Preparare il ghiaccio per le gare dei Giochi Olimpici Invernali è una cosa complicatissima

Se ne occupano i cosiddetti "Maestri", che lavorano in modo diverso da sport a sport. E devono tener conto di un'infinità di variabili.
di Redazione Undici 10 Febbraio 2026 alle 13:25

Ogni volta che iniziano le Olimpiadi Invernali, è praticamente inevitabile, ci sono dei dubbi – se non delle vere e proprie polemiche – sul ghiaccio. Che a prima vista può sembrare un elemento semplice da ottenere e da realizzare, ma la realtà – come succede sempre – è decisamente più complessa. Ed è per questo che in tutte le edizioni, quindi anche a Milano Cortina, vengono assoldati dei veri e propri “maestri del ghiaccio” che hanno un compito preciso: preparare al meglio le superfici su cui si svolgono le gare di curling e di pattinaggio, il torneo di hockey e tutte le altre discipline che si svolgono nei palazzetti.

La BBC ha dedicato un approfondimento a queste figure e a quello che fanno per “preparare” il cosiddetto Ghiaccio Olimpico. Ed è un approfondimento interessante, anche perché l’intera procedura segue dei principi che vanno in molte direzioni, dalla chimica e alla fisica pure fino all’edilizia e all’estetica. Tutto inizia con cinque centimetri di isolante posato sul pavimento in cemento. Poi una barriera al vapore viene posizionata sopra l’isolante, prima che gli ingegneri stendano sopra dei materassini contenenti glicole etilenico – un composto che serve per mantenere il ghiaccio freddo. Intorno alla pista vengono poi posizionate delle tavole e delle pareti di vetro; sopra vengono aggiunti circa cinque centimetri d’acqua, ed è prprio in questo punto che si creano le lastre di ghiaccio. In seguito la superficie viene dipinta di bianco e sigillata, con l’aggiunta di loghi e di tutti gli altri orpelli estetici. Infine, la pista viene ricoperta con tre o quattro centimetri d’acqua, la cui temperatura viene mantenuta tra i cinque e i quattro gradi sotto zero.

Il maestro del ghiaccio Mark Messer, che supervisiona la gara di pattinaggio di velocità su pista lunga, ha spiegato come la parte più difficile del suo lavoro sia «implementare un nuovo sistema per un evento di così alto profilo, il tutto avendo pochissimo tempo per la preparazione». Un altro problema molto significativo riguarda il formato – inteso come caratteristiche e consistenza – del ghiaccio stesso, che varia da sport a sport: «La gente non si rende conto di quanti tipi di ghiaccio esistano, uno per ogni disciplina. A seconda di ciò che devono fare gli atleti, può essere più morbido o più duro, più caldo o più freddo».

Ecco un po’ di esempi/spiegazioni: l’hockey su ghiaccio richiede una superficie più dura per consentire agli atleti di fermarsi immediatamente quando necessario; il pattinaggio di velocità su pista lunga richiede una superficie di ghiaccio sottile e dura, che è la più fredda tra tutti gli sport olimpici su ghiaccio; nel pattinaggio artistico, il ghiaccio deve essere più caldo e avere una superficie più morbida per consentire atterraggi ammortizzati. Se il ghiaccio è troppo freddo, potrebbe frantumarsi all’impatto. Tuttavia, nel pattinaggio di velocità su pista corta, il ghiaccio deve essere più sottile e più freddo.

È inevitabile, in condizioni del genere, che anche le caratteristiche dell’acqua facciano una certa differenza: i maestri del ghiaccio hanno anche il compito di misurarne il pH, in modo da rimuovere impurità che potrebbero creare ostacoli alla sicurezza degli atleti. Devono anche verificare che ci sia la giusta quantità di solidi totali disciolti, ovvero il contenuto combinato di tutte le sostanze organiche e inorganiche, come i minerali, presenti nell’acqua: se la quantità è elevata, il ghiaccio può diventare torbido, ma se la quantità è troppo bassa, il ghiaccio non si legherà e potrebbe rompersi. Insomma, si può dire: dentro i palazzetti di Milano Cortina 2026, sotto i pattini degli atleti, c’è un materiale difficile da creare e difficilissimo da manutenere. Roba da maestri, per dirla in una sola frase.

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