L’Italia ha preso la figura del direttore sportivo e l’ha esaltata, mitizzata, fino a costruire un culto pagano. Spesso sono figure sopra le righe, istrionici affabulatori, dirigenti con la parlantina e la battuta facile. Le eccezioni sono poche. Come Giovanni Sartori, uno che schiva flash e riflettori in ogni modo possibile. Anzi, è quello che ha ribaltato lo stereotipo del ds iperattivo e caciarone, quello che conduce le trattative urlando più degli altri o battendo i pugni sul tavolo. In Sartori non c’è nessuna teatralità, solo meticolosità, cura dei dettagli e attenzione ai rapporti umani. È l’antidivo per eccellenza.
Il lavoro del direttore sportivo – o il responsabile dell’area tecnica, come da incarico ufficiale di Sartori al Bologna – si potrebbe sintetizzare in un elenco di mansioni: acquisti, cessioni, costruzione della rosa, anello di congiunzione tra squadra e proprietà. In realtà il ds è una figura trasversale, deve fare da collante tra tutte le componenti di un club calcistico. Tradotto, significa soprattutto saper dialogare con tutte le persone all’interno della dirigenza e della squadra. Anche qui Sartori dimostra di essere fuori dal comune. È come quel famoso trequartista argentino che per portarti da un punto A a un punto B evita l’autostrada e prende la via più lunga, quella panoramica, riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi. Sartori non usa WhatsApp, parla solo di persona, perché le cose si dicono meglio a quattr’occhi. Si può fare un’eccezione, ogni tanto, alzando il telefono.
Di lui dicono che pensi in analogico, ma negli anni ha ampliato la sua cassetta degli attrezzi con piattaforme di scouting, banche dati e video. Se fino a qualche anno fa guardava duecento partite all’anno dalle tribune di uno stadio, adesso può moltiplicare i numeri dimezzando gli spostamenti, che è anche una soluzione più ecologica. Così è più facile tenere gli occhi aperti su tutti i campionati. Perché, questo è certo, Sartori sa trovare gemme nascoste ovunque, dai Paesi Bassi all’Ucraina, dalla Scozia al Portogallo, passando per Belgio, Inghilterra, Svizzera e fino all’Argentina e alla Costa d’Avorio.
Per questo le sue squadre assumono sempre nomi ammantati di epica: il Chievo dei miracoli, la favola dell’Atalanta, il sorprendente Bologna di queste ultime stagioni. Sono solo tre, ma i risultati sono autoevidenti. Ha portato il Chievo Verona in Europa, ma è rimasto lì ventidue anni. All’Atalanta ha deciso di accorciare i tempi: in otto stagioni ha preso una squadra da bassa Serie A, con qualche caduta in B, e l’ha resa una delle prime potenze del campionato, portandola in Champions League. Il Bologna in tre anni si è qualificato in Champions e ha vinto una Coppa Italia: i rossoblu non giocavano una competizione continentale da più di vent’anni e non vincevano un torneo, uno qualsiasi, da oltre cinquanta.
Per lui parlano i risultati sul campo, ma anche il modo in cui sono arrivati. Ovunque, Sartori e i suoi collaboratori hanno aggiunto una marcia o due alle squadre in cui hanno lavorato, sempre con un occhio al bilancio. Perché mentre le sue squadre vincono sul campo, Sartori somma incassi e plusvalenze. Nel periodo all’Atalanta ha fatto più di 300 milioni di utili grazie a intuizioni come Bastoni, Kulusevski e Kessié, ma anche giocatori minori come Conti o Castagne. A Bologna ha allargato ancora l’orizzonte, ha pescato ancora più in profondità nei campionati minori. Le prime cessioni che vengono in mente sono quelle di Calafiori e Zirkzee, che l’estate scorsa hanno portato quasi 90 milioni di euro nelle casse del club. Ma nelle scorse settimane è stato ceduto Ndoye, acquistato dal Basilea per dieci milioni, rivenduto a una cifra quattro volte superiore al Nottingham Forest. E ci sarebbero ancora Domínguez, Santiago Castro e Lucumì che negli anni in Emilia hanno moltiplicato il loro valore di mercato.
Tutti i numeri che si potrebbero snocciolare parlando di un dirigente vanno sempre accompagnati al suo stile asciutto e minimalista. Non concede interviste, non si presta a celebrazioni di alcun genere. Dopo la vittoria della Coppa Italia, lo scorso maggio, Sartori è stato intervistato alla stazione di Roma, sulle porte del treno ancora aperte. Anche lì, in mezzo al caos dei festeggiamenti, tra cori e grida dei tifosi, Sartori non ha perso la sua compostezza, tradita solo dalla maglia celebrativa indossata sopra la camicia e sotto la giacca. In quei trenta secondi ripercorre la stagione del club, dalle difficoltà iniziali ai meriti dell’allenatore e dei giocatori, sempre con tono pacato e l’accento lodigiano che non ha mai perso. Riesce a concedersi un «Grande Bologna» sul finale, senza alzare la voce. È il superpotere di un leader calmo, abituato a lavorare nell’ombra e senza fuochi d’artificio. In fondo, non ne ha nemmeno bisogno, almeno fin quando saranno i risultati a parlare.