È una delle immagini simbolo del pazzesco Mondiale dell’Italia: battere gli USA, sorprendere le gerarchie del baseball e… bere caffè a volontà. Fino a portarsi un’apposita macchinetta a bordocampo, santuario degli Azzurri che hanno dominato la fase a gironi. Basti pensare che Vinnie Pasquantino, il capitano e uno dei più talentuosi giocatori della squadra, nel corso del netto 9-1 contro il Messico si è concesso ben tre bicchierini di espresso: uno ogni home run messo a referto. Ormai anche la stampa americana, a partire da The Athletic, riconosce che la macchina per il caffè “si è trasformata da curiosa novità ad autentico talismano, il veicolo del simbolismo culturale che caratterizza un roster composto principalmente da italo-americani”. In altre parole – quelle di Pasquantino –, “ci sentiamo caffeinati”. E non è soltanto un modo di dire.
La Nazionale italiana è infatti protagonista di un ritorno alle origini, quasi da macchietta, con il coffee break incorporato tra un inning e l’altro. Eppure la caffeina è al centro dello sport agonistico non certo da ieri. Magari sotto diverse forme: dai tonici agli energy drink – è anche il fondamentale principio attivo della Red Bull, che non ha caso vanta un immenso portafoglio d’investimenti che va dal calcio alla Formula 1, passando per motociclismo, rugby e hockey su ghiaccio. E comunque, oltre ogni stereotipo. “In Italia la gente beve venti caffè al giorno”, il team manager Francisco Cervelli difende il “segreto” della sua squadra. Così negli States ci si domanda: ci sono effettivi benefici apportati dalla bevanda in partita, nel baseball?
Tecnicamente è possibile. La caffeina accelera la produzione di dopamina, migliorando la concentrazione e l’umore. È anche in grado di perfezionare i tempi di reazione, e dunque le performance, in diversi ambiti dell’attività fisica: applicata la dinamica al baseball, la scienza conviene che una dose adeguata di caffeina sarebbe in grado di aiutare i battitori a colpire una palla veloce a 145 km/h. Inoltre il caffè presenta altre molecole preziose, come gli acidi clorogenici e la trigonellina, che possono rafforzare la cognizione e il benessere muscolare.
Questa è la teoria. In pratica, però, ottenere questa serie di benefici – in modo del tutto lecito, va detto – è piuttosto complicato. Innanzitutto per un semplice motivo: affinché l’apporto delle sostanze nel caffè sia significativo, ne va bevuto tanto. Tantissimo. Per un giocatore di un quintale e passa come Pasquantino, per esempio, si è calcolata la bellezza di almeno cinque tazzine di espresso un’ora prima della partita. E anche così potrebbe non bastare, perché in base alla tipologia e ai metodi di lavorazione il caffè presenta un tasso di caffeina estremamente variabile. E il medesimo ammontare di caffeina potrebbe inoltre avere effetti diversi a seconda dell’individuo, perché la situazione è altrettanto sensibile e personale anche in fatto di metabolismo e neurotrasmettitori.
C’è poi la questione “dell’overdose”, come la chiamano scherzosamente i giocatori di baseball nel pieno del torneo. Come si sa, troppo caffè può generare ansia, insonnia, nervosismo. E dunque incidere anche sul piano del recupero fisico nel medio-lungo periodo. Insomma, non è semplice trovare la formula magica da portarsi appresso nel dugout. L’importante è credere di aver trovato la propria: alcuni Azzurri – per non esagerare? per averne avuto abbastanza? – pare abbiano bevuto da tazzine vuote durante i festeggiamenti. Giusto per non sentirsi tagliati fuori dal rito dell’espresso. È anche una questione psicologica: nel basket e nel cinema – Space Jam, 1996 –, la TuneSquad fece l’impresa sballandosi di “Michael’s secret stuff” (cioè acqua presentata bene); nel baseball e nella realtà, tocca al caffè del Team Italia.