Ci sono sempre più calciatori d’élite che lavorano con preparatori privati, e c’è il rischio che questa tendenza diventi un problema

Da Elanga a Alexander-Arnold, passando per Haaland, soprattutto in Premier League si fa largo fra i giocatori la tendenza a svolgere lavoro fisico extra. E questo a club e allenatori non piace.
di Redazione Undici 27 Agosto 2025 alle 17:42

C’è il calendario sempre più denso di impegni. E poi l’irrefrenabile ambizione dei calciatori professionisti. Secondo i quali, il carico di allenamento svolto insieme alla squadra – senza contare lo sforzo delle partite – evidentemente non è abbastanza. A tal punto che molti di loro hanno deciso di affidarsi ai trattamenti supplementari di un preparatore atletico privato. “Ci contattano i giocatori stessi, chiedendoci di farli diventare più forti o i più veloci del mondo: nel 90% dei casi accade via social”, raccontano questi professionisti del fitness nel corso di un lungo approfondimento di The Times. Perché si tratta di una tendenza sempre più comune. Ma lo è ancora di più in Inghilterra e in Premier League. Dove da Haaland in giù, si fa largo una costante ricerca di perfezionamento fisico. Esponendosi però a una serie di infortuni evitabili.

Naturalmente, club e allenatori non sono affatto contenti di quanto sta succedendo. In alcuni casi riesce a prevalere la mentalità del fuoriclasse: Erling Haaland, per l’appunto, lavora con un team di supporto – in sinergia con lo staff tecnico della squadra di appartenenza – sin dai tempi del Borussia Dortmund. Mentre l’iconico perfezionismo di Cristiano Ronaldo si deve senz’altro alla cura del proprio corpo anche fuori dal campo e dai perimetri di allenamento prestabiliti. Ci sono poi situazioni singolari, come quella di Anthony Elanga, attaccante del Newcastle e sprinter mancato: grazie a un ferreo regime personalizzato oggi è arrivato a correre i 100 metri piani in appena 10 secondi e 93″. Uno score che può tornare utile sul terreno di gioco – le difese provino a prenderlo, quando scatta in contropiede.

Altri casi però fanno storcere il naso: in questi giorni ha fatto scalpore l’infortunio di un giocatore di Championship mentre si allenava sotto gli occhi di un preparatore privato. “È stato un incidente, d’accordo. Ma non dovrà ripetersi mai più per nessuno dei miei ragazzi”, ha tuonato il suo allenatore di club. “Purtroppo questo trend è sempre più frequente. E il problema di questi personal trainer è che non vedono l’ora di postare il loro lavoro sui social per promuovere il loro business e fare soldi. Ma non ci danno mica i soldi indietro quando infortunano i nostri calciatori durante le loro sedute”.

È un problema che gli stessi preparatori privati riconoscono, e che nei casi più professionali cercano di contenere. “Molti di questi profili sono più che altro degli Instagram coach“, dice Dan Edwards, il preparatore personale di diversi campioni del Real Madrid – da Trent Alexander-Arnold a Edouardo Camavinga e Aurelién Tchouaméni. “Non fraintendetemi: filmo anch’io ciascuna delle mie sessioni per mostrare ai giocatori i loro miglioramenti o le posizioni dei loro corpi. Ma l’obiettivo resta sempre migliorarli fisicamente, aumentando la resistenza agli infortuni, e dev’essere anche il loro. Troppo spesso purtroppo ho visto altri calciatori contattare i personal trainer per pura vanità. Questo tipo di cose crea un richiamo social-mediatico importante”. E pericoloso, viene da aggiungere, in un calcio che si fa sempre più fisico e intenso. Prepararsi a dovere è una cosa, strafare per un mucchio di like è ben altra. E non a caso, i preparatori privati di alta reputazione sono assicurati per milioni di euro nel caso un cliente s’infortuni sotto la loro supervisione. È la tutela di cui avranno sempre più bisogno anche i club.

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