Si sa, il grande sogno di tutti i giocatori più giovani è diventare dei campioni. Ma cosa succede, se non succede? Da qualche tempo a questa parte, i club di Premier League hanno iniziato a prendere molto sul serio questa domanda. Perché avere i migliori vivai, i migliori prospetti calcistici e le migliori strutture, tante volte non basta se il percorso sportivo non viene accompagnato da un’analoga formazione sul piano umano e dell’istruzione. Soprattutto nei top club, dove l’esperienza di vita sin dall’adolescenza è omnicomprensiva e totalizzante: non tutti quei ragazzi, però, sono Max Dowman (anzi, quasi nessuno). E buona parte di loro finirà per intraprendere tutt’altre carriere professionali. Lontano dall’Emirates e dal pallone.
Così è per questo che realtà come l’Arsenal offrono dei veri e propri programmi educativi integrati, per non precludere ai propri giovani tesserati alcuna strada (un po’ sulla falsariga di quanto accade nei Paesi Bassi, a partire dalla rinomata academy dell’Ajax). Si tratta innanzitutto di strutturare l’agenda e la quotidianità: riposo, studio e allenamento, gli esami durante la settimana presi sul serio quanto le partite nel weekend. Succede allora, racconta The Athletic in un lungo reportage, che gli alunni-calciatori dei settori giovanili raggiungono ormai in pianta stabile dei risultati ben sopra la media al GCSE – il General Certificate of Secondary Education, la qualificazione più importante conseguita nel Regno Unito a compimento della scuola dell’obbligo, tra i 14 e i 16 anni. Insomma, niente più “barzellette su Totti” e dintorni: diventare calciatori, negli ultimi tempi, spinge all’eccellenza anche fra i banchi.
Per la Premier League è un aspetto formativo determinante: sui circa 500 giocatori totali, quasi uno su tre – almeno otto per squadra, 160 in totale – devono essere homegrown, cioè cresciuti nei vivai, da regolamento. La svolta normativa risale al 2012/13, quando venne avviato L’Elite Player Performance Plan proprio per modernizzare la crescita dei giovani talenti nel mondo dello sport. E oggi si cominciano a raccogliere i primi frutti generazionali – con una certa flessibilità necessaria anche da parte degli addetti ai lavori.
Per Mertesacker, ex difensore dell’Arsenal e ora responsabile del settore giovanile, racconta per esempio che spesso i ragazzi si presentano agli allenamenti ancora vestiti con l’uniforme scolastica, perché i ritmi sono serrati e le pause poche. “Questo richiede delle sessioni individuali in base agli impegni in classe”, spiega il dirigente. “Ricordo che una volta Ethan Nwaneri e Myles Lewis Skelly – tra i migliori prospetti dei Gunners, ndr – dovevano allenarsi con la squadra a Hale End. Alla fine invece lavorarono a parte il giorno dopo, per non sovraccaricarli con le cose da fare. Ogni tanto vedo Myles girare attorno al campo ancora col suo maestro di spagnolo di livello A”. Capirsi col mister è importante. Lo stesso Dowman, già nella rosa di Arteta, avrà il suo GCSE l’anno prossimo. E anche nel suo caso, l’Arsenal non prenderà l’esame sottogamba.
“Ci teniamo tutti che Max finisca il suo GCSE nel modo migliore possibile”, sottolinea Mertesacker. “Entrare in prima squadra con la precocità di Ethan e Myles, addirittura un anno prima, richiede un supporto fondamentale da parte nostra. I suoi genitori e la sua famiglia sono stati fantastici, facendogli capire che è innanzitutto uno studente”. E non un enfant prodige dal valore di almeno 15 milioni di euro, già prima di aver firmato qualunque contratto professionistico. “Non è facile giocare in Champions League e sapere che il giorno dopo devi arrivare preparato a lezione. La sua è una grande sfida, e per noi insieme a lui: vogliamo essere sicuri che non perda il senso della realtà. Dobbiamo soddisfare le basi dell’educazione di qualunque dei nostri ragazzi”. E farlo da Arsenal, appunto. O da Brighton, O da Newcastle. Un calcio così, fino a vent’anni fa, era impensabile: vanno sottolineati anche gli aspetti che lo stanno facendo cambiare per il meglio.