Gli Australian Open dimostrano come i tornei dello Slam di tre settimane siano eventi contemporanei e divertenti, mentre Wimbledon sta rimanendo indietro

Dai concerti alle esibizioni di contorno, la rassegna australiana si sta trasformando sempre più in un festival a tutti gli effetti. E ormai anche i tennisti si lamentano dei vecchi formati.
di Redazione Undici 23 Gennaio 2026 alle 18:54

L’atmosfera si era subito accesa con colpi all’ultimo – e all’unico – punto, con l’adrenalina del One Point Slam a inaugurare il grande tennis di Melbourne. Pochi giorni prima, a un paio d’ore di volo, l’attenzione del pubblico era già stata testata al Brisbane International, il torneo preparatorio degli Australian Open. Che oggi, quando siamo arrivati verso gli ottavi di finale, rappresentano ormai un format esemplare, innovativo e ad alto tasso d’intrattenimento. Sono gli stessi tennisti a confermarlo, bocciando contestualmente la rigidità dei tornei vecchio stile come Wimbledon.

La principale differenza? La durata. Dal primo turno svolto a Brisbane alla finale del Melbourne Park trascorreranno più di quattro settimane (4 gennaio-1° febbraio): il doppio rispetto ai 14 giorni previsti per Wimbledon 2026 (29 giugno-12 luglio). Il numero complessivo di partite è identico: entrambi i tornei si svolgono a eliminazione diretta a partire dai 64esimi di finale. E analoga è anche la loro distribuzione all’interno del calendario. Quel che rende gli Australian Open un appuntamento poliedrico è tutto ciò che vi gira attorno. Non solo i tornei di supporto: dalla grande concertistica alle iniziative per i tifosi, i tempi morti tra un match e l’altro praticamente non si sentono. L’agenda resta piena, il da farsi ricchissimo.

“Qui in Australia succede di tutto”, ha detto in questi giorni Emma Raducanu, tra le protagoniste del circuito WTA. “Anche all’interno delle stesse partite ci sono concerti, tabelloni luminosi che connettono i presenti con tutto quel che accade nei dintorni. Ho visto arrivare qui perfino Peggy Gou”, nota dj sudcoreana. “Iniziative del genere sono veramente fighe. Mi piace giocare qui, mi piace essere qui: è tutto così vivace”. E la stessa tennista romena sottolinea come al contrario, i tornei d’antan come Wimbledon sono rimasti intrappolati nel loro stesso mito. “In Inghilterra potrebbero fare molto di più e sarebbe davvero divertente vedere qualche novità: penso che lo spazio extra di cui si parla a Wimbledon sarebbe necessario, e decisamente benefico per le caratteristiche del torneo”.

Il riferimento è al maxi-progetto a cui l’All England Club, l’organizzatore del torneo, sta lavorando per espandere come non mai gli spazi del grande tennis londinese: dagli attuali 42 acri a ben 115. Una sede quasi triplicata, che permetterebbe a Wimbledon di aggiungere 38 nuovi campi, un nuovo stadio da 8mila posti. Ma l’ingrandimento avverrebbe anche e soprattutto in termini di attività accessorie – fin qui la grande lacuna del format tradizionale, senza tanti fuori programma. Testate locali come il Telegraph danno l’allarme e sottolineano come Wimbledon sia ormai “fuori moda, lasciato indietro dalle innovazioni degli altri tornei del Grande Slam”.

E in termini di appeal e freschezza il gap potrebbe aumentare a gran velocità, visto come crescono rassegne storicamente di minor prestigio – ma chiaramente non è più così – come gli Australian Open: 90mila tifosi nella opening week del 2024, 117mila nel 2025, 218mila oggi. Una traiettoria esponenziale. Di fronte a tutto questo, riconoscono gli inglesi senza mezzi termini, gli anonimi tornei preparatori disputati ai margini di Wimbledon risuonano come “un peto in mezzo ai tuoni”. L’invito a superare gli scogli burocratici e ridare lustro al più antico evento tennistico di sempre è decisamente esplicito. A Melbourne, intanto, tutti continuano a divertirsi.

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