Sento il fuoco delle Olimpiadi che arde dentro, intervista a Sofia Goggia

Una delle sciatrici più vincenti della sua generazione racconta una vita vissuta a mille all’ora, con tante cadute, tantissime rinascite e un appuntamento fisso nella mente: i Giochi Olimpici Invernali.
di Massimiliano Gallo 05 Febbraio 2026 alle 02:42
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L’atleta è anche vibrazioni. Qualcuno lo chiamerebbe sesto senso. Sensazioni particolari, uniche, che emergono in determinate circostanze. Un qualsiasi campo di gara, che sia un palazzetto, uno stadio, una pista da sci, in cui si vive quella condizione unica di sentirsi a casa. Di nuotare nella propria acqua. Per Sofia Goggia questo campo di gara è un luogo immateriale. Sono le Olimpiadi. Appuntamento che lei sente e vive in maniera speciale. Non è una condizione che lei può governare. È così e basta. È sempre stato così, sin da quando era bambina e il suo più grande sognava era partecipare e vincere le Olimpiadi. Come ha detto Julio Velasco, parlando ovviamente della pallavolo: «Dal punto di vista tecnico, è più difficile vincere un Mondiale. Ma dal punto di vista popolare l’Olimpiade ha una ripercussione che il Mondiale non ha».

Sofia Goggia è come se avesse il countdown dentro di sé. È alla vigilia della sua terza Olimpiade. Saltò quella che doveva essere la prima, nel 2014 a Sochi. La saltò per uno degli innumerevoli infortuni che hanno martoriato la sua carriera. Quella volta fu la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Ci andò da telecronista Rai. I suoi primi Giochi Olimpici furono quelli del 2018 a Pyeongchang, in Corea del Sud, e fu la prima italiana a vincere la medaglia d’oro in discesa libera. Tra gli uomini c’era riuscito solo Zeno Colò nel lontanissimo 1952. Quattro anni dopo, firmò un’impresa persino superiore. Il 23 gennaio, in seguito a una caduta nel SuperG di Cortina, le fu diagnosticata la distorsione del ginocchio sinistro con una lesione parziale del legamento crociato (già operato nel 2013), una piccola frattura del perone e una sofferenza muscolo tendinea. Ventitré giorni dopo, si sarebbe disputata la discesa libera olimpica di Pechino. Il suo crociato era appeso a un filo. È come se Sofia avesse vissuto al buio tutti quei giorni seguendo dentro di sé la direzione indicata per l’uscita dal tunnel. E, alla fine, vide la luce. Andò al cancelletto della discesa libera e fece segnare il miglior tempo. Durò poco, la svizzera Suter fu di sedici centesimi più veloce. Sul podio la sua fu la smorfia di una combattente, di chi la sconfitta fa fatica ad accettarla, anche perché la stagione aveva dimostrato che lei era nettamente la più forte in discesa.

Col tempo ha poi ammesso di aver capito il senso di quella straordinaria impresa. Un capolavoro di ostinazione, resilienza, capacità di soffrire. È l’altro lato dell’essere atleti, quello che le telecamere quasi mai mostrano. Le albe vissute ad allenarsi. I dubbi che ti assalgono. L’indispensabile corredo di sacrifici per riuscire a essere la più forte, la più veloce di tutti nonostante il destino ci avesse messo per l’ennesima volta lo zampino. Goggia ha tantissimo da dire sul rapporto tra sé e le Olimpiadi. Che stavolta hanno un sapore diverso. Non si disputano dall’altro capo del mondo ma in casa. Milano Cortina. che è proprio la dimora di Sofia. Il suo rapporto con l’emozione, lei che ha vinto 26 gare di Coppa del Mondo, è arrivata 23 volte seconda e 13 volte terza (62 i podi) più quattro coppe di discesa libera, un argento e un bronzo ai Mondiali.

Hai un feeling particolare con le Olimpiadi. Quali sono le motivazioni? Scatta qualcosa di alchemico? Percepisci un’atmosfera di straordinarietà?
Ho sempre avuto un feeling particolare con le Olimpiadi, i cinque cerchi sono sempre stati il mio sogno sin da quando ero bambina e nulla ha mai esercitato nella mia vita il fascino irresistibile dei Giochi. Il fuoco che arde in me per questo evento è sempre stato da un lato inspiegabile, ma dall’altro potentissimo.

Come ci si prepara a un’Olimpiade? Per giunta in Italia?
Lo sci è uno sport outdoor pieno di variabili, quindi diverso rispetto a tante altre discipline dove tutti i competitor hanno le stesse variabili, per esempio nuotatori o anche quelli dell’atletica che corrono magari nelle stesse condizioni. La loro variabile più grande è la variabile fisica e quindi riescono a pianificare tutta la programmazione, cercando di arrivare più in forma possibile. Nello sci invece è molto diverso perché c’è un calendario di Coppa del Mondo molto fitto che è giusto rispettare proprio per tararsi e testarsi in vista dell’evento olimpico. Sicuramente per questa Olimpiade occorrerà chiudersi in una bolla, cosa che non è stata così necessaria nelle precedenti due edizioni a cui ho partecipato, perché entrambe erano in Asia e quindi ero già molto isolata. Questa volta, in Italia, dovrò isolarmi particolarmente.

Da quanto tempo pensa a quest’appuntamento?
«Ero presente il 24 giugno del 2019 a Losanna, quando abbiamo vinto la candidatura di questa Olimpiade. È qualcosa a cui ho sempre pensato però è anche giusto, per quella che è la mia filosofia, vivere giorno dopo giorno.
Sofia Goggia è alla sua terza Olimpiade. I primi Mondiali li disputò nel 2013, a Schladming, a soli 21 anni. Quando fece tremare le più forti col quarto posto in supergigante a cinque centesimi dal podio. Qual è il combustibile per ottenere una carriera così longeva ad alto livello? Che cosa ti spinge ogni giorno a migliorarsi per restare al vertice?
Sicuramente sono molto devota alla vita di atleta, la mia carriera non è stata così longeva perché ho subito tante operazioni chirurgiche, ben sette. Visto tutto quello in cui sono incappata a livelli di infortuni, è già un miracolo sciare e riuscire a esprimere determinate qualità fisiche. Ad ogni modo, quello che mi spinge a migliorare e a restare al vertice è la voglia di sciare forte, di poter esprimermi al massimo, di scoprire il mio potenziale e soprattutto quell’emozione di vedere la luce verde quando tagli la linea del traguardo.

La luce verde. Quella sensazione di cui parlò Federica Pellegrini nel bellissimo documentario Underwater. Il cronometro come giudice inappellabile.
Tutto dipende dal tempo, effettivamente tutto è sempre dipeso dal tempo. Il tempo è l’unico giudice supremo che può essere amico o nemico ma è un concetto oggettivo, senza perdono caritatevole, senza nessuna scusa.
Sofia Goggia è l’emblema della grinta, della rabbia agonistica, della determinazione. Quanta ne ha ancora dentro di sé?
Penso di avere ancora tanta carica agonistica e che sia una delle mie qualità migliori. Ovviamente gli anni sono un po’ passati rispetto a quando ho iniziato a sciare in Coppa del Mondo e tante cose sono cambiate. I numeri, per altro, parlano da soli. Però per noi atleti la prossima gara è sempre la più importante e penso che finché avrò il desiderio di migliorarmi e finché avrò voglia di lanciarmi senza paura a 130 km/h, per il puro divertimento a praticare questo sport, continuerò a farlo.
Hai paura del giorno in cui i sacrifici della vita da atleta cominceranno a pesare? O ti senti in pace con te stessa e quando succederà, succederà?
Quel giorno per me non è ancora arrivato. Anche se, adesso che ho compiuto 33 anni, devo dire che ogni tanto mi sembra che le energie non siano più quelle di quando ne avevo 25, quindi da questo punto di vista devo gestirmi. Quando succederà, succederà e farò magari scelte diverse. Le cose possono pesare di più negli anni, l’importante è sempre la gioia con cui le si affronta.

Sei stata una delle poche sciatrici in grado di bucare lo schermo, di arrivare anche al cuore degli italiani che a stento sanno che cosa sia un intertempo. Da cosa dipende secondo te? Dal modo di sciare, sempre al limite? Dal tuo linguaggio così lontano dallo stereotipo degli atleti di montagna. O da altro?
Secondo me ci sono tanti atleti che magari vincono tanto e anche di più, ma non arrivano come persone; e ci sono invece atleti che magari vincono meno e che arrivano forse di più, forse per la capacità di creare una maggiore empatia con il pubblico, di sentirsi una persona normalissima che a volte compie un gesto sportivo estremamente bello, come nel mio caso. Penso di sentirmi vicina a tante persone, un po’ per la mia storia fatta di cadute e di resistenza mentale, per il non voler mollare e nel volere sempre rialzarmi. Ma soprattutto per il fatto di essermi mostrata anche fragile e molto umana, nonostante tutti abbiano una considerazione di me forse un po’ distorta. Non credo che sia dettato dal linguaggio ma dallo stereotipo delle atlete di montagna, uno stereotipo che secondo me dovrebbe essere sfatato.

Tanti sport oggi, pensiamo ad esempio al calcio e al tennis, sono caratterizzati dal dibattito sull’eccessivo numero di partite. Per lo sci vale forse il problema opposto, la stagione si sta accorciando e tu sei andata controcorrente suggerendo di disputare gare d’estate nell’emisfero australe. Come è stata recepita la sua idea?
Credo che la mia idea non sia stata per nulla recepita. Mi hanno semplicemente chiesto cosa si potrebbe fare, dal mio punto di vista, per garantire allo sci ascolti tv per un arco di tempo più ampio, allora ho proposto di spezzare la stagione in due inverni: uno nell’emisfero australe e un altro nell’emisfero boreale. Proprio per dare più continuità al nostro sport. Però mi rendo anche conto che le persone, in estate, non vorrebbero collegarsi la sera, per esempio dalla Sardegna, per vedere una gara di sci. Ad ogni modo la stagione per noi sciatori parte a novembre e dura fino a fine marzo, senza soluzioni di continuità. È molto intensa e ci sono ritmi molto molto serrati. Non puoi saltare una gara. E comunque anche l’off season è molto lungo e stancante.

Credi che lo sci stia realmente cercando soluzioni per sopravvivere ai mutamenti ambientali?
No. Non credo, l’unica soluzione adottata è quella di sparare neve artificiale. Basti pensare che anche sulle Alpi svizzere il 50% della neve dei resort in cui siamo è sparata e artificiale. È innegabile che le temperature in questi anni ci hanno portato a correre tante gare su una neve adattata trattata con il PTX ossia il sale che tende a far raggrumare e rapprendere la neve quando, a causa delle alte temperature, non lega più.
Non per accorciarti la carriera, ma nel tuo futuro ti immagini ancora nello sport a livello dirigenziale? Oppure sogni altro per te?
Sinceramente, non ci ho ancora pensato. Quella di entrare nello sport a livello dirigenziale è un’opzione che vaglierò. Penso che la valuterò se mai dovesse presentarsi l’ipotesi nel mio futuro, per ora sono ancora molto concentrata sugli ultimi anni della carriera e poi in futuro sono certa che la vita. mi offrirà molte sliding doors e potrò scegliere tranquillamente cosa fare.

Da Undici n° 66
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