La storia d’amore tra Kai Havertz e i suoi asini

«Mi piacciono tanto perché sono rilassati, calmi, proprio come me».
di Redazione Undici 29 Marzo 2023 alle 11:50

Da decenni, ormai, uno dei sottogeneri più prolifici del giornalismo sportivo è quello che riguarda la vita extracampo dei grandi atleti. Forse, chissà, certi racconti interessano così tanto perché in fondo anche i fuoriclasse sono uomini, e allora leggere di ciò che fanno quando non sono impegnati in allenamento o nelle competizioni ufficiali li avvicina un po’ di più alla gente comune. A tutti gli altri, a noi. Certo, in diversi casi le storie raccontate dai giornalisti sono ai limiti della fiction, se consideriamo che i calciatori, soprattutto loro, hanno delle possibilità economiche e anche uno stile di vita inevitabilmente diversi rispetto alla stragrande maggioranza delle persone. Ma ci sono dei casi in cui la sensazione è quella – ancor più straniante, in realtà – dell’inattesa normalità. Per esempio, Kai Havertz è un grande amante degli animali. E in particolare degli asini, con cui ha vissuto e vive una vera e propria storia d’amore.

L’ha raccontato lui stesso in una lunga intervista rilasciata al Guardian: «Alcuni dei miei compagni di squadra mi chiamano Ciuchino. E non è per il mio modo di giocare a calcio, per quello che faccio in campo: da tanto tempo, infatti, ho un rapporto speciale con gli asini. Mi piacciono molto, li trovo calmi, sereni: non vogliono fare molto e sono sempre rilassati, vogliono semplicemente vivere la loro vita. Forse mi piacciono così tanto perché anch’io, in fondo, sono così». Chi conosce bene la storia di Havertz sa che certe confessioni, in realtà, non sono uno scoop recente: sul suo profilo Instagram ci sono varie testimonianze di questa sua particolare passione, in rete ci sono diversi articoli che raccontano il suo impegno fattivo per salvare colonie di asini dal macello e garantirgli una vita migliore. Tutto è iniziato quando era piccolo: «Avevo un anno e dicevo già che era il mio animale preferito», ha spiegato Havertz. «I miei genitori me ne hanno regalato uno di peluche, poi ne hanno adottati tre veri quando ho compiuto 18 anni. Il primo si chiama Toni, come Rüdiger. Ora si trovano in un rifugio, ed è lì che andavo e vado a rilassarmi dopo una brutta partita». Havertz ha anche fondato la  Kai Havertz Stiftung, un’associazione benefica che si occupa proprio del benessere degli animali e di fornire assistenza ad anziani e bambini. L’idea è nata e si è concretizzata dopo le inondazioni che hanno colpito la Germania due anni fa: Havertz è nato e cresciuto nei dintorni di Aquisgrana, una delle città più colpite dalla furia dell’acqua, e quindi ha cercato di aiutare la sua comunità a riprendersi. Partendo proprio dai suoi amati animali, una componente importante per le tante aziende agricole che operano in quella zona della Renania.

Questo lato della personalità di Havertz diventa meno stravagante se lo sommiamo alle sue dichiarazioni sul rapporto tra calcio e vita privata: «È il gioco più bello al mondo, ma sono convinto che esistano cose più importanti», ha spiegato al Guardian. «Altre cose sono forse 100 volte più importanti. Forse non è una cosa facile da dire, alla gente potrebbe non piacere, ma è quello che sento. Il calcio è un buon modo per rendere felici le persone, dare loro gioia, qualcosa a cui aggrapparsi. Ma ci sono altri modi per aiutare la comunità, altre cose cui dedicarsi. Inoltre guardare sempre il calcio 24 ore su 24, sette giorni su sette, non è certo salutare. Io per esempio credo che giocare male non ti rende la persona peggiore del mondo. Può succedere, succederà a tutti. Ora sto facendo bene, la gente mi ama, ma tra due settimane potrebbe odiarmi perché ho sbagliato una partita. In realtà non importa quanto bene ho giocato: torno a casa e la mia ragazza vuole che metta i piatti nella lavastoviglie. Alcuni calciatori spesso proiettano un’immagine legata al lusso, alle cose costose che comprano, e questo è il loro modo di inseguire la felicità. Non è il mio. Non le giudico, ma le trovo diverse da me. Anche Toni Kroos e N’Golo Kanté stanno coi piedi per terra, non si preoccupano delle cose appariscenti. Sono come me».

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