Il surf è una sfida alla paura, soprattutto quando ci sono le onde più alte del mondo

Reportage da Nazaré, in Portogallo, dove si è svolta la Tudor Nazaré Big Wave Challenge.
di Alessandro Cappelli 08 Gennaio 2026 alle 14:23

Il panorama di Nazaré non ha confini.
La linea dell’orizzonte sfuma tra acqua e cielo; la costa, le rocce, perfino il faro sembrano elementi secondari, appoggi provvisori lungo un margine invisibile. Le onde si sollevano senza armonia, arrivano da un punto lontano, crescono, si ripiegano, poi crollano in un suono profondo che sembra provenire dal centro della Terra. Il mare prende tutti i sensi: ha suono cupo e oscuro, un richiamo ancestrale per quei pochi che si azzardano a sfidarlo. Herman Melville scriveva che il mare è il luogo dove l’uomo scorge la propria incompletezza: in questo frammento di Portogallo tra Lisbona e Coimbra, la sensazione è palpabile.

Le mareggiate che circondano Nazaré non sono un capriccio meteorologico. Le onde nascono da una rara alchimia geofisica. Sul fondale c’è un enorme canyon, una cicatrice sottomarina che sfiora i cinquemila metri di profondità, lunga diversi chilometri fino ad arrivare sotto costa. È l’imbuto in cui si incanala la forza dell’Oceano Atlantico. Le onde sfrecciano incontrastate conservando tutta la loro forza cinetica. Quando queste incontrano le onde più lente che arrivano da un’altra direzione, guidate dai venti invernali, si crea un’interferenza costruttiva. In quell’esatto punto, l’energia accumulata subisce una brutale compressione verticale. È qui che i vettori delle forze si fondono per sollevare muri d’acqua vertiginosi, quelli che hanno reso Nazaré la cattedrale mondiale delle Big Waves, con onde alte fino a trenta metri.

Solo i migliori surfisti possono affrontare il mare da queste parti. Non è lo stesso sport che si pratica altrove. Per questo la Tudor Nazaré Big Wave Challenge raggruppa i migliori al mondo: 18 surfisti di fama internazionale in una competizione a squadre. Perché nessuno può farcela da solo. Domare le onde a Nazaré è un gioco di cooperazione, per necessità. Per vincere qui bisogna trovare valore aggiunto nel gruppo. È quello che hanno fatto il portoghese Nic von Rupp e il francese Clement Roseyro, brand ambassador di Tudor, vincendo il premio “Best Team Performance”. È il secondo successo consecutivo, dopo quello dello scorso febbraio. «Surfare su onde così grandi è impossibile per un uomo solo», dice a Undici Nic von Rupp. Le squadre si dividono tra un surfer e un driver – a bordo del jet-ski – e poi ci si scambia i ruoli. A guidarli dall’alto c’è sempre uno spotter a dare indicazioni con una radiolina. «Surfare qui è completamente diverso dal resto del mondo: con onde più piccole gareggiamo in competizioni individuali, qui inevitabilmente hai bisogno dell’altro», aggiunge Nic von Rupp.

La Tudor Nazaré Big Wave Challenge 2025/26 si svolge in condizioni meteo perfette in un sabato di metà dicembre. Una delle giornate con le onde più grandi mai viste nel XXI secolo. 10mila persone sono arrivate qui in un paio di giorni, improvvisando viaggi, prendendo ferie all’ultimo minuto, trovando gli incastri migliori per vedere lo spettacolo delle onde di Nazaré. Mentre le squadre si appostano nella line-up – l’area in mare dove i surfisti si posizionano e aspettano di prendere le onde – gli spettatori si accovacciano sulla roccia. Alle spalle un mucchio di pale eoliche ruota senza sosta. Un pubblico di nuvole si affaccia sul mare. Un drone con telecamera ad altissima risoluzione sorveglia la zona di gara, poi si tuffa in picchiata con il suono di un F-35.

Joseph Conrad vedeva nel mare una forza capace di incrinare le certezze dell’uomo più stoico. C’è un momento, a Nazaré, in cui la bellezza smette di essere rassicurante. Quando il vento spinge verso l’interno, la schiuma si solleva come polvere, le onde si ispessiscono. Le tonalità si restringono: grigio, blu, il bianco sporco della schiuma. Quello che fino a poco prima sembrava uno spettacolo della natura diventa un avvertimento.

Qui il surf entra in una zona diversa, i surfisti parlano di survival mode. Una condizione mentale prima ancora che fisica: ridurre tutto all’essenziale, togliere il superfluo, restare lucidi mentre ogni cosa intorno sembra spingerti fuori asse. Mentre sono in gara, i surfisti si alternano, cercano le onde più alte, più veloci, più potenti. Le sfidano incuranti del pericolo. Provano acrobazie, fanno di tutto per restare in piedi. Il pubblico applaude, ogni tanto si sente un oooooh di sorpresa.

Il surf è uno sport di attesa. I surfisti vivono in un limbo in cui non sanno davvero quando inizierà la prossima competizione. Si decide tutto in poche ore. Quando previsioni suggeriscono condizioni meteo favorevoli, si muove tutta la logistica. Si parte e si va in scena da un giorno all’altro. Le finestre temporali sono feritoie striminzite. La stessa cosa avviene in gara. L’onda giusta non puoi prepararla. C’è un’ora a disposizione per prendere il meglio che il mare ha da offrire. Bisogna saper osare, ci vuole coraggio e seguire le sensazioni giuste. Per questo Nic von Rupp e Clement Roseyro si sposano benissimo con il claim di Tudor, “Born to dare”. «Tutto della nostra vita richiede di essere Born to dare, è quello che facciamo ogni giorno», dice Nic.

«Devi avere cuore, coraggio, tecnica, ossessione», dice Nic von Rupp, che ha rischiato grosso quando un’onda enorme lo ha travolto. Ma surfare su onde così grandi richiede un patto implicito con il pericolo. «Vuoi essere dal lato giusto dell’universo. Le onde sono potenti, sono brutali, devi essere molto cauto per surfarle. Tutti vogliono vincere e vogliono spingersi al limite, ma la cosa più importante è tornare a terra sani e salvi e il fatto che tutti ci siamo riusciti oggi è una notizia bellissima». Secondo Clement in certi casi una buona dose di paura è addirittura necessaria: «Le onde che trovi qui ti spingono sempre al limite, ti costringono a uscire dalla comfort zone. Devi anche avere un po’ di paura, ma questa si mescola con l’adrenalina. Un insegnamento che mi porto dietro fin da quando sono piccolino è che devi avere un po’ di paura, altrimenti rischi di farti male, di non valutare il pericolo con razionalità, e la performance non ne trae vantaggio».

La forza vorace delle onde è forse il volto più autentico del mare a Nazaré. Qui il surf non è una sfida a stare sull’onda, è un dialogo teso, precario, con un’energia naturale straordinaria che costringe a leggere l’acqua diversamente. «Nazaré è unica, non c’è un posto simile per fare surf», dice ancora Clement Roseyro. «C’è questo grande canyon che crea onde alte e potentissime, e per gareggiare qui devi essere un surfista completo, devi saper guidare il jet ski, devi saper scegliere le onde giuste, devi essere forte e veloce allo stesso tempo, ma devi anche saper prevedere e anticipare il movimento dell’onda, perché qui tutto va a una velocità altissima. Serve un mix di coraggio e tecnica senza pari».

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