Sono orgoglioso di essere così longevo, nello snowboard non è così scontato: intervista a Mark McMorris

ALL EYES ON I protagonisti dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 – Lo snowboarder canadese è pronto a godersi la sua Olimpiade. Intanto riguarda e rivive, in modo pratico e asciutto, la sua leggendaria carriera.
di Arianna Galati 04 Febbraio 2026 alle 19:45
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Mark McMorris è un miracolo di paradossi. Un ragazzo di pianura che diventa uomo-simbolo dello snowboard mondiale, il sopravvissuto a cadute devastanti, il campione con più medaglie della storia della disciplina che nemmeno pensa alla quantità di podi e titoli collezionati, tra cui tre bronzi olimpici in tre edizioni consecutive dei Giochi, e sempre nello slopestyle. «Mi piace molto dare il meglio di me quando conta, cerco sempre di essere la migliore versione di me stesso», ammette il canadese classe 1993, un filino stropicciato dagli allenamenti di inizio stagione a Saas-Fee, in Svizzera. Mark McMorris guarda la sua carriera in modo asciutto, pratico: «Oggi posso essere longevo in uno sport che francamente a volte ti sputa fuori abbastanza giovane: continuare a competere a questo livello, così avanti nella mia carriera, è davvero speciale. Ne sono orgoglioso».

Il tuo primo ricordo del tuo sport?
Quasi una lezione di sci a Lake Louise, Canada, con mio fratello e mia madre. I nostri vicini facevano skateboard, noi stavamo per essere spediti a lezione di sci e abbiamo detto: “Oh aspetta, possiamo fare lo skateboard sulla neve?”. La giornata migliore della nostra vita, io e mio fratello non vedevamo l’ora di farlo di nuovo.
Sei uno degli atleti più decorati nella storia dello snowboard. Come ti fa sentire questa frase?
È qualcosa al di là di ciò che avrei mai desiderato, più di quanto avrei mai potuto chiedere. D’altronde io pensavo solo “Oh, sarebbe fantastico poter fare snowboard tutto il tempo ed essere circondato da queste persone che ammiravo”. Cerco di fare in modo che non mi metta pressione, o che sia qualcosa di cui aver paura. È un onore, certo. Ma è solo un titolo e alla fine sono ancora io.

Hai tempo di condividere pensieri e consigli con altri giovani atleti?
Cerco di trovarlo sempre. Gravito attorno ad alcuni più di altri, e penso che siano quelli che, oltre ad avere tanto talento, si stanno davvero divertendo, spingono in modo positivo. È stimolante stare con loro, mi motiva.
Cosa significa per te essere un atleta e una figura pubblica al giorno d’oggi?
Ci sono pro e contro, è diverso da prima, quando l’atleta era osservato solo durante le gare. In uno sport come il nostro non siamo in TV ogni sera, ma poter raggiungere un vasto pubblico, e coinvolgerlo ogni giorno è speciale. Poi ci sono anche i troll da divano, ma non mi interessa. Ci sono alcune cose negative, ma onestamente sono felice di poter usare il mio corpo per vivere e prendermi cura di me stesso, forse più di quanto farei altrimenti.

Qual è il tuo rapporto con i social media?
Amore-odio. Amo poter mostrare questo sport a un pubblico ampio, ma è anche un lavoro: ci sono obblighi, gli sponsor ti guardano e cose del genere. Qualche app è più divertente di altre, però i social li vedo in una luce molto positiva.
Il divertimento, l’adrenalina e la paura sono concetti che emergono sempre nella tua disciplina. Come li affronti?
Adrenalina, paura, la preoccupazione di farsi male o di non essere all’altezza delle tue aspettative, sono sempre presenti. Credo che si debba guardare ogni giorno come un nuovo giorno, chiedersi “come posso dare il meglio di me oggi?” e non pensare a quali sarebbero le conseguenze se ti facessi male. Se questa domanda ti sta tormentando, non va bene: questi pensieri devono entrare in testa, ma vanno fatti uscire con la stessa facilità con cui sono entrati. È uno sport pericoloso, è normale avere paura.

E gli infortuni?
Ne ho avuti alcuni, non sono divertenti ma mi hanno sicuramente insegnato molto. Impari qualcosa su te stesso e il tuo corpo ogni volta che ti fai male, ed è un enorme insegnamento di pazienza, di routine e impegno. Ho la fortuna di avere uno sponsor come Red Bull che investe davvero nei suoi atleti, se ti fai male ti danno il massimo aiuto.
Hai una fondazione con tuo fratello Craig, come è nata l’idea?
Noi siamo cresciuti con la possibilità di praticare molti sport, hockey, baseball, calcio, skateboard, snowboard, che ci hanno insegnato molto sulla vita. Non tutti i bambini hanno questa opportunità. Quando io e Craig abbiamo iniziato ad avere successo nello sport, ci siamo chiesti: possiamo dare a questi bambini una possibilità? Ci tengo molto.

Anche la tua famiglia è molto importante per te.
Sono sempre lì nei momenti belli e brutti, mi stanno vicini e questo lo apprezzo molto. Ho un calendario condiviso, mia madre vede tutto come se fosse la mia manager e penso sia un bene per il suo cuore e la sua tranquillità (sorride). Mi dice sempre: “È imbarazzante quando sono al supermercato e qualcuno mi chiede: ‘Dov’è Mark?’ E io rispondo: ‘Non lo so’”, quindi la teniamo aggiornata.
Dove ti vedi tra dieci anni?
Ah cavolo, questa è filosofica! Beh, spero di passare molto tempo all’aria aperta, nel back country, facendo snowboard con gli amici. Spero anche di avere una famiglia mia, di essere felice, e di insegnare a una versione più giovane di me come godersi la montagna. Semplicemente divertirmi, tanto quanto ora.

Da Undici n° 66
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