I calciatori si coprono la bocca in campo per salvaguardare la loro privacy, non solo per coprire gli insulti agli avversari, e ora per loro le cose si faranno più difficili

L'IFAB, l'organo che si occupa dell'istituzione di regole e funzioni nel calcio, starebbe pensando a severe sanzioni già a partire dal mondiale estivo.
di Redazione Undici 01 Marzo 2026 alle 19:24

Uno dei primi a mostrare questa particolare abitudine in Italia è stato Cassano. Nei suoi famosi dialoghi con arbitri, compagni e Capello ai tempi della Roma ha cominciato a coprirsi la bocca per non far intercettare alle telecamere il suo labiale. Da lì negli anni lo hanno imitato in tanti. Sono diventate famose le chiacchierate nascoste di Mourinho, Conte e Allegri, ma anche più recentemente anche Thiago Motta, Chivu e Tudor sono ricorsi spesso a questa pratica. Il problema, però, è che negli anni qualcuno se ne è approffittato per “coprire” qualche insulto agli avversari. Ecco, come riporta il Guardian, per loro le cose cambieranno. Una nuova proposta regolamentare, nell’ambito dei cambiamenti annunciati dall’IFAB, potrebbe accelerare l’introduzione di sanzioni per i calciatori che coprono la bocca durante le partite, già a partire dal mondiale estivo. Il tema è tornato al centro dell’attenzione dopo il presunto episodio di abuso di insulti razzisti nei confronti di Vinícius Júnior da parte del giocatore del Benfica Gianluca Prestianni.

Ma perché i calciatori sentono il bisogno di nascondere le parole in campo? Secondo un’analisi di The Athletic, alla base c’è soprattutto una questione di privacy. I giocatori utilizzano questo gesto per proteggere conversazioni personali, indicazioni tattiche o decisioni legate al momento di gioco. Una pratica ormai così diffusa da essere diventata quasi automatica. Il timore non è infondato. Da decenni, i media ma anche le stesse istituzioni calcistiche hanno assoldato lettori labiali per ricostruire quanto detto durante episodi controversi. È accaduto, ad esempio, nel famosissimo caso tra Marco Materazzi e Zinedine Zidane nella finale dei Mondiali 2006, e successivamente nella vicenda che coinvolse John Terry e Anton Ferdinand nel 2011. In quel caso, Terry era stato sanzionato dalla Federazione inglese per linguaggio offensivo e privato della fascia di capitano della Nazionale.

Va però sottolineato che la lettura del labiale non è una scienza esatta: anche i professionisti possono fraintendere contesto e sfumature di quello che viene detto. In un’epoca in cui clip e interpretazioni si diffondono istantaneamente sui social media, la cautela dei giocatori appare quindi comprensibile. Un calciatore di Premier League, rimasto anonimo, ha spiegato a The Athletic come il contesto sia radicalmente cambiato: un tempo eventuali frasi pronunciate in campo restavano confinate alle discussioni tra tifosi, oggi bastano pochi secondi su una piattaforma sociale perché una conversazione venga isolata, interpretata e riportata fino al club.

Il gesto di coprirsi la bocca si vede ormai in ogni situazione: durante discussioni tattiche, nei confronti con gli arbitri o anche in semplici scambi a fine partita. Persino allenatori noti per la loro comunicazione diretta, come Sean Dyche, lo fanno regolarmente a bordo campo. La diffusione di telecamere ad alta definizione e la presenza costante di smartphone sugli spalti rendono ogni parola potenzialmente pubblica. Lo ha dimostrato anche un episodio recente che ha coinvolto Declan Rice: pur parlando con la maglia davanti alla bocca, un microfono ha registrato le sue parole mentre commentava una provocazione ricevuta da un tifoso del Tottenham.

Quella di coprirsi la bocca è un’abitudine relativamente recente e, nella maggior parte dei casi, non nasconde segreti sensazionali. Spesso si tratta di normali scambi tra colleghi, simili a quelli di qualsiasi ambiente di lavoro. Ma quando il luogo in cui si parla è un campo da calcio d’élite, circondato da telecamere e da migliaia di spettatori pronti a registrare ogni dettaglio, anche la conversazione più banale può diventare qualcosa da proteggere. E nel calcio dell’era digitale, la privacy, anche di pochi secondi, è diventata un bene sempre più raro.

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