Delle volte è questione di cambiare squadra. E preparatore atletico. Prendiamo il caso di Axel Disasi, l’ultimo di una lunga serie: fino a poche stagioni fa era un’ottima promessa del calcio francese. Si è laureato vicecampione del mondo nel 2022, è arrivato in un top club come il Chelsea. Poi, sotto la pressione di Stamford Bridge, il difensore si è smarrito. Incappando in un’involuzione prestazionale e psicologica proprio nel fulcro della sua carriera. Così Disasi è finito progressivamente ai margini del progetto dei Blues, aprendo la via a una serie di prestiti (di solito l’anticamera della cessione definitiva, procrastinata dal club detentore del cartellino nella speranza di recuperare un po’ di valore di mercato del giocatore). All’Aston Villa, fino a pochi mesi fa, non c’è stata alcuna inversione di tendenza. Al West Ham, invece, Disasi ha riscoperto sé stesso. E le performance di un tempo, diventando un perno fondamentale del pacchetto arretrato degli Hammers a caccia della salvezza. Come ci è riuscito? Testa, corpo. E un aiutino dal football americano.
“Ho iniziato a lavorare su di me in modo leggermente diverso”, ha raccontato il classe ’98 a L’Équipe. “Per esempio, ho fatto venire qui a Londra un preparatore specializzato dagli Stati Uniti. Ci siamo conosciuti l’estate scorsa, in vacanza a Los Angeles. Mi ha fatto notare che il mio fisico gli ricordava quello dei giocatori di football che lui segue professionalmente. Così ho lasciato che intervenisse sulla mia routine di allenamento”. Ogni giorno una sessione con lui, una con l’Under 23 del Chelsea (quando ancora si allenava nel club di appartenenza), un’altra personalizzata. “Da allora sento che il mio corpo tiene meglio il campo: è più rapido, più efficace. Ho scoperto una nuova energia. Mi sento meglio, più leggero, meno affaticato. Dopodiché mi sono anche rivolto a un medico dello sport per rivedere contestualmente il mio regime nutrizionale. Ho fatto molti test fisici e cardiologici in quel periodo. Sono riuscito a personalizzare, a rendere su misura, ogni aspetto del mio lavoro. E ora sto iniziando a raccogliere i frutti”.
Disasi non è certo il primo ad aver “svoltato” grazie a un insperato contributo esterno. Tra i calciatori di Premier League che si affidano agli extra di un professionista privato – talvolta in commistione con il background atletico di un altro sport – si segnalano Haaland, Elanga, Alexander-Arnold. E il numero è in continuo aumento, di pari passo con le fatiche richieste da un campionato sempre più fisico, intenso e senza pause come quello inglese. Talvolta i risultati sono soddisfacenti per tutti. Altre però – soprattutto quando i calciatori ignari cascano nella rete di qualche santone dei social, più che specialista vero e proprio – si rischia il catastrofico scenario degli infortuni occorsi al di fuori dagli allenamenti con la squadra o prescritti dallo staff tecnico. Cioè gli unici tecnicamente consentiti (e anche in termini legali, i club si stanno accorgendo di dover correre presto ai ripari).
Insomma, se la riscossa di Disasi dovesse fare scuola, attenzione alle imitazioni. Perché proprio per il valore intrinseco della preparazione personalizzata, ciò che funziona per lui – ispirazioni da quarterback comprese – non è detto che funzioni per altri. Intanto però il West Ham si gode il suo rinforzo. “E io questa nuova realtà”, dice il giocatore. “Questa esperienza mi ricorda un po’ i miei tempi al Reims, tra il 2016 e il 2020: anche lì si difendeva duro, c’era un gruppo affiatato e un’atmosfera da vera famiglia. Ora mi sento più forte, soprattutto mentalmente e come persona. Prendo le cose con più calma e le cose mi riescono: succede anche nel calcio”. Tutto merito di una vacanza in California. E di un incontro decisamente inaspettato.