi deluderà le aspettative, e in particolare Mutu, nonostante alcune ottime stagioni con la Fiorentina, si guadagnerà pure un’altra squalifica per doping nel 2010 e un’esclusione a vita dalla nazionale rumeno nel 2013, dopo aver postato sui social un fotomontaggio dell’allora Ct Victor Pițurcă nei panni di Mister Bean.

Adrian Mutu ha giocato per una sola stagione a Parma, nel 2002/2003: in totale, ha accumulato 36 presenze e 22 gol in tutte le competizioni (Grazia Neri/Getty Images)

Domenico Morfeo, dio dei sogni

Nel 2004, dopo il crac Parmalat, l’intera società finisce sotto l’amministrazione straordinaria del commissario Enrico Bondi; poi, nel 2007, verrà ceduta all’industriale bresciano Tommaso Ghirardi per soli 16 milioni di euro. Ma persino sotto il regno ben più austero di Bondi e Ghirardi continuano a proliferare, inarrestabili, i freaks.

Nell'estate 2003 Domenico Morfeo arriva in comproprietà per un milione, e il suo cognome è tutto un programma: è l’ennesimo Dio dei sogni infranti del calcio italiano. Avrebbe il talento per divenire un campione, ma manca di testa (come Nakata, Adriano e Mutu, del resto). A Parma trova l’ambiente ideale per esprimersi e quando lo fa il pubblico viene stregato da particolari incantesimi. Calcia le punizioni magistralmente, ma in realtà fa proprio tutto in maniera impressionante se è in giornata: ha visione, creatività, estro, il problema è che in giornata non ci è quasi mai.

Cassano, il freak del centenario

La gestione Ghirardi si fa notare da subito per un’apparente mancanza di freaks: il Parma diviene una squadra normale a tutti gli effetti. Anche Mark Bresciano, onesto mestierante del centrocampo ducale, freak solamente per quel suo modo di esultare divenendo una “statua”, era stato venduto l’anno prima dell’arrivo del nuovo presidente. Dal 2007 al 2013 si ravvisa quindi a Parma un’inedita e sospetta regolarità, che si conclude però nell’anno dei festeggiamenti del centenario, il 2013 per l’appunto, con l’acquisto del freak per eccellenza del calcio italiano e forse mondiale: Antonio Cassano.

Uno che da ragazzo dribblava tutti gli avversari e poi prendeva la palla in mano sulla riga della porta, commettendo fallo e rifiutandosi di giocare contro persone non alla sua altezza. Cassano, l’erede della nobile stirpe dei fantasisti italiani, colui che arrivò a vestire la maglia del Real Madrid e rivelò la sua inconsistenza ad alti livelli e la sua natura di freak non tanto per demeriti sportivi, ma per aver effettuato l’imitazione dell’allenatore Fabio Capello di fronte alle telecamere di tutto il mondo. Cassano, che con le sue richieste di pagamento di stipendi arretrati nel 2015 fu il primo di fatto a mostrare al paese intero i fino ad allora sottovalutati problemi economici del Parma, che fallirà, dopo esserci andata vicina ai tempi di Tanzi, nel marzo di quell’anno.

Gervinho, l'ultimo freak

Nel 2018, anno del ritorno in Serie A, i tifosi parmensi non devono essersi stupiti più di tanto, data la lunga lista di folli predecessori, quando in città ha fatto la sua apparizione uno strano calciatore ivoriano, con pedigree internazionale, chiamato a sollazzare gli animi negli anni a venire. Dell’antilope africana, oltre alla falcata, Gervinho conserva financo il rischio di estinzione: non replicabile un calciatore che anziché correre come tutti i suoi colleghi sceglie spesso di pattinare tra gli avversari, rendendo superflue le dimensioni del campo grazie a una sorta di strana illusione ottica. Di freak il pattinatore possiede addirittura l’acconciatura double face, tale da renderlo capellone se ha la fascetta e completamente calvo se questa si sfila per sbaglio. La tradizione freakkettara, insomma, continua e si rinnova.

Gervais Lombe Yao Kouassi, meglio conosciuto come Gervinho, gioca nel Parma dal 2018: il suo score è di 24 gol in 74 partite ufficiali tra campionato e Coppa Italia (Alessandro Sabattini/Getty Images)

Una favola senza morale

Oggi il Parma è nuovamente in Serie A, grazie a una tripla promozione consecutiva che, stranamente, non ha destato molta sorpresa tra gli addetti ai lavori. La “favola Parma” non ha mai preso piede nelle narrazioni calcistiche del nostro paese, e forse il motivo è proprio che sia “freak”, anormale, che non abbia una morale o che la nasconda dietro una trama troppo complessa. D’altronde cosa ha da insegnarci la storia di una provinciale che in dieci anni vince due Coppe Uefa e poi è costretta a ripartire dalla Serie D? Riformulo: cosa dovrebbe insegnarci la storia di una provinciale che vince due Coppe Uefa in dieci anni, che quattro anni dopo finisce in amministrazione straordinaria e viene venduta all’asta, poi fallisce con una nuova proprietà, riparte dalla D e tre anni dopo si ritrova nuovamente in Serie A come se nulla fosse accaduto?

La risposta, forse, risiede proprio nei suoi freaks. Sono loro a far rivivere insieme l’era di Tanzi e la miseria che ne è conseguita. Calciatori che avrebbero potuto essere campioni e invece si sono rivelati solo anormali, atleti con una possibilità di potenza che non si è accordata quasi mai alla loro volontà e a quella dei loro tempi. Freaks. Una sorta di contrappasso che in qualche modo si addice ai peccati di una provinciale che sognò troppo presto di conquistare il mondo. Gli anormali che certificano la “stranezza” di una piazza abituata come nessun’altra alle montagne russe, alla nausea e forse, vien da pensare, alla noia.