L’immagine della serata è un profondo inchino davanti al pubblico bergamasco. Tutto in piedi, ad applaudire la nuova guida tecnica che ha riportato l’Atalanta al massimo dell’adrenalina europea: era tanto che Raffaele Palladino aspettava partite come questa. Perché non è stato facile entrare in corsa in un club così importante, così carico di aspettative. Eppure oggi, dopo neanche un quadrimestre alla guida della squadra, quest’Atalanta è già straordinariamente sua. Ed è anche agli ottavi di Champions, nonché di nuovo in corsa per il quarto posto in campionato. Come da gasperiniana tradizione. «Nonostante il poco tempo a disposizione, è riuscito a toccare le corde giuste: Palladino è davvero un allenatore predestinato», dice di lui Luca Percassi.
Sarà la sbornia innescata dal rigore di Samardzic al 98esimo, ma le parole dell’amministratore delegato nerazzurro affondano le radici in un percorso netto, costante, reiterato. Se tre indizi fanno una prova, Palladino li ha già messi in mostra in nemmeno quattro anni sulle panchine di Serie A. Prima e dopo di lui, il Monza, nel massimo campionato italiano, semplicemente non è mai stato fuori dalla zona retrocessione. Nulla a che vedere con l’11esimo e il 12esimo posto, che a Palladino valsero il pass per Firenze. Già, la Viola: avete visto che psicodramma, di questi tempi? Questa primavera sarà un sospiro di sollievo conquistare la salvezza, dalle parti del Franchi. Un anno fa invece si festeggiava l’Europa. In una piazza tesa, esigente, che a Palladino ha imputato colpe non sue – e il rendimento successivo l’ha brutalmente confermato. A Bergamo, lo scorso novembre, aveva raccolto le ceneri del disastro tecnico lasciato da Ivan Juric: un’involuzione impressionante, per rapidità e modalità, rispetto alla brillantezza costante della lunga era Gasp. Nel giro di pochi mesi, con un’identità diversa ma altrettanto efficace, meno spettacolare e perfino più solida, quest’Atalanta ha ritrovato il fil rouge con le stagioni più belle del suo passato recente.
Tutto questo all’insegna di un gioco dinamico, ricercato, intelligente. Sempre accorto a sfruttare al massimo le caratteristiche dei propri interpreti: siano pure le sgroppate di Carlos Augusto, gli inserimenti di Colpani, o i gol di Kean investito di un ruolo da uomo-reparto capace di esaltarlo come mai nella sua tribolata carriera. E di nuovo, Palladino a Bergamo non ha perso il tocco: sta valorizzando i giovani – Ahanor e Bernasconi su tutti – e sta portando un ariete come Krstovic al salto di qualità europeo; inoltre sta facendo il massimo nonostante una squadra limitata dagli infortuni proprio sul suo versante più creativo – De Ketelaere, Raspadori. Non è un caso che, nelle ultime due ultime partite decisive contro Napoli e Dortmund, l’asse della rimonta abbia poggiato su due giocatori fino a poco tempo fa indietro nelle rotazioni: Pasalic e Samardzic. Che invece Palladino ha avuto la bravura di tenere ben saldi dentro il progetto – l’ex Udinese era considerato in uscita nel mercato di gennaio – per poi inserirli al momento giusto. I singoli che rispondono da squadra.
È anche da queste piccole cose che si vede il valore tattico e gestionale di un allenatore. Palladino non avrà avuto chissà quali santi in paradiso, non sarà stato spinto da un particolare hype attorno alla sua figura. Per lui si può usare la parola “sottovalutato”. Eppure sta riuscendo dove molti altri candidati ideali hanno fallito o sono ancora in via di realizzazione: diventare un potenziale “Guardiola italiano”, cioè un ex giocatore che di punto in bianco si è ritrovato su una panchina di Serie A e ha dimostrato di essere all’altezza. Sia nella lotta per non retrocedere. Sia nella corsa all’Europa League. Sia in quella per la Champions, partendo dalla seconda metà della classifica. Fino a realizzare un poker in rimonta che è già negli annali del calcio bergamasco. E non solo. «Questa rimonta resterà nella storia del calcio italiano. La più bella partita da quando alleno», sorride lui senza falsa modestia. Chi gli è attorno, non fa che ribadire il concetto: «Palladino ci ha permesso di ritrovare noi stessi», lo incorona Scamacca; secondo Percassi, «l’impresa contro il Borussia è appena sotto la vittoria a Dublino». Quando l’Atalanta, con un altro allenatore e contro un’altra tedesca, vinse l’Europa League. Il brio di certe notti ha ribussato alla porta.