Valentino Rossi è stato l’icona pop di cui avevamo bisogno

Il campione delle due ruote ha annunciato il ritiro, ma l'eredità che ci lascia non è soltanto sportiva.
di Francesco Paolo Giordano 06 Agosto 2021 alle 13:05

Valentino e la nuova fiamma. Valentino contro Max Biaggi. Valentino sportivo più pagato. Valentino, Valentino e ancora Valentino. Un catalizzatore di attenzioni, una personalità fuori dal comune, un personaggio che, come spesso si dice, “ha travalicato i confini dello sport”. Valentino la star, l’icona un po’ zarra un po’ piaciona, il ragazzo della porta accanto ma pure quello che volevamo imitare. Valentino lo spaccone, il casinista, quel gran simpaticone. Valentino e i rotocalchi, Valentino e il colore dei capelli. Tutto quello di cui avevamo bisogno, lui ce lo dava: ha cambiato l’identità dello sportivo sudore e sacrificio, un po’ noiosetto e restio agli stravolgimenti. Valentino ha rappresentato una nuova idea di sportivo che improvvisamente ci è piaciuta, perché ha portato una normalità genuina, avvicinabile.

Una normalità che però, ed è questo l’aspetto più incredibile, si è sovrapposta a uno dei piloti più vincenti e dominanti di tutti i tempi: nove titoli mondiali conquistati, un profluvio di Gran Premi vinti, per non parlare dei podi ottenuti, una statistica dove nessuno è riuscito a fare meglio di lui nella storia del motociclismo. Valentino Rossi poteva inebriarsi della propria gloria, ostentando distanza e inaccessibilità, e invece non lo ha fatto mai: in pista dominava, sceso dalla moto diventava uno qualunque. Anche un po’ cazzone: le bambole gonfiabili, angeli custodi in sella con lui, i lavori forzati, tutto nel solco di un personaggio a cui, di base, non gliene è mai fregato niente di recitare una parte. Il compagno di classe caciarone a cui tutti volevamo un po’ bene, e che alla fine si faceva sempre perdonare.

Ora che Valentino ha annunciato il suo addio, il vecchio leone ha da un pezzo compiuto i 43 anni: anche in questa lunghissima coda di carriera, ha fatto tutto con normalità, nonostante i podi si facessero più radi, improbabili, impossibili. Ha continuato a correre perché è quello che gli piaceva fare, e anche questo lo rende più umano ai nostri occhi: non doveva smettere perché gli altri gli dicevano che fosse finito, ha smesso perché la sua testa gli ha detto così. Valentino è stata la presenza fissa che ha accompagnato le domeniche della moto: non importava se qualcun altro vinceva più di lui, ci interessava vederlo in gara perché, dopo, chissà cosa avrebbe combinato.

Valentino Rossi è stato, con le dovute differenze, quello che Michael Jordan è stato per la Nba: il campione in grado di regalare una popolarità senza eguali al proprio sport, il protagonista che, per la sua sola presenza, incrementava le audience di mezzo mondo. A differenza di Jordan, però, intoccabile, serioso, bastardo dentro, Valentino ha giocato sul suo carattere spiritoso per tutta la sua carriera. Ci piaceva perché ci divertiva, su una moto, senza una moto, in qualsiasi momento.

In un’Italia in cui i più giovani faticavano a trovare personaggi in cui identificarsi, Valentino è stato questo: il nostro uscire dall’ordinario, il nostro mito generazionale perché aveva il coraggio, osava, non si vergognava. È stato l’hip-hop fuori dall’hip-hop, ispirazione di stile (rivedibile) e di comportamenti. Vestito come Elvis su una copertina di Rolling Stone, Rossi precorreva tempi e squarciava orizzonti. Era la nostra finestra sul futuro, l’uomo social quando i social nemmeno c’erano.

Per chi non ha vissuto gli anni della sua ascesa e della sua affermazione, Valentino Rossi è semplicemente un grande campione, oggi in là con gli anni, che nel passato è riuscito a fare autentiche prodezze e a vincere gare in quantità industriale. Ma chi lo ha visto fin da ragazzino, con quella faccia un po’ sorniona un po’ furbetta, non ha dubbi a riconoscerne il profondo valore popolare. Ogni volta che arriva un ritiro agonistico di queste proporzioni, si dice che un’era si è chiusa. Solo che non si è chiusa solo l’era di Valentino, ma anche un’era collettiva, nostra, straordinaria, irripetibile.

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