Una vittoria storica per la prima medaglia centrata alle Olimpiadi Invernali da un atleta sudamericano. La firma è d’autore perché Lucas Pinheiro Braathen è uno sciatore diverso dai colleghi. Non è soltanto per la bandiera che rappresenta, il Brasile che gongola per il sigillo che proietta i verdeoro«come terza forza delle Americhe negli sport invernali» (copyright di Emilio Strapasson, presidente della Confederazione degli sport su ghiaccio).
Il successo dell’ex norvegese, che nel gigante sullo Stelvio si è imposto davanti al favorito svizzero Marco Odermatt, segna una rottura con il passato, perché premia chi osa e non si omologa allo standard. Che è, poi, la sintesi dei primi 25 anni di vita di Braathen, diviso tra due Paesi simbolo di culture agli antipodi e sport che non collimano.
Il calcio è religione a Rio de Janeiro, sciare è naturale per chi gravita a Oslo e dintorni, così Lucas è cresciuto in uno spazio sospeso, tra due mondi che scorrono ma non si incontrano. E se al pallone ha preferito i bastoncini da sci grazie all’insistenza di papà Bjorn, da quando ha nove anni si è dedicato alle piste senza mai snobbare il samba. Un binomio che torna quando accenna alcuni passi prima di visualizzare le porte che scavalla con eleganza, completando quella miscela che lo distingue dai colleghi con gli scarponi.
Se ne sono accorti tutti subito delle doti del giovane Braathen, capace di guardare gli avversari dall’alto già a 20 anni in Coppa del Mondo (con la vittoria in slalom a Sölden). Era uno degli atleti di punta della squadra norvegese, ma la rigidità nordica fatica con l’estro sudamericano, ancor più con la ricerca di un ragazzo che percepisce lo sport come un mezzo per trovare se stesso. «Per me sciare è come una danza con la natura, un’esperienza di puro divertimento».
Raggiungere l’apice senza scendere a compromessi con il proprio ego è stata la sfida di Braathen, diventato definitivamente Pinheiro dopo aver voltato le spalle alla Norvegia (ottobre 2023) per abbracciare i generosi piani costruiti ad hoc per lui dal Brasile (marzo 2024).
In mezzo, però, c’erano le tensioni con la Federazione dei fiordi, poco incline a supportare le richieste di libertà in tema di sponsor tecnici di Braathen, interessato a definire pure i dettagli del proprio stile, dentro e fuori il circo bianco. «Rappresentare il Brasile mi permette di tornare allo sport nei miei termini: chi sono, la mia personalità, come scelgo di vestirmi. Le persone avranno ancora le loro idee, e a me sta bene, ma nessuno può penalizzarmi per questo».
Dover soddisfare gli altri invece che se stesso, del resto, è un concetto abbandonato presto da Pinheiro, che già da giovanissimo aveva idee precise su cosa fare e ancor più cosa essere: «Provavo a vestirmi come gli altri per compiacerli, sentirmi uno di loro. Ero arrivato a perdere me stesso, non sentivo di avere alcuna identità. Ho sempre ammirato gli atleti come Dennis Rodman, quelli più forti dei giudizi degli altri. E ho sempre avuto bisogno di osare, di esprimermi anche attraverso la moda, ma mi ci sono voluti 18 anni prima di dire: “Sai che c’è? Sarò Lucas e basta!”».
Se c’era ancora qualcuno che nutriva dubbi sulle capacità atletiche, tecniche e dialettiche del nativo di Oslo, dopo che ha scritto una pagina di storia delle Olimpiadi Invernali le critiche si sono sciolte e le chiacchiere azzerate.