La tripletta contro il Manchester City ha ricordato a tutti che Federico Valverde è un fuoriclasse vero

E il bello è che il centrocampista uruguaiano del Real Madrid è andato ben oltre i tre gol realizzati: la sua è stata una partita perfetta, l'ennesima della sua grandissima carriera.
di Redazione Undici 12 Marzo 2026 alle 01:54

All’indomani della sconfitta casalinga del Real Madrid contro il Getafe per 0-1, è diventata virale sui social un’intervista a una signora anziana abbonata da anni che aveva portato allo stadio la madre in sedia a rotelle e la nipote. La donna, in lacrime, spiegava di essere una tifosa fin da bambina e che non le era mai capitato di uscire prima dal Bernabéu per la pessima prestazione dei Blancos e che la squadra di Arbeloa, secondo lei, aveva perso il “madridismo”, ovvero quello spirito che non fa mai uscire il Real dalla partita, nemmeno in una serata molto storta. Perché – come dice una leggenda del Madrid, Juanito  – «90 minuti al Bernabéu possono essere molto lunghi». E anche nei momenti più difficili, con metà rosa fuori per infortunio e senza la stella Mbappé, il Real deve fare il Real.

Ecco, contro il Manchester City, nell’ennesimo scontro diretto in Champions degli ultimi anni, in mezzo a mille guai, il Madrid ha fatto il Madrid, riprendendosi il Bernabéu. Il pubblico del Real ha salutato la fine della partita con una di quelle ovazioni che non si sentivano dai tempi di Ancelotti. Lo stesso Ancelotti che ha intuito, valorizzato e sviluppato il talento di quello che in questo momento è il miglior capitano possibile, per il Madrid: Federico Valverde. Uno che corre 13 km a partita, ma che poi ha la lucidità per credere a un rinvio che diventa il terzo assist in Champions League di Courtois (mai nessun portiere come lui), per bruciare O’Reilly con un controllo a seguire, per aggirare Donnarumma e sbloccare un match che fino a quel momento sembrava equilibrato.

Per la gara contro il Manchester City, a Valverde è stato affidato un compito preciso: raddoppiare su Doku per aiutare Alexander-Arnold, ancora in ritardo di condizione. In mezzo a tutti questi rientri in fase difensiva, Valverde è lo stesso giocatore che poi taglia mezzo campo – da destra a sinistra – per ricevere il filtrante di Vinícius e chiudere il tiro sul secondo palo. Per altro con il sinistro, che ora è diventato un piede raffinato – cosa non scontata quando il centrocampista uruguaiano arrivato a Madrid. Come se non bastasse, Valverde è stato anche disponibile a condurre la linea di pressing, ma poi è stato estremamente reattivo nel leggere la distanza tra Ruben Dias e Rodri, scappargli alle spalle ed eludere il recupero di Guehi con un sombrero dolcissimo., prima di depositare il pallone in rete. Tripletta nel primo tempo, Manchester City battuto.

Nella prestazione di Valverde contro il City c’è tutto: intensità, intelligenza tattica, sacrificio, qualità tecnica, velocità. E madridismo, tantissimo madridismo. È un sentimento che ha imparato, negli ultimi anni, da gente come Modrid, Kroos, Benzema, Carvajal. E che ora gli si è installato sotto la pelle. La sua partita perfetta non deve sorprendere più di tanto, perché di notti del genere ne ha vissute tantissime, da quando è arrivato in Spagna. La differenza, però, è che non aveva mai giocato una gara così: non aveva mai segnato una tripletta, anzi in Champions era fermo a tre gol in 75 partite. Ma in realtà quella segnata contro il City è anche la prima tripletta di un centrocampista del Real in una partita di Champions League/Coppa dei Campioni. «È stata una serata speciale», ha confessato Valverde ad Amazon Prime nel post partita. «Sono contento di poterla raccontare un giorno ai miei figli».

Ecco che torna il tema della tradizione e del racconto. Valverde non è solo il capitano del Real, ma è anche un giocatore che trasuda leadership. Che non si risparmia mai, come un cavaliere moderno. E se fino a qualche stagione fa ancora peccava in lucidità in alcuni momenti del match, ora sembra essere diventato un calciatore tecnicamente e mentalmente completo. Non a caso, la maggior parte dei pericoli creati contro il City sono nati dalle sue accelerazioni. Quando la partita sembrava stesse adagiandosi sul possesso della squadra di Guardiola, Valverde ha rotto la struttura con una corsa improvvisa, costringendo la difesa avversaria ad arretrare. È quel tipo di energia che cambia l’inerzia di una gara.

Il bello è che Valverde gioca manifestando questa sicurezza, quella di un veterano, da tantissimi anni. Con le sue caratteristiche uniche, è come se avesse raggiunto l’equilibrio perfetto tra l’eredità dei grandi centrocampisti del passato e l’intensità richiesta dal calcio contemporaneo. Il fatto che abbia giocato accanto a Casemiro, Kroos, Modric e tante altre stelle ha fatto passare (quasi) inosservata la sua crescita, la sua esplosione, il fatto che tutti gli allenatori passati per il Bernabéu – Zidane, Ancelotti, Xabi Alonso, ora Arbeloa – non hanno mai rinunciato a lui. È come se le circostanze ci avessero fatto considerare Valverde come un comprimario, per quanto di lusso, al punto da arrivare a sottovalutare la sua qualità, la sua completezza, il suo essere indispensabile. E invece il centrocampista uruguagio è sempre stato lì, è sempre stato ovunque e ovunque è stato decisivo. Fino ad arrivare alla sua partita-capolavoro contro il City, a una tripletta inattesa e indimenticabile. Per lui, per tutto l’ambiente del Madrid, per tutti noi. Ora non ci sono più scuse, dobbiamo considerarlo per quello che è: un fuoriclasse.

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