Mi aspettavo di venire al Milan e fare la differenza fin da subito, intervista ad Adrien Rabiot

Il centrocampista francese racconta la sua nuova esperienza in rossonero, il rapporto con Allegri, la sua storia, le sue prospettive, i suoi obiettivi.
di Francesco Paolo Giordano 05 Marzo 2026 alle 15:42
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La Restaurazione in casa Milan è cominciata in un giorno di tarda primavera. Una stagione complicata, aggravata da un doppio cambio di allenatore e culminata con la mancata partecipazione alla Champions League, per la prima volta nel giro di cinque anni, aveva imposto di agire tempestivamente per un’opera di ricostruzione immediata e tangibile: il calcio del Ventunesimo secolo corre veloce e non aspetta nessuno. Il ritorno di Massimiliano Allegri, l’allenatore del penultimo scudetto rossonero, ha rappresentato la prima e fondamentale pietra posta per ripristinare l’Ancien Régime, per riportare il Milan a navigare nelle ben note acque dell’aristocrazia italiana e internazionale. Ma sarebbero passati ben tre mesi prima che Allegri ritrovasse uno dei suoi fedelissimi, necessario per avviare il suo processo di riconquista: Adrien Rabiot.

È una storia da sliding doors, perché, se le cose a Marsiglia non avessero preso la piega sbagliata, complice un diverbio con un compagno di squadra, Rabiot non avrebbe imboccato la via del ritorno in Serie A. Quando il divorzio con il club francese non era più in discussione, la soluzione più giusta non poteva che essere riabbracciare Max Allegri: l’allenatore che volle Rabiot alla Juventus già nel 2019 e che poi lo ebbe con sé per tre stagioni. È con il tecnico livornese che il francese diventa Cavallo Pazzo, l’uomo che gestisce il flusso del gioco alla sua velocità e al suo ritmo, che piega i destini di una partita con i suoi strappi e le sue progressioni, che fa scalpitare il terreno di gioco sotto i suoi piedi come se fosse un ippodromo, da percorrere in lungo ripetutamente, ossessivamente. Un’interpretazione del gioco essenziale per il calcio diretto e pragmatico di Allegri: Rabiot è stato da subito la patch del software milanista, spazzando sin dal suo debutto in rossonero, contro il Bologna, le paure che erano sorte dopo la sconfitta alla prima di campionato contro la Cremonese.

Dal Bologna, Rabiot ha giocato 17 partite di campionato senza mai perdere: al momento di questa intervista, la media punti con il francese in campo si attestava a 2,4 a partita, senza di lui scendeva drasticamente a 1,6. «Mi aspettavo un impatto del genere», dice lui. «Sono venuto qui per questo, per aiutare la squadra, per dare tutto me stesso. Non sono un giocatore egoista, ma uno che lavora per il gruppo: penso al bene del collettivo, sia in campo che fuori. Sento di aver portato serenità tra i compagni di squadra e anche all’allenatore, che mi conosce e sa che sono affidabile. Poi non potevo immaginare che la squadra potesse andare così bene».

In queste parole c’è molto di come i due piani del Rabiot uomo e calciatore si sovrappongono: l’esperienza in campo e la leadership fuori combaciano alla perfezione. A trent’anni, Rabiot è nel pieno della maturità professionale, avendo alle spalle una carriera ricca e non sempre pianeggiante: gli inizi da wonderkid nel Psg, lo svezzamento in uno spogliatoio popolato da star, i periodi complicati da separato in casa, le esperienze con Juventus e Marsiglia, anche qui con grandi picchi seguiti da momenti delicati. In qualche modo, però, Rabiot ha sempre impresso il suo stile e il suo carisma nei luoghi dov’è andato, raccogliendo apprezzamenti nei club di militanza e facendosi rimpiangere da chi se lo è lasciato scappare; nella sua saga da highlander, di professionista che ha retto a ogni urto per tornare sempre più forte e determinante di prima, ci sono i segni di una mentalità avanzata, di un cervello da super-atleta. «In una carriera non tutto può andare per il verso giusto, a volte ti accadono delle cose negative, ma è proprio in questi momenti che impari, che acquisisci più forza. Io ho sempre affrontato tutto, nel calcio e nel privato, con la mia forza mentale. Penso che questa è la cosa che mi rappresenta di più, avere questa forza, questa capacità di stare sul pezzo, questa voglia di andare avanti e di voler sempre far meglio».

Parafrasando i latini, flectar, non frangar: un motto che sembra cucito su misura per Rabiot, un’idea di indistruttibilità che passa anche dal quotidiano, dal campo: «La fiducia in me stesso è sempre stata un tratto del mio carattere. Con il tempo, con l’esperienza, questa fiducia è cresciuta sempre di più. Questa è una cosa che voglio trasmettere anche qui, al Milan. Se siamo qui, vuol dire che siamo forti, che abbiamo qualità, e sono cose che dobbiamo dimostrare. Per questo è utile provare, a volte rischiare alcune cose, e per farlo bisogna avere fiducia in noi stessi». Non c’è dubbio che in un gruppo in cerca di punti fermi, Rabiot e i veterani del Milan diventino dei modelli, delle guide: «Penso che giocatori come Modric, Maignan, anche uno arrivato da poco come Füllkrug, siano indispensabili per trascinare la squadra, ognuno a suo modo». Anche per lui fa un certo effetto avere come compagno di banco un Pallone d’Oro come Luka Modric, che anche a quarant’anni dispensa classe come se ne avesse dieci di meno. «La sua qualità la conoscevamo, mi ha stupito il fatto che sia in grado di correre per novanta minuti, avanti e indietro. A quarant’anni non è una cosa scontata, ha un fisico straordinario. Anche in cose come queste trovi serenità e fiducia». 

Sono le paroline magiche che Massimiliano Allegri avrà trovato, sfogliando il dizionario dei sinonimi alla voce Adrien Rabiot. Il trascorso comune alla Juventus ha rinsaldato il fondamento per cui Rabiot è perfetto per Allegri e viceversa, un “cavallo di razza” al servizio di un mister che se ne intende di ippica. Non ci ha messo molto, Rabiot, a trovare il filo logico del calcio di Allegri, visto che lo conosceva alla perfezione. Del suo tecnico, il francese dice che dai tempi di Torino «è rimasto sempre lo stesso, forse più sereno». L’essenza della filosofia Allegri arriva dritta alla testa e al cuore, in un modo che Rabiot sintetizza in un’espressione: la mentalità dei campioni. «Con lui c’è l’ambizione di far bene, di dare tutto, di allenarsi al cento per cento e di giocare ogni partita come se fosse l’ultima». A prendersi il Milan, insomma, era ben preparato; e quando gli facciamo notare come cambia il rendimento della squadra a seconda della sua presenza in campo, Rabiot batte più sull’aspetto mentale che su quello tecnico: «Non credo che un giocatore possa cambiare una squadra, ma è vero che può dare un certo tipo di contributo.Se. L’atteggiamento dei più giovani, va detto, è impeccabile, e questo in un gruppo è molto importante. È bello che tutti seguano la stessa direzione, questo è anche merito del mister, che dà tranquillità al gruppo, che ci fa fare le cose per bene, senza fretta, senza nervosismo».

 

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Se Rabiot è diventato Cavallo Pazzo con Allegri, è anche vero che molta della sua fortuna calcistica passa dalla sua intelligenza tattica. Che sia un sistema basato sul possesso o sulle verticalizzazioni, che faccia la mezzala classica oppure abbia libertà d’azione sulla trequarti, il succo della qualità calcistica del francese sta anche in una capacità che lui stesso si riconosce: «È una questione di adattamento, capire cosa chiede l’allenatore e farlo nel miglior modo possibile». È così che si passa dal calcio di De Zerbi a Marsiglia a quello di Allegri al Milan senza contraccolpi, con un pensiero anche alla Nazionale di Deschamps. «Al tempo stesso non perdo le mie capacità, quello che mi rappresenta, è importante mettere tutti gli aspetti insieme, è una cosa che penso di saper fare molto bene. Non mi è mai piaciuto essere un centrocampista con caratteristiche solo difensive o offensive, a me è sempre piaciuto fare tutto sul campo: aiutare la squadra a difendere, poi a ripartire, a tenere palla, a dimostrare la mia tecnica con tiri in porta e inserimenti. Cerco sempre di allenare tutto questo, non solo un singolo aspetto. Più sono completo, più mi sento forte».

Il Rabiot maturo di oggi è andato a scuola di leadership, sin da quando era ragazzino: non è capitato a tutti a 17 anni dividere lo spogliatoio, quello del Paris Saint-Germain, con calciatori del calibro di Ibrahimovic, Thiago Silva, Beckham e Verratti, sotto la guida di Carlo Ancelotti. Uno di loro Rabiot lo ha ritrovato al Milan, anche se in un’altra veste: «Ibra per me è sempre stato un esempio, lo è stato per tutti. Anche solo guardandolo imparavi: nel gestire le responsabilità, nel prendere decisioni, nell’essere forte mentalmente. Sono contento di averlo ritrovato qua, mi sono sempre trovato bene con lui: ha un certo tipo di carattere che è un po’ come il mio, abbiamo la stessa ambizione, la stessa voglia di vincere, il non voler mollare mai. Per il me stesso giovane è stata una grande ispirazione». È qualcosa che gli è rimasto appiccicato addosso per tutta la carriera e ne ha forgiato lo spirito da highlander, anche se poi, quando parla di calcio, Rabiot rifugge l’epica e guarda al suo presente con uno sguardo genuino, quasi incantato: «Mi diverto tanto nel giocare a calcio, lo faccio da quando ho sei anni ed è la cosa che amo più di tutte. È una passione che ho dentro di me, che mi spinge ogni mattina. Voglio continuare a vincere, è per questo che gioco a calcio: per le sfide, per superare i limiti. Voglio scrivere il mio nome nella storia di ogni squadra per cui ho giocato: l’ho fatto al Psg e alla Juventus, al Marsiglia purtroppo non sono riuscito perché sono rimasto soltanto un anno. Adesso lo voglio fare al Milan: è un obiettivo importante per me. E poi penserò alla Coppa del mondo, vincerla è l’obiettivo più bello nella carriera di un calciatore».

Highlander fino in fondo, perché quello che abbiamo capito di Rabiot è che i rimpianti non fanno per lui, i dubbi nemmeno: è lui a scrivere la sceneggiatura della sua carriera, è lui a voler decidere che finale dargli: «Ho scelto di interpretare il calcio così: rimanendo molto focalizzato, lasciando perdere ogni distrazione. Sono contento di poter dire di essere un esempio: arrivo ogni mattina in allenamento con l’obiettivo di migliorare, di fare le cose al massimo, e dopo sto attento alle cure, alle terapie, all’alimentazione, al dormire. Sono tutti aspetti che fanno parte di questa professione: allenarsi bene e riposare bene. Se non ti riposi, se vai in giro, non avrai fatto tutto il possibile».

Da Undici n° 67
Foto di Mattia Guolo
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