La terza Coppa Davis consecutiva vinta dall’Italia è la più epica, la più di sistema, quella che ricorda di più la Davis del passato

Il match decisivo tra Cobolli e Munar ha suggellato il grande lavoro della Federtennis. E ha avuto un'eco che rimanda a epoche diverse.
di Alfonso Fasano 23 Novembre 2025 alle 22:10

Flavio Cobolli non è Adriano Panatta, non ancora quantomeno. L’auspicio è che arrivi a vincere più titoli di lui, ma di certo faticherà ad avere il suo impatto culturale. Eppure, eppure, se riguardiamo la partita che ha permesso all’Italia di vincere la Coppa Davis 2025, beh, le vibrazioni erano quelle di una Davis più antica, più epica, lontana dal nostro tempo. Il tennista romano ha vinto una vera e propria maratona emotiva, è uscito indenne da una corsa vertiginosa sulle montagne russe, ha resistito a un primo set celestiale di Munar e poi ha saputo prendersi il campo e la partita lottando punto su punto, tra alti e bassi, sospinto da un pubblico esplosivo e da una solidità sorprendente. Una solidità da vero Davis-man, viene da dire.

Una partita che dura oltre tre ore deve avere necessariamente molte vite. Cobolli le ha attraversate in modo contraddittorio, in certi momenti è stato anche sfortunato, ma la verità è che Munar ha iniziato il match alla grandissima, confermando le ottime cose fatte vedere contro Zverev. Il punto, e qui veniamo al cuore di questa analisi, è che Cobolli è un tennista più talentuoso, più completo rispetto allo spagnolo. E questa sua completezza è legata al lavoro un movimento nazionale che fa le cose perbene, si può dire anche benissimo, da tanti anni.

Se avessimo fatto questo discorso per la Davis del 2023 o per quella del 2024, beh, la presenza di un alieno come Sinner avrebbe cambiato la prospettiva. Perché, molto banalmente, un campione del genere «non si può né costruire né tantomeno programmare a livello industriale», e queste parole le ha pronunciate – in un’intervista a Undici – Andrea Gaudenzi, il presidente dell’ATP, quindi uno che se ne intende. Ma un gruppo di talenti come quello che ha portato l’Italia a tre vittorie in Coppa Davis – più due edizioni della Billie Jean King Cup, la Davis femminile – negli ultimi tre anni non può che essere nato dalla programmazione, sono il frutto di un progetto che ormai è un modello. Anzi: deve essere considerato un modello.

Berrettini, Musetti, Cobolli, Sonego, Arnaldi, Darderi e Bellucci non possono essere venuti fuori per caso, di certo non tutti insieme. È chiaro, la presenza e la forza brutale e i trionfi in serie di Sinner cambiano le prospettive rispetto a questa generazione, ma è proprio per questo che la Coppa Davis 2025 ha un significato altro e importante. Anche il modo in cui è arrivata la vittoria ha sancito una sorta di riconciliazione tra il presente e il passato, tra la Davis di oggi e la Davis di ieri. Certo, alla fine sempre e solo Flavio Cobolli ha giocato partite lunghissime e tirate, Berrettini ha travolto tutti come un caterpillar perché era evidentemente più forte degli avversari che ha affrontato a Bologna. Ma i match di Cobolli ci resteranno negli occhi e nel cuore per molto molto tempo, e francamente è inevitabile che sia così: la presenza di un pubblico di parte è stato un altro richiamo alla Davis di altre epoche, poi Munar ci ha messo un atteggiamento talvolta provocatorio, l’ambiente si è surriscaldato, la rimonta in crescendo del giocatore italiano ha fatto il resto.

Era andata allo stesso modo, più o meno, anche col Belgio in semifinale, nel senso che anche quella partita di Flavio Cobolli è destinata a entrare nella storia del tennis azzurro. E a rimanerci. Magari non verrà messa accanto ai match di Pietrangeli, Panatta & company, quelli sono stati degli atti anche e soprattutto politici, infatti ebbero un’eco e un’influenza impensabili ai giorni nostri. Ma la Golden Age contemporanea, beh, adesso ha un suo suggello che è veramente di sistema. Perché questa Davis ha il volto di Berrettini, Cobolli, Volandri e dei componenti del suo staff suo staff, di Sonego, Binaghi e di tutti i dirigenti/tecnici del nostro movimento. È una cosa enorme, è un patrimonio gigantesco. È un modello, è un esempio virtuoso per tutti gli altri sport italiani. E non ci sono più dubbi, oramai.

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