In un’America che festeggia la vittoria olimpica della Nazionale femminile di hockey contro il Canada c’è una parte del Paese che grida di gioia ancora più forte. Sono le urla che partono da Cleveland Heights, sobborgo di 40.000 anime a breve distanza dalla più nota città dell’Ohio, e tratteggiano un abbraccio comune per i quasi 50 milioni di afroamericani distribuiti negli Stati Uniti. Per loro il successo all’overtime nella finale a cinque cerchi vale molto di più di una medaglia: è il sinonimo di una rivincita per l’intera comunità. Merito di Laila Edwards, 22enne dal fisico statuario e idolo di piccoli e grandi appassionati del disco. Non solo perché una sua giocata ha portato al pareggio americano in una finale condotta sin dall’inizio dalle rivali di sempre, ma anche per essere la prima donna afroamericana a esordire e vincere un oro olimpico con la Nazionale di hockey a stelle e strisce.
Così giovane e promettente, tanto da essere indicata come una delle prime tre scelte nel draft della Professional Women’s Hockey League in programma il prossimo giugno, Laila è un simbolo di riscatto per quell’ampia fetta di americani spesso tagliati fuori da certe dinamiche, sociali e sportive. Come l’hockey, che tra i vari sport nazionali negli States è quello da sempre circoscritto ai bianchi: d’altronde una ragazza nera non si era mai vista prima sul ghiaccio. Concetti noti e motivanti per la famiglia Edwards, con papà Robert deciso presto a rompere il tabù e aprire orizzonti inediti per i figli: “A 3 anni mi ha messo sui pattini, tutti i giorni in pista, poi a 9 anni mi ha fatto scoprire l’hockey, che da allora è il mio tutto”, ha spiegato la Queen of Cleveland, soprannome affibbiato dalle compagne dopo la tripletta siglata contro la Finlandia nella semifinale dei Mondiali 2024.
Con i festeggiamenti sul ghiaccio milanese Edwards ha chiuso un cerchio lungo otto anni: “È da quando avevo 14 anni che sognavo l’Olimpiade, dopo aver guardato in tv il nostro successo in Corea contro il Canada, pensando alle enormi emozioni provate dalle giocatrici. In quel momento decisi di voler fare la stessa cosa, di allenarmi duramente per farcela”. Milano è stato il punto d’arrivo di un viaggio lungo e ricco di sacrifici per Laila e la sua famiglia, che per inseguire il sogno hanno dovuto convivere a lungo con la lontananza, quando la Bishop Kearney Academy di Rochester, nello stato di New York, ha assicurato una borsa di studio per meriti sportivi alla 14enne di Cleveland Heights. “Non so quante persone sarebbero disposte a rinunciare a così tanto per inseguire un sogno”, ha detto all’Associated Press ripensando al passato mamma Charone Gray, consapevole alla fine di essere in credito con la fortuna: “Abbiamo scoperto gli Stati Uniti e il resto del mondo grazie all’hockey, grazie a quella borsa di studio”.
Seppur staccata presto dalle sue radici, Laila non ha mai reciso il filo con la sua cittadina. Al contrario, è diventata il volto della comunità che ha abbattuto un muro considerato impenetrabile. Attirare l’attenzione con la percezione di essere diversa non è mai stato un freno per Edwards, che a cinque anni ha iniziato a comprendere cosa significasse essere l’unica ragazza di colore all’interno di una squadra. “Aveva un buon equilibrio, mostrava intelligenza in campo e così ha iniziato a farsi strada”, ha detto in proposito Pat Bauman, il primo allenatore di Laila ai tempi in cui militava nelle Cleveland Heights Tigers Mites B.
Nessuno in città le ha voltato le spalle, ma anzi le istituzioni ne hanno seguito le orme, sostenendo in ogni istante la rivoluzione afroamericana dell’hockey. Naturale, perciò, che per la finale dei Giochi olimpici invernali la folla abbia riempito il Cleveland Heights Community Center. Non c’era una squadra cittadina da tifare, ma una ragazza che giocava per qualcosa di più grande: l’orgoglio per una medaglia d’oro, equivalente a un riscatto collettivo. “L’orgoglio che il duro lavoro di Laila ha suscitato nella gente è immenso. Abbiamo promosso iniziative per guardare insieme le sue partite e le abbiamo inviato il nostro affetto attraverso i social media. Il numero di commenti e like ricevuto è superiore a quello che abbiamo mai avuto: il coinvolgimento e il senso di orgoglio che ha avvolto la città è un grande segno di buona volontà”, ha dichiarato al Guardian Jessica Schantz, responsabile della comunicazione di Cleveland Heights.
La vicinanza tra Edwards e la sua comunità si è rivelata vincente anche per superare i limiti finanziari della famiglia di Laila. A corto di denaro per sostenere le spese del viaggio in Italia per l’intera famiglia (10 persone inclusa la 91enne nonna Ernestine Gray, la prima che Laila cerca con lo sguardo quando entra sul ghiaccio), la soluzione è arrivata grazie a una raccolta fondi lanciata su GoFundMe, supportata da tanti concittadini. Inclusi i due nativi più noti alla cronache nazionali, ossia i fratelli Travis e Jason Kelce, protagonisti in NFL (e con Taylor Swift), che hanno donato 10.000 degli oltre 60.000 dollari necessari per godersi la prima Olimpiade della Queen di Cleveland Heights. “È bello sapere che tanti afroamericani hanno iniziato a seguire l’hockey dopo l’arrivo in Nazionale di Laila – ha chiosato mamma Charone – Ancora più bello è guardare le ragazzine avvicinarsi a mia figlia per chiedere un autografo: a loro non importa che sia una ragazza di colore, perché vedono in lei una grande giocatrice di hockey. Ed è questo ciò che conta”.