I giocatori di baseball della Nazionale bevono caffè in panchina per omaggiare l’Italia, ma non solo

Un rituale che c'entra tantissimo con questo sport, anche per il possibile impatto della caffeina sulle performance.
di Redazione Undici 13 Marzo 2026 alle 20:18

È una delle immagini simbolo del pazzesco Mondiale dell’Italia: battere gli USA, sorprendere le gerarchie del baseball e… bere caffè a volontà. Fino a portarsi un’apposita macchinetta a bordocampo, santuario degli Azzurri che hanno dominato la fase a gironi. Basti pensare che Vinnie Pasquantino, il capitano e uno dei più talentuosi giocatori della squadra, nel corso del netto 9-1 contro il Messico si è concesso ben tre bicchierini di espresso: uno ogni home run messo a referto. Ormai anche la stampa americana, a partire da The Athletic, riconosce che la macchina per il caffè “si è trasformata da curiosa novità ad autentico talismano, il veicolo del simbolismo culturale che caratterizza un roster composto principalmente da italo-americani”. In altre parole – quelle di Pasquantino –, “ci sentiamo caffeinati”. E non è soltanto un modo di dire.

La Nazionale italiana è infatti protagonista di un ritorno alle origini, quasi da macchietta, con il coffee break incorporato tra un inning e l’altro. Eppure la caffeina è al centro dello sport agonistico non certo da ieri. Magari sotto diverse forme: dai tonici agli energy drink – è anche il fondamentale principio attivo della Red Bull, che non ha caso vanta un immenso portafoglio d’investimenti che va dal calcio alla Formula 1, passando per motociclismo, rugby e hockey su ghiaccio. E comunque, oltre ogni stereotipo. “In Italia la gente beve venti caffè al giorno”, il team manager Francisco Cervelli difende il “segreto” della sua squadra. Così negli States ci si domanda: ci sono effettivi benefici apportati dalla bevanda in partita, nel baseball?

Tecnicamente è possibile. La caffeina accelera la produzione di dopamina, migliorando la concentrazione e l’umore. È anche in grado di perfezionare i tempi di reazione, e dunque le performance, in diversi ambiti dell’attività fisica: applicata la dinamica al baseball, la scienza conviene che una dose adeguata di caffeina sarebbe in grado di aiutare i battitori a colpire una palla veloce a 145 km/h. Inoltre il caffè presenta altre molecole preziose, come gli acidi clorogenici e la trigonellina, che possono rafforzare la cognizione e il benessere muscolare.

Questa è la teoria. In pratica, però, ottenere questa serie di benefici – in modo del tutto lecito, va detto – è piuttosto complicato. Innanzitutto per un semplice motivo: affinché l’apporto delle sostanze nel caffè sia significativo, ne va bevuto tanto. Tantissimo. Per un giocatore di un quintale e passa come Pasquantino, per esempio, si è calcolata la bellezza di almeno cinque tazzine di espresso un’ora prima della partita. E anche così potrebbe non bastare, perché in base alla tipologia e ai metodi di lavorazione il caffè presenta un tasso di caffeina estremamente variabile. E il medesimo ammontare di caffeina potrebbe inoltre avere effetti diversi a seconda dell’individuo, perché la situazione è altrettanto sensibile e personale anche in fatto di metabolismo e neurotrasmettitori.

C’è poi la questione “dell’overdose”, come la chiamano scherzosamente i giocatori di baseball nel pieno del torneo. Come si sa, troppo caffè può generare ansia, insonnia, nervosismo. E dunque incidere anche sul piano del recupero fisico nel medio-lungo periodo. Insomma, non è semplice trovare la formula magica da portarsi appresso nel dugout. L’importante è credere di aver trovato la propria: alcuni Azzurri – per non esagerare? per averne avuto abbastanza? – pare abbiano bevuto da tazzine vuote durante i festeggiamenti. Giusto per non sentirsi tagliati fuori dal rito dell’espresso. È anche una questione psicologica: nel basket e nel cinema – Space Jam, 1996 –, la TuneSquad fece l’impresa sballandosi di “Michael’s secret stuff” (cioè acqua presentata bene); nel baseball e nella realtà, tocca al caffè del Team Italia.

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