La nuova generazione di attaccanti italiani merita fiducia

Scamacca, Pinamonti e Raspadori sono tutti in doppia cifra. Non sarebbe il caso di dare più spazio a punte del genere, come fanno Empoli e Sassuolo?
di Redazione Undici 26 Aprile 2022 alle 13:21

Qualche giorno fa, Alessio Dionisi ha detto delle cose piuttosto significative su Gianluca Scamacca, probabilmente uno dei giocatori più importanti e rappresentativi del suo Sassuolo: «È il primo avversario di se stesso, è un ragazzo giovane, sta cercando quella continuità che non ha mai trovato. Non merita i titoli che gli vengono concessi: non può bastare un mezzo campionato, i giovani sono in un ascensore sali-scendi e non riescono a gestirsi». Sono delle parole controverse, perché in qualche modo vanno contro la narrazione comune per cui i calciatori giovani come Scamacca – nato il primo gennaio del 1999 – hanno bisogno di giocare, di fiducia incondizionata per poter crescere. Ma proprio questo è il punto: Dionisi ha degli elementi per potersi esprimere in questo modo, visto che Scamacca è stato titolare in 21 partite stagionali ed è entrato in campo da subentrato in altre 11 occasioni. È uno dei giovani che ha giocato, e ha più o meno ripagato la fiducia del suo allenatore: 13 gol realizzati. Forse per Dionisi avrebbero potuti segnare di più, forse per Dionisi il centravanti ex Genoa deve crescere in alcuni aspetti del suo gioco. Il punto è che queste sue visioni/opinioni si basano su quello che è successo in campo, non su quello che potrebbe succedere. È già un bel passo in avanti, se consideriamo che solo altri otto calciatori italiani Under 23 hanno accumulato un minutaggio maggiore rispetto a Scamacca. Sono davvero pochi, effettivamente.

Tra questi Under 23 che hanno giocato abbastanza c’è Andrea Pinamonti. Grazie alla doppietta contro il Napoli, l’attaccante di proprietà dell’Inter ha raggiunto quota 12 gol in Serie A. Il fatto che abbia 22 anni è un segnale incoraggiante, il fatto che sia alla sua prima vera stagione da titolare nel massimo campionato ha un significato ancora più profondo: se Ciro Immobile resta incontestabilmente – i numeri non mentono – il miglior attaccante d’Italia e probabilmente della Serie A, forse la mancanza di eredi è dovuta al fatto che nessuno, almeno finora, ha dato fiducia a chi doveva succedergli, nei club e soprattutto in Nazionale. Un altro indizio a supporto della tesi: dopo Pinamonti e Scamacca, infatti, c’è un terzo attaccante italiano Under 23 in doppia cifra, vale a dire Giacomo Raspadori. Con la sua rete alla Juventus, la punta del Sassuolo è diventato il primo italiano classe 2000 a raggiungere quota 10 reti in una sola annata di Serie A. Negli ultimi due campionati, si era fermato a sei e a due.

Era dai tempi di Andrea Belotti, 26 reti al termine della stagione 2016/17, che un attaccante italiano sotto i 23 anni non riusciva a raggiungere la doppia cifra in Serie A. Ora ce ne sono addirittura tre, anche se concentrati in due sole squadre, Empoli e Sassuolo. È come se Scamacca, Pinamonti e Raspadori rappresentassero un’eccezione, o meglio l’inversione – virtuosa – della tendenza degli ultimi anni, visto che per trovare un altro “giovane” italiano nella classifica dei marcatori di Serie A si deve arrivare fino agli otto centri di Federico Bonazzoli, che tra meno di un mese compirà 25 anni ed è alla Salernitana in prestito, essendo di proprietà della Sampdoria. Ancora più in basso, poi, ci sono le cinque marcature di Moise Kean – ma il suo caso è del tutto particolare, vista l’annata della Juventus e l’arrivo di Vlahovic.

C’è una morale in tutti questi numeri? Forse è sbagliato volerne sempre trovare una, ma è evidente che gli unici attaccanti giovani e italiani che segnano sono quelli che vanno in campo. Semplicemente, fatalmente. Oltre a Pinamonti, Scamacca, Raspadori e Kean, che comunque ha accumulato soltanto 892′ di gioco nella Serie A 2021/22,  non ci sono punte Under 23 che hanno disputato più di otto partite complessive, sommando il tempo passato in campo. Il più utilizzato è Kelvin Yeboah del Genoa, arrivato a gennaio e messo in campo (da Shevchenko e poi Blessin) per 626′ totali, ma poi Piccoli, Salcedo, Bianchi e Pellegri sono decisamente dietro. Ovviamente ogni storia è a sé, ma il punto focale della discussione è capire se effettivamente questi calciatori avrebbero potuto fare meglio dei vari Ekuban, Sanabria, Henry, Djuric, o anche dei vari Giroud, Arnautovic, Beto e Quagliarella, se vogliamo salire a un livello più alto. Non avremo mai la controprova, e il problema è proprio questo: non sappiamo, non possiamo sapere se i giovani attaccanti italiani sono bravi abbastanza, semplicemente perché gli allenatori di Serie A fanno una fatica bestiale a metterli in campo, salvo isolate eccezioni. Il fatto che queste eccezioni abbiano dato e stiano dando dei risultati interessanti, in alcuni casi anche convincenti, dovrebbe aiutarci a capire si trova il vero problema del nostro sistema. Prima ancora dei titoli esagerati della stampa.

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