La premesse per divertirsi, quest’anno a Bilbao, c’erano tutte: una squadra in fiducia dopo la conquista della qualificazione in Champions League, la consapevolezza di potersela giocare a livello europeo in virtù della super Europa League del 2025, chiusa in semifinale contro il Manchester United che aveva interrotto il sogno di disputare la finale in casa, al San Mamés e infine un gruppo di ragazzi, praticamente tutti baschi come da tradizione, giunti alla completa maturazione calcistica, a cominciare dai due fratelli Williams, Nico e Iñaki, le stelle di seconda generazione.
E invece, come spesso accade all’Athletic Club, dopo una grande stagione, ne arriva una che si misura in flash, come una buona lampadina che funziona a scatti. Basti pensare al cammino nella League Phase di Champions, in cui i biancorossi hanno pareggiato con il PSG e si sono andati a prendere tre punti fondamentali a Bergamo contro l’Atalanta, per poi gettare via l’accesso ai playoff in casa all’ultima partita contro lo Sporting Lisbona nei minuti finali. Dopo aver concluso il primo tempo avanti 2-1, per altro. Alti e bassi mostrati anche in Liga, dove l’Athletic si trova al 14esimo posto, perso in una classifica molto corta che lo vede a otto punti dalla qualificazione Europa ma anche ad appena tre lunghezze dalla zona-retrocessione.
Ma è giusto fare un passo indietro e ripercorrere questi mesi. L’illusione dei tifosi dell’Athletic Bilbao ha ripreso forma lo scorso 4 luglio, una data che sembrava quasi da film. Quel giorno Nico Williams, l’idolo di un popolo, ha rinnovato a sorpresa il proprio contratto fino al 2035, spegnendo sul nascere le voci di un possibile trasferimento al Barcellona. «Quando bisogna prendere decisioni, per me conta soprattutto il cuore», aveva dichiarato Williams senza esitazioni, archiviando due tentativi mai del tutto chiariti di lasciare i Paesi Baschi.
Da allora, però, l’euforia ha lasciato spazio a un clima di forte tensione. I numeri non aiutano a rasserenare l’ambiente. I sei potenziali convocati per il prossimo Mondiale (Vivian, Laporte e Nico Williams per la Spagna, Iñaki Williams per il Ghana e Maroan Sannadi per il Marocco) sono tutti fuori per infortunio. I dubbi, a Bilbao, sono diversi: cattiva programmazione, calo di motivazioni, squadra appagata o eccesso di ottimismo iniziale? Gli interrogativi si moltiplicano e tra gli athleticzales più impulsivi c’è già chi invoca le dimissioni del presidente Jon Uriarte al grido di “Uriarte kanpora” – il classico #Uriarteout, ma in salsa basca. In realtà, buona parte di queste contestazioni proviene dallo stesso gruppo di sostenitori che si è scontrato con la dirigenza. Nessuno sembra esente dalle critiche: allenatore, giocatori e perfino lo staff medico finiscono nel mirino di una tifoseria sempre più frustrata, spesso più incline alla ricerca di colpevoli che a un’analisi lucida della situazione.
Alla crisi sportiva si sono aggiunti problemi extracalcistici. Nemmeno una settimana dopo il ritrovato sorriso per il rifiuto di Nico Williams al Barcellona, il 10 luglio è arrivata la notizia del caso Yeray Álvarez. Il difensore centrale ha raccontato di essere risultato positivo a un controllo antidoping per aver assunto una pillola contro l’alopecia, conseguenza delle cure seguite per il cancro. Il farmaco, appartenente alla compagna e non autorizzato, gli è costato una squalifica di dieci mesi. Da quel momento si è innescato un effetto domino di cattive notizie, soprattutto sotto forma di infortuni gravi e prolungati, che hanno messo l’Athletic con le spalle al muro. Il derby contro la Real Sociedad assume ora un valore quasi terapeutico: una vittoria potrebbe ridare ossigeno all’ambiente, almeno per qualche giorno, soprattutto considerando la possibilità di aggancio ai rivali all’ottavo posto. Subito dopo arriveranno i quarti di finale di Coppa del Re contro un Valencia in crisi nera. Andare in semifinale restituirebbe serenità e fiducia a una squadra che in questo momento vede tutto nero.
Il momento attuale può essere analizzato su tre piani: sportivo, fisico e istituzionale. Sul campo, l’Athletic aveva iniziato la Liga con due vittorie di misura contro Siviglia e Rayo Vallecano, entrambe accompagnate da rigori discussi concessi dal VAR. Il successo al Benito Villamarín contro il Betis aveva completato un avvio perfetto, nove punti su nove, alimentando sogni e ambizioni. Solo che gli stop casalinghi contro squadre impegnate nella lotta salvezza come Getafe e Alavés sono stati due schiaffi pesanti. Un solo punto nelle ultime cinque partite e undici sconfitte in 21 giornate fotografano una realtà preoccupante.
I problemi difensivi sono evidenti: dopo aver chiuso la scorsa stagione con 29 gol subiti, l’Athletic ne ha già incassati 30. Ancora più allarmante è il dato offensivo, con appena 20 reti segnate, quinto peggior attacco della Liga. Ernesto Valverde non ha nascosto la gravità della situazione, ammettendo pubblicamente che «gli allarmi sono accesi da settimane» e riconoscendo senza giri di parole che «l’Athletic sta male». A complicare il quadro, una serie di episodi di scarsa concentrazione: quattro rigori concessi per fallo di mano nelle ultime quattro gare e due espulsioni evitabili non fanno che aumentare la sensazione di fragilità.
Nonostante tutto, qualche spiraglio resta. Come detto, il Bilbao è ancora in corsa in Coppa del Re e dista otto punti dalla zona europea. E quindi, a pensarci bene, in una sola settimana tutto può cambiare. Valverde non ha mai cercato alibi, anche se avrebbe potuto. Nico Williams convive con una pubalgia dall’inizio della stagione, Iñaki ha saltato otto partite e ha segnato un solo gol, mentre Sancet non ha mai trovato continuità. L’unica nota davvero positiva è Guruzeta, autore di cinque gol in Champions League e sette complessivi in stagione. Sul piano dirigenziale, infine, i grandi investimenti degli ultimi due anni non hanno dato i frutti sperati. Djaló è già un ricordo sbiadito, Areso ha deluso, mentre solo Robert Navarro, arrivato a parametro zero, ha sorpreso in positivo. A un clima già abbastanza nervoso si aggiungono anche le elezioni presidenziali, previste a fine stagione. Non è detto che un cambio del numero uno modifichi le prospettive di un club che negli ultimi anni è sembrato sempre alla soglia del salto di qualità definitivo, ma non è mai riuscito a farlo. Intanto, però, c’è una stagione da salvare, a partire dal clásico di stasera che, se conquistato, garantirebbe un istante di luce forte in una stagione da lampadina intermittente.