A prima vista poteva sembrare una sfida impari. Da una parte la Germania, con tre piste permanenti e una quarta talvolta attiva, dall’altra la Gran Bretagna, priva di qualsiasi impianto su ghiaccio. Eppure, ai Giochi Olimpici di Milano-Cortina. è stato il britannico Matt Weston a prendersi l’oro nello skeleton maschile, superando i tedeschi Axel Jungk e Christopher Grotheer.
Questo oro ha confermato una leadership, da parte di Team UK, costruita su basi solidissime. Perché se è vero che nel Regno Unito non esistono piste di ghiaccio, è altrettanto vero che lo skeleton britannico è una potenza strutturata. Le radici di questo dominio affondano nei primi anni Duemila: era il 2002 quando Alex Coomber ha conquistato il bronzo olimpico dopo aver iniziato quasi per caso, dopo aver vinto una prova di Coppa del Mondo appena undici giorni dopo la prima discesa in carriera. Si allenava in casa con una slitta artigianale ideata dal marito: un vassoio da tè con ruote da skateboard e maniglie da bagno adattate. Un’immagine romantica, ma lontana dall’attuale realtà.
La svolta è arrivata nel 2006 con l’argento olimpico di Shelley Rudman. Da quel momento UK Sport, l’ente che finanzia lo sport olimpico e paralimpico britannico, ha visto nello skeleton la disciplina invernale con il miglior rapporto tra investimenti e possibili risultati. I fondi provenienti anche dalle lotterie nazionali, hanno iniziato a fluire in modo strutturato. Oggi il budget specifico per questa disciplina si avvicina al milione e mezzo di euro annui, senza contare l’imponente supporto scientifico e tecnologico che ruota attorno al progetto.
La differenza, infatti, la fanno ricerca e innovazione. Nel 2010, grazie anche al supporto degli ingegneri e delle gallerie del vento di McLaren, è arrivato il primo oro con Amy Williams. L’inizio di un’era tecnologica: slitte evolute, studi aerodinamici e, più avanti, le celebri tute senza cuciture che fecero tanto discutere ai Giochi Invernali di PyeongChang nek 2018 hanno contribuito a mettere insieme un bottino straordinario. Lizzy Yarnold ha bissato l’oro già conquistato a Sochi 2014, mentre Laura Deas fu bronzo; Dominic Parsons, inoltre ha riportato la Gran Bretagna sul podio maschile dopo 70 anni.
Nel 2022 si è registrati un rallentamento, complice una fase di disimpegno dal punto di vista degli investimenti. Ma la reazione è stata immediata. Sono stati potenziati gli staff tecnici con l’arrivo di Martin Dukurs come direttore sportivo e del tecnico austriaco Mathias Guggenberger. Centrale anche il ruolo della scienziata Natalie Dunman, inserita strategicamente nel progetto già dal 2019. Il lavoro si concentra su dettagli minimi ma decisivi: galleria del vento a Manchester, rotaie di spinta da 140 metri a Bath, biomeccanicamente equivalenti alla partenza su ghiaccio, che incide per il 30% sul risultato e simulatori di ultima generazione che compensano la mancanza di piste nazionali. Anche la selezione degli atleti segue criteri scientifici. Weston, prima di dedicarsi allo skeleton, era stato vicecampione mondiale junior di taekwondo e aveva giocato a rugby: potenza ed esplosività come prerequisiti ideali. La ricerca dei centesimi ha portato perfino alla progettazione di un casco ispirato alle prove a cronometro del ciclismo, poi bocciato dalla federazione internazionale nonostante il ricorso al TAS.
Ora l’attenzione si sposta su nuovi studi: ricercatori britannici stanno analizzando perfino la pressione del morso durante la discesa per valutare le forze G sopportate dagli atleti, paragonabili – secondo alcune stime – a quelle dei piloti da combattimento. Il paradosso resta dominare uno sport del ghiaccio senza avere il ghiaccio. Ma l’assenza di piste è diventata quasi un vantaggio economico. Ogni discesa costa circa 30 euro e ai britannici bastano 140 prove l’anno, l’equivalente di due ore e mezza complessive, per restare al vertice. Weston, già due volte campione del mondo ed europeo, ha aperto a Milano-Cortina un nuovo capitolo. E difficilmente sarà l’unico podio britannico in questi Giochi.