Stasera il Bodo/Glimt giocherà l’andata degli ottavi di finale di Champions League contro lo Sporting Lisbona. Sarà il momento più alto del calcio norvegese – in termini di club – da almeno due decenni. Eppure i ragazzi di Knutsen che hanno battuto il City e l’Atlético per poi ridicolizzare l’Inter, restano, per così dire, dei “prodotti locali per il locale”. Cioè norvegesi impiegati in una squadra norvegese. E quasi nessuno, a parte Patrick Berg, anche un punto fisso della Nazionale. D’accordo, la Norvegia che sempre a San Siro strapazzò gli azzurri in autunno ha qualche slot incontestabile: si pensi a Sorloth, a Odegaard, senza nemmeno scomodare lo strapotere di Erling Haaland. Eppure, fra i convocati di Solbakken lo scorso novembre, l’unico altro giocatore del Bodo oltre a Berg era stato il difensore André Bjorkan. Nemmeno Jens Petter Hauge è sicuro di trovare posto nella rosa che andrà al prossimo Mondiale. Possibile?
Da un lato una simile panoramica è sintomo di salute: il calcio norvegese è talmente in crescita da avere l’imbarazzo della scelta. Dall’altro, il quesito resta: oggi il Bodo/Glimt è una squadra più competitiva, percorso continentale alla mano, delle varie Wolverhampton, Genoa, Siviglia o Lipsia – cioè i club di provenienza di Strand Larsen, Ostigard, Nyland o Nusa, per rendere l’idea. Eppure i suoi giocatori non sembrano ancora all’altezza di rappresentare il proprio Paese. Anche in Norvegia ormai sono in tanti a interrogarsi sul perché di questa tendenza. Gli addetti ai lavori assicurano che non c’è alcuna “black list” nei confronti del Bodo, e che se la scelta ricade su profili già affermati in ambito internazionale ogni domenica è puramente per valutazioni tecniche. Risultati alla mano, tra l’altro, è difficile contestare il lavoro dello staff norvegese.
Per la stampa locale, al contrario, la cavalcata in questa Champions League si sta rivelando la vetrina ideale per una commistione nel lungo periodo. Sarebbe insomma il certificato d’eccellenza sull’affidabilità collettiva dei calciatori del Bodo/Glimt. Che dopo anni di convincente rodaggio in Europa League stanno bruciando le tappe ai massimi livelli. Per adesso dunque la concorrenza dei tanti talenti all’estero pesa, anche in termini di ruolo: Sjovold è chiuso da Pedersen, Bjortuft da Eggem, Ajer e Ostigard, lo stesso Hauge da Nusa e Schjelderup – soprattutto lì davanti, per Solbakken le alternative sono tantissime. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare. C’è poi un aspetto specifico: molti ritengono il successo del Bodo un vero e proprio caso a sé stante, basato su uno stile di gioco funzionale a questa rosa e funzionante in uno specifico contesto, sotto la guida di Kjetil Knutsen. Altrove sarebbe difficile da replicare. E non sarebbe la prima volta, nel calcio, che fuori da un certo sistema i singoli protagonisti possano smarrire i loro colpi migliori. Anche nella Norvegia, diametralmente opposta per punti di riferimento: dalla voluta ambiguità giallonera all’irrinunciabile centralità di Haaland.
Eppure i tempi stanno cambiando, il Bodo/Glimt continua ad alzare l’asticella e di partita in partita dimostra di sapersi adattare ad avversarie di livello mondiale con notevole capacità di adattamento. Per quei ragazzi sarebbe diverso, con addosso la maglia della Nazionale di Oslo? Molti scommettono di no. E il grande appuntamento americano in estate potrebbe essere davvero la prima finestra utile per aumentare le quote giallonere fra i convocati. Per ora da comprimari, domani chissà. Questa Champions ha ancora tanto da raccontare. Anche per il Bodo.