Spiagge caribiche, palme, noci di cocco, una canzone di Bob Marley ed ecco che si viene proiettati in Giamaica. La mente, che ragiona spesso per schemi, associa subito questa immagine, in termini sportivi, all’atletica. Basti pensare a personaggi come Usain Bolt, ovvero Mr. “I’m the Number One” o alla velocista Shelly-Ann Fraser-Pryce, fresca di ritiro. Però c’è anche un’altra istantanea che negli anni si ripropone in maniera assidua e resa celebre dalla pellicola hollywoodiana Cool Runnings: dalle Olimpiadi Invernalki di Calgary 1988, infatti la squadra giamaicana di bob (Dudley Stokes, Michael White, Devon Harris e Chris Stokes divennero i primi a gareggiare alle Olimpiadi nella disciplina), si qualifica sempre ai Giochi Olimpici invernali.
Le uniche edizioni saltate sono state quella di Torino 2006 e quella di Vancouver 2010, per via delle scarse risorse economiche. A Milano-Cortina 2026, invece, la formazione di bob e skeleton ci sarà. Domenica primo febbraio i sette membri della squadra sono arrivati a Cortina, dove si svolgeranno le gare. Già essere approdati nei pressi del budello olimpico è un grande risultato per un Paese che non dispone di impiantistica o soprattutto di un supporto economico. Eppure, i giamaicani sono dei combattenti e su X hanno lanciato una raccolta fondi che aiuti a sostenere le innumerevoli spese. Sul GoFoundMe si legge che «a differenza di molti programmi olimpici di grande nome, il programma nazionale di bob della Giamaica non è finanziato dal governo. Gli atleti contano su sponsorizzazioni e donazioni, gestite dalla federazione, solo per allenarsi, viaggiare e competere. Questa campagna è organizzata dal North Country Sports Council (NCSC), un’organizzazione senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti, che collabora con la Jamaica Bobsleigh & Skeleton Federation per supportare il nostro percorso olimpico».
Per capire ancora meglio come stanno le cose, abbiamo intervistato Neil Fortier, CEO e fondatore di The Diff Agency, una società di consulenza sportiva con sede in Ohio e che fa parte della Federazione giamaicana di bob e skeleton. Siamo arrivati a lui dopo una lunga – ma nemmeno troppo – conversazione online con i giamaicani che si sono resi immediatamente disponibili.
Come nasce l’idea della raccolta fondi e come mai non avete un sostegno economico nonostante una lunga tradizione?
Questa idea la portiamo avanti da diverse edizioni dei Giochi Olimpici. Quando sei un’organizzazione no profit e hai l’opportunità di fare crowdfunding, quello è uno strumento molto utile per essere supportati per cercare di ottenere i nostri obiettivi: alla fine, è uno sport molto costoso. C’è la regular season e poi, ogni quattro anni, le Olimpiadi comportano una quantità significativa di spese aggiuntive che normalmente non vanno sostenute. La verità è che abbiamo a disposizione un finanziamento limitato o nullo… Siamo in una situazione molto diversa da quanto avviene altrove, per esempio l’USOPC (United States Olympic & Paralympic Committee) mette fondi messi a disposizione per le diverse discipline. Da noi questa possibilità non c’è, non ci sono abbastanza soldi. Gli aiuti economici provenienti dall’associazione olimpica giamaicana sono scarsi o inesistenti al di fuori di qualche piccolo supporto durante l’anno olimpico per coprire viaggi o spese varie. Questi ultimi, però, non sono minimamente vicini alle reali spese che si affrontano durante l’anno dei Giochi.
Come sta andando la raccolta fondi?
Penso sia importante capire che ci sono diverse fonti di finanziamento. Ovviamente c’è il crowdfunding, poi le vendite al dettaglio: una percentuale dei guadagni di merchandising può essere accumulata attraverso la proprietà intellettuale (IP). Inoltre, c’è la presenza degli sponsor. Grazie a loro raccogliamo dei fondi durante la stagione. Solo che c’è un ma: non si possono usare quegli stessi sponsor durante le Olimpiadi, dato che c’è un accesso molto limitato o nullo (a causa della Rule 40 della carta olimpica, che determina delle linee guida decisamente più stringenti ndr). Poi, ci sono donazioni “una tantum” che possono arrivare direttamente alla fondazione o provenire da altre organizzazioni no-profit. Queste sono le principali fonti di finanziamento che abbiamo per fronteggiare tutte le spese. In più, alcuni sponsor offrono contributi concreti che “riducono” il budget. Per esempio, Airbnb può aiutarci con l’alloggio durante le Olimpiadi, oppure Montefiore Einstein (un ospedale, ndr) può farlo con alcune spese mediche. Sono fondi che ci fanno risparmiare sul budget e non comportano un pagamento diretto. Tanti accordi commerciali, lo ribadisco, vengono accumulati durante l’annata sportiva ma poi non possono essere utilizzati per le regole imposte dal CIO.
Dici che ci sono costi diversi tra la stagione regolare e le Olimpiadi, ma durante l’anno come affrontate le varie spese?
Le copriamo a malapena. Siamo molto parsimoniosi con il budget e cerchiamo aiuto quando possiamo. La verità è che gran parte del lavoro è fatto senza costi diretti per la squadra, grazie al supporto delle persone che hanno preso a cuore la nostra causa.
Pensi che questa raccolta possa aiutare le future generazioni?
Sì, assolutamente. L’obiettivo non è raccogliere fondi in vista di ogni anno olimpico, ma far capire che la squadra ha un bisogno perenne di essere sostenuta. Niente cambierà finché la JOA (Jamaica Olympic Association, ndr) o altri, non supporteranno la squadra economicamente permettendoci di competere senza pensieri. È diverso dall’atletica leggera, dove gli atleti possono restare in Giamaica. Loro devono lasciare il Paese, trovare una “casa lontano da casa” e affrontare molte più spese, di qualsiasi genere.
A proposito di questo, come nasce la passione per il bob in un paese noto per altre discipline?
Non so se il film abbia influenzato il tutto. Penso molto dipenda dalla competitività dei giamaicani: la gente pensa di poter essere brava in tutto ciò che fa (sorride, ndr).
Ma durante l’anno dove si allenano gli atleti della Nazionale?
Principalmente in Nord America, a New York o nello Utah, dove ci sono le strutture olimpiche con le piste di bob. A New York, c’è anche una pista indoor refrigerata che consente di fare del lavoro mirato anche in estate, lavorando così sulla spinta. Nel corso dell’anno i nostri atleti vivono lì. Fanno sessioni di training estive e autunnali in vista dell’inverno e tornano a casa solo per le vacanze. Quest’anno, inoltre, abbiamo fatto una partnership con la Corea del Sud per allenarci lì per alcune settimane, tutto pagato dalla loro Federazione: è stato fantastico oltre che super utile e vantaggioso per noi.
Quali sono le vostre ambizioni olimpiche? Puntate a una medaglia?
Certo che sì (ride, ndr)!tutti vogliono le medaglie. Penso che il successo nella North American Cup (nel bob a quattro maschile di novembre, ndr), sia per gli uomini che per le donne (con il bronzo di Mica Moore, ndr) abbia colto molte persone di sorpresa. Questo perché gareggiavamo contro canadesi e americani sul ghiaccio di casa loro, eppure li abbiamo battuti. Quel risultato ha creato molte aspettative ed anche un po’ di entusiasmo in vista dei Giochi. Ovviamente la concorrenza non manca, ci sono per esempio i tedeschi che sono incredibili. Ma puntiamo a far il miglior piazzamento di sempre nella nostra storia. Vogliamo pensare, non solo a quest’anno, ma anche alle edizioni del 2030 e 2034.
Considerando il clima diverso, questa è la sfida principale per voi?
In realtà credo che tutti si acclimatino in un tempo relativamente breve. Il successo nel bob viene dalla partenza, dalla rapidità. È sicuramente una cosa che i giamaicani hanno nel DNA, giusto? Basti pensare al successo nell’atletica leggera: nella nostra disciplina c’è un blocco di partenza e tutto è legato alla partenza più veloce. Abbiamo “preso” quell’atletismo e l’abbiamo messo dietro la slitta e, pian piano, stiamo raccogliendo risultati.
Secondo te, perché sta avendo così tanto successo uno sport invernale molto lontano da voi?
Se non fosse stato per chi ha iniziato tutto alle prime Olimpiadi di Calgary e per la produzione della pellicola Cool Runnings, forse non ci sarebbe stato interesse. Non riguarda solo i giamaicani, ma anche altri Paesi caraibici come Trinidad o il Brasile. Il film ha aiutato a creare consapevolezza e ispirazione. Tutto è possibile: vedere che delle persone, in passato, sono riuscite, aiuta e non poco.
Pensate di creare un programma per i giovani che vogliono iniziare questo sport?
Sì, è importante. Abbiamo la campagna “Home Away from Home” per chi si allena fuori dalla Giamaica, e il programma “Hometown Roots” che porta i giovani talenti in varie location dell’isola per scoprire nuovi potenziali atleti. Poi, li portiamo a New York per farli provare sul ghiaccio. C’è tantissimo talento, va solo scovato.
Hai avuto modo di parlare con gli atleti arrivati a Cortina? Che impressioni hanno avuto?
Da quello che sento si stanno ambientando, per ora va tutto bene. È un po’ presto, ma tutto sembra andare al meglio. Le slitte sono arrivate sane e salve così come gli atleti. C’è una grande differenza tra Cortina e Milano. Sarà molto diverso.
Avete già deciso il portabandiera?
Sì, la Giamaica sarà rappresentata, al maschile nello sci alpino e nel bob al femminile. Henry Rivers Jr. sarà il portabandiera per lo sci e Mica Moore per il bob.