Perché il quarto kit della Juventus ha le strisce orizzontali, spiegato da chi lo ha creato

Intervista a Giampaolo Sgura, che ha realizzato il quarto kit con adidas e il club: lo vedremo in campo nel match contro il Como.
di Francesco Paolo Giordano 20 Febbraio 2026 alle 11:01

Una polo rugby, un item per una giornata con gli amici o una maglia da calcio? Tutte e tre queste cose insieme: il nuovo quarto kit della Juventus, realizzato insieme ad adidas e Studio Sgura, è un cambio di paradigma, sospinto da un cambio di “direzione”: la rotazione delle classiche strisce bianconere, che da verticali diventano orizzontali. Una visione creativa nuova che poggia, come accade per le quarte maglie, sulla volontà di creare un dialogo tra performance e lifestyle – come dicevamo all’inizio, questa maglia da gioco può essere contemporaneamente altre cose rispetto alla funzione originaria. La “curatela” di Studio Sgura, che firma le campagne fotografiche del club bianconero e con cui c’è una collaborazione che va avanti da tempo, è il passepartout per un mondo extrasportivo.

La maglia, che verrà indossata in Juventus-Como del 21 febbraio, trae ispirazione da un capo di rappresentanza dei bianconeri della stagione 1996/97. Anche i numeri sulla schiena, di colore rosso, sono un legame con altre maglie juventine del passato, tra cui un’altra di fine anni Novanta (1998/99). Il ritorno delle maniche lunghe è poi un’altra suggestione vintage, anche se pienamente rispondente all’idea di un capo da utilizzare fuori dall’ambito performance.

Questo equilibrio tra passato e futuro, tradizione e innovazione, campo e passerella, pone questa maglia tra gli esempi più riusciti nel fare da ponte tra calcio e moda. Ne abbiamo parlato con Giampaolo Sgura, che con il club juventino ha già avuto modo di collaborare da vicino: dalla mostra fotografica “Black & White”, presentata alla Milano Fashion Week 2022, allo Zebra Club Event durante la Milano Fashion Week 2024, la volontà di esplorare l’estetica calcistica attraverso una lente culturale e creativa è stata la base solida di questa collaborazione.

Perché hai scelto di partire da quella maglia di metà anni Novanta?

«Spulciando tra tutte le varie maglie, quella mi ha attirato di più a livello concettuale. Avevo voglia di fare qualcosa di diverso: quella maglia mi apriva le porte a un’esplorazione più concettuale e ho deciso di partire da lì. Anche se quelle righe sono molto larghe rispetto alle righe della Juventus (che sono verticali e più sottili), ho mediato le due cose e ho iniziato il processo creativo per arrivare a questo risultato».

La cosa che salta più all’occhio è ovviamente la diversa disposizione delle strisce.

«È proprio il cuore del progetto. Non significa negare la storia o la tradizione, ma metterla in movimento, farla correre verso il futuro. Per me la maglia non è un oggetto fine a se stesso o un semplice elemento grafico, ma un motivo di conversazione, di confronto e di apertura. Per questo ho scelto un gesto “disruptive”: ruotare le righe di 90 gradi. È una cosa che non è mai stata fatta, quindi è logico che una grafica del genere creerà dissenso o amore. Le novità che portano rottura sono sempre molto apprezzate, ma anche molto criticate; la mia creatività voleva proprio stimolare questo momento di riflessione. Per me, le righe verticali sono un simbolo di limite: visivamente non le oltrepassi perché ti danno un senso di blocco. Girarle, invece, porta visivamente a un senso di dinamismo, di velocità e di performance. Le righe si ribaltano, prendono possesso dello spazio e seguono il gesto atletico. Al tempo stesso, le righe orizzontali mi danno tranquillità e mi ricordano l’orizzonte. Ci sono tanti motivi che mi hanno portato a creare la maglia in questo modo».

Questo effetto novità, disruptive, effettivamente è quello che ci si aspetta da chi ha uno sguardo laterale rispetto agli addetti ai lavori.

«Io volevo fare qualcosa di completamente diverso rispetto alle altre maglie. Sicuramente è uno shock, ma non è un attacco al calcio o alla sua storia, è guardarlo da un’altra angolazione per capire che l’identità non è chiusura, che la tradizione non vuol dire immobilità. Questo gesto grafico semplice, ma evidente, serve a dire che il calcio può essere uno spazio più inclusivo, contemporaneo e intelligente. Uno spazio dove la passione non diventa aggressione e dove lo stile, come il pensiero, può essere un atto di apertura. La mia idea non è creare uno shock fine a se stesso, ma aprire una conversazione. Devo dire che mi aspettavo di essere stoppato la prima volta che ho presentato la maglia a righe. Invece hanno detto subito di sì. Ruotare le strisce è un modo per capire cosa pensano i tifosi, ma anche chi non lo è. Mi piace il clash di questo concetto, perché voglio che questa maglia vada fuori dal calcio: in discoteca, in vacanza, nel guardaroba di una donna. Questo è l’obiettivo di questo progetto per me».

E quindi che tipo di maglia avevi in mente?

«Volevo fare una maglia che avesse la classicità di una polo a manica lunga col bottone, che ricorda le maglie classicissime di Ralph Lauren o quelle a righe di Jean Paul Gaultier. Sono codici della moda iconici, quindi è facile pensare che una polo a maniche lunghe con righe orizzontali sia facilmente indossabile nella vita reale. Non è come altre maglie fatte in passato dalla Juve con tanti grafismi e sponsor che restano capi da performance; volevo una maglia semplice da poter mettere tutti i giorni.

Che è un po’ quello che si ritrova nel concept della campagna fotografica.

Fa parte di tutto il processo: da quando ho iniziato a disegnare fino all’ultima correzione della fotografia era tutto coordinato. Ho ricreato un momento di unione e gioia, come un pranzo tra una squadra di amici che si divertono indossando la maglia, ma anche uno smoking, una felpa col cappuccio o una t-shirt bianca. Volevo dare un’immagine di diversità e libertà; ognuno ha interpretato la maglia in modo diverso. Thuram si è messo l’accappatoio e gli occhiali da sole, altri lo spolverino antipioggia, altri lo smoking. L’obiettivo era creare un momento di condivisione davanti al cibo e un bel bicchiere di vino».

Nello shooting troviamo anche gli altri pezzi della capsule.

«Sono tutti capi bianchi o neri. C’è una t-shirt bianca e una t-shirt nera a manica lunga, che dietro hanno un collage che ho fatto a mano con delle mie fotografie. Sono diverse immagini del mio archivio che ho tagliuzzato e incollato facendo un “mostriciattolo” che abbiamo appiccicato dietro. Poi c’è una felpa col cappuccio nera, con un fit bello, molto cool e streetstyle come genere. C’è uno sweatpant, e poi una cargo jacket e un cargo pant, entrambi ispirati al workwear. Ho cercato di tenere questa tendenza che c’è nella moda oggi e riportarla in questa piccola capsule, rapportandola a quella visione fashion attuale per cui tutti i grandi brand vanno dietro al concetto di workwear».

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