Come David Moyes ha trasformato l’Everton

Il ritorno del manager scozzese ha rimesso in carreggiata i Toffees. Ma la sua non è un'operazione-revival.
di Redazione Undici 01 Aprile 2025 alle 17:52

Quelli di David Moyes è una delle storie più romantiche della Premier League 24/25. Il padrone di Goodison Park che torna a casa nell’ultimo anno di Goodison Park, prima del trasferimento nel nuovo stadio. Eppure, per quanto fossero legati a lui, molti tifosi dell’Everton temevano che il suo comeback non avesse lo stesso impatto della prima esperienza, tra il 2002 e il 2013. In effetti era difficile reggere il confronto, per due motivi. La situazione di partenza, con la squadra che a gennaio aveva un solo punto di vantaggio sulla zona retrocessione, e le disastrate casse del club. I dieci punti di penalità inflitta a novembre 2023 per non aver rispettato le norme del Fair Play Finanziario avevano infatti costretto i Toffees a una salvezza quasi miracolosa nella scorsa stagione.

In questa Premier l’Everton ha sempre vivacchiato, almeno fino a gennaio, quando Sir David si è risieduto su quella panchina. Il suo mantra è stato semplice ma efficace. «Un David Moyes diverso che torna a un Everton diverso», aveva detto nella conferenza stampa di presentazione. In quattro parole: non guardare al passato. Nessun revival, si ricomincia da zero e con un’altra mentalità. C’è un aspetto, però, che Moyes non ha voluto sottovalutare: la conoscenza del club. L’Everton è un ambiente particolare, si porta dietro i suoi valori storici, come la fame, la determinazione, il gioco duro ma leale e la predisposizione a fare un gol in più dell’avversario. È altresì abituato a sottostimarsi, ad accettare la condizione di underdog che puntualmente, quando spera in qualcosa di più di un exploit, si perde in se stesso. Non è un caso che tra una gestione di Moyes e l’altra siano passati dei top manager come Martínez, Koeman e Ancelotti e che nessuno di loro abbia ottenuto risultati straordinari. Forse proprio perché non sono riusciti a calarsi pienamente nel contesto. Per Sean Dyche, invece, è accaduto quasi il contrario. Subito un grande rimbalzo, andato scemando quando la classifica non era più disperata.

Moyes ha lavorato principalmente sui giocatori. Ha rivitalizzato Calwert-Lewin, permettendogli di svariare su tutto il fronte offensivo, ha esaltato le caratteristiche di Beto, dicendo ai centrocampisti di servirlo quasi solo in profondità, ha lodato la professionalità di Harrison, uno che ai tempi del Leeds era arrivato a sfiorare la Nazionale, ma era pure accusato di qualche serata di troppo. Risultato? Una striscia aperta di nove risultati utili consecutivi, più gol realizzati nelle prime 10 partite rispetto a quelli messi a segno in tutto il resto della stagione, e soprattutto un +17 dalla ona retrocessione. Il tutto con la forza del dialogo.

Come riportato dal The Telegraph, infatti, sembra che nelle prime sedute l’allenatore scozzese abbia parlato tantissimo con i giocatori. Colloqui individuali fiume su svariati argomenti: ondizione fisica e mentale, ruolo, movimenti in campo. L’approccio di Moyes è stato quasi terapeutico. Ha ascoltato il suo gruppo, l’ha lasciato sfogare, ha cercato delle soluzioni tutti insieme. I calciatori si sono quindi sentiti più coinvolti e hanno compreso meglio le nuove indicazioni. Ecco, a proposito di filosofia tattica, con Moyes non c’è molta trippa per gatti. Quando gliel’hanno chiesto ha sempre tagliato corto, rispondendo «quella che mi fa vincere le partite». È pur vero, però, che il bel calcio gli piace. Il suo primo Everton ha sempre avuto qualità, da Arteta a Cahill, da Pienaar a Leighton Baines. Tutti nomi che sono leggende della Barclays Premier League, come dicono da quelle parti, ovvero del campionato inglese anni ’10.

L’altra riconnessione fondamentale, poi, è stata con i tifosi. Il feeling di Moyes con Goodison Park non è mai stato in discussione, ma c’era da ravvivarlo. Le vittorie hanno aiutato, sì, ma il manager scozzese ha anche saputo anche riportare quello spirito che si era un po’ perso, smarrito tra sfiducia e mancanza di prospettive. Ora il pubblico dell’Everton ha motivo di tornare a sognare quantomeno la parte sinistra della classifica, per quest’anno. Poi si vedrà se il sistema reggerà anche per puntare all’Europa. Anche perché ora Moyes sta ancora vivendo la fase della seconda luna di miele. Che, per definizione, è destinata a terminare.

>

Leggi anche

Calcio
La semifinale tra Atlético Madrid e Arsenal ha dimostrato che un altro calcio, un calcio più equilibrato e difensivo, è ancora possibile (anche se è meno divertente)
Ventiquattr'ore dopo lo spettacolo del Parco dei Principi è andata in scena "l'anti-PSG-Bayern": pochi gol, attacchi contratti, organizzazione tattica da manuale. Vale tanto quanto, se non si dispone di fuoriclasse di grande strappo.
di Redazione Undici
Calcio
La FIFA ha avviato la procedura per obbligare tutti i club del mondo a schierare un giocatore Under 20 o Under 21 cresciuto nel proprio vivaio
Sarebbe una rivoluzione epocale per il calcio, perché costringerebbe le società a cambiare completamente la propria programmazione.
di Redazione Undici
Calcio
PSG-Bayern 5-4 è stata il trionfo dell’attacco sulla difesa, e non ha senso indignarsi: il calcio d’élite, oggi, è un gioco prettamente offensivo
Luis Enrique, Kompany e gli altri allenatori dei top club non fanno altro che valorizzare le qualità dei loro migliori giocatori, anche a rischio di concedere qualche gol in più.
di Alfonso Fasano
Calcio
Per capire lo spettacolo di PSG-Bayern, bisogna guardare Achraf Hakimi: un’ala più che un terzino, ma soprattutto un giocatore decisivo
Il fenomenale esterno marocchino è stato un riferimento offensivo continuo per i suoi compagni, ed è questo a renderlo unico nel suo genere.
di Redazione Undici