Prendersela con una maglia da calcio è paradossale

Cosa c'entra la quarta maglia del Milan, contemporanea, apprezzata, in un certo senso giusta, con i risultati mediocri della squadra?
di Francesco Paolo Giordano 05 Marzo 2025 alle 18:40

Il fatto non sussiste. E le polemiche ci saranno sempre, comunque. Non basteranno i numeri a placare quelle attorno alla quarta maglia del Milan, bollata già di vilipendio estetico dai tifosi rossoneri. Ma a pochi giorni dal suo sfortunato debutto sul campo – con San Siro in protesta e la squadra sconfitta dalla la Lazio – è bene raccontarla per ciò che è: una riuscita operazione di marketing (e forse qualcosa in più, visto il messaggio antirazzista che rappresenta, poi ci torniamo). Eppure si è letto di tutto. Social in rivolta, fuoco alla fantasia: “Facciamo ridere, assomiglia a quei completini da torneo aziendale, sembriamo il Portogallo”.

Baccano multimediale. I dati dicono invece che la maglia della “discordia” è finita subito sold-out. Meglio: febbraio è stato il mese più redditizio di sempre per l’e-commerce del Milan, con l’impatto della divisa nata dalla collaborazione con Off-White e Puma a dare il suo contributo. A comprarla sono stati principalmente i giovani e le persone dall’estero, rispettivamente per il 70 e il 75%, a riprova che il Milan è un club globale e reattivo ai gusti contemporanei. Al tempo stesso, però, è ingiusto parlare di “tradimento” dell’identità milanista: la quarta maglia, che nel caso del Milan da qualche anno a questa parte ha un’accentuata vena fashion visto che è realizzata in collaborazione con un brand terzo oltre Puma, è per definizione la maglia della sperimentazione. Ed è evidente che è da questa premessa che si deve partire. A incarnare la tradizione, ci sono le maglie home e away: il rossonero nella prima versione e il bianco in quella away, che ricorda le notti storiche del Milan in Champions League. Senza contare la maglia dei 125 anni del Milan, quella sì super-classica (e super apprezzata), considerandone la natura e il motivo per cui nasceva. E pazienza se questa maglia, a cui si lavora con mesi di anticipo e quindi in maniera slegata dai risultati sportivi, sia arrivata nel momento peggiore dei rossoneri.

Ma al di là di questa precisazione, è evidente che prendersela con una maglia da calcio è un controsenso. Le difficoltà tecniche del Milan sono evidenti, ma cosa c’entra una maglia da gioco, oltretutto indossata in una sola occasione? È chiaro che i due piani vanno separati, quello sportivo e quello commerciale. E se proprio c’è un nesso tra i due, è solo uno: il successo commerciale porta introiti da redistribuire per rafforzare la parte sportiva. È evidente che nel 2025 la lezione, in Italia come all’estero, può e dev’essere questa. Una società affossata dai debiti negli scorsi anni e tornata a registrare un secondo utile consecutivo fa capire che, ben oltre risultati sportivi deludenti e gestioni tecniche discutibili, cose di questo tipo non sono opzionali: sono necessarie.

Anche senza voler parlare di soldi, una di quelle cose che fanno venire il prurito a chi invoca un calcio che non c’è più, è paradossale prendersela con una maglia da calcio. Che, in questo caso, ha tutti gli ingredienti possibili per essere un instant classic, di cui, magari, parleremo anche tra vent’anni. Innanzitutto per il coinvolgimento di Off-White, per la prima volta su una maglia da gioco: un’operazione potentissima che ha esportato il brand Milan – perché è di questo che, in fondo, si tratta – in tutto il mondo. E poi c’è un significato importante, dietro questa maglia. La divisa rosso-verde, con dettagli giallo-neri, è stata ideata in risposta a un deprecabile episodio di campo – gli insulti razzisti contro Maignan a Udine – e lanciata durante il Black History Month “per celebrare l’eredità culturale e l’influenza della comunità nera nello sport e nella moda, diventando così veicolo di diversità e inclusione”. A caricare la maglia di simbologia c’è infatti il numero 63 all’interno del colletto: rappresenta il duplice significato di quell’anno del secolo scorso, quando il Milan vinse la sua prima Coppa dei Campioni proprio mentre Martin Luther King, davanti al Lincoln Memorial di Washington, pronunciava il celebre “I have a dream”. La parafrasi del Milan è in un’altra frase carica di impegno, disposta sotto quel numero: “I support sport for change”.

Poi è chiaro, i gusti sono soggettivi. Ma credere che nel 2025 una società di calcio debba tornare indietro, anziché andare avanti, sperimentare, essere all’avanguardia, è assurdo. C’è in questa maglia un germoglio che indica come su queste basi il calcio italiano deve costruire anche la sua credibilità: forse piccolo, ma è da strategie come queste che passa l’appeal di una squadra, di un campionato, di un sistema, che deve mettersi alle spalle infrastrutture fatiscenti o prodotti televisivi non all’altezza, per non dire una cultura calcistica ancora obsoleta. Non capirlo, significa non desiderare il meglio.

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