Il paradosso della grandezza è che vi ci si abitua talmente nel profondo, che appena s’incrina assume i contorni del fallimento. Prendiamo il Manchester City di oggi, per esempio: di nuovo eliminato senza appello dalla Champions League, sempre per mano del Real Madrid, anche se stavolta agli ottavi di finale e non ai playoff per disputarli come l’anno scorso. Poco cambia la sostanza. Lo squadrone di Pep Guardiola, da un po’ di tempo a questa parte, non sembra più tale. O almeno, non così dominante com’era stato fino a qualche stagione fa. Il problema, per l’appunto, è che per anni l’allenatore catalano ha viziato fin troppo bene il suo pubblico. Che tra parentesi, prima della lunghissima e fortunata era Pep avrebbe potuto appena sognare una sfida d’alta Europa contro i Blancos, batosta inclusa.
La dimensione della guida tecnica dei Citizens è racchiusa da un dato su tutti: in 191 panchine messe a referto in Champions League, nell’arco della sua carriera, Guardiola registra una media di 2,04 punti a partita. In questa speciale classifica – fra tutti i colleghi che hanno disputato almeno 50 gare nella competizione – è secondo soltanto a Jupp Heynckes, che fece grande il Real e il Bayern Monaco (2,23). Guardiola infatti precede di un soffio Luis Enrique (2,03), Zinédine Zidane (2,02) e di una percentuale significativa anche sua maestà Carlo Ancelotti (1.95). Nessun altro allenatore in attività fa meglio di lui, al massimo vi si avvicina.
Un elogio alla costanza, coltivato nell’arco di 17 stagioni in cui il calcio si è evoluto un’infinità di volte. Anche il suo, per nulla arroccato nel tiqui-taca degli esordi: Pep continua a rimanere al top perchè dimostra di sapersi adattare alle circostanze. Da ispiratore al Barcellona, con meno fortuna al Bayern, da sinonimo di eccellenza al City, laddove, in quella metà di Manchester, prima di lui l’eccellenza era una parola tabù. Oggi magari la Champions sollevata a Istanbul contro l’Inter nel 2023 sembra un ricordo lontano. Ma è colpa di uno strapotere di squadra dato troppo spesso per scontato – e non a torto, quando si ammazza un campionato così competitivo e livellato verso l’alto come la Premier League, vincendone 6 su 7 fra 2018 e 2024.
Dalla scorsa stagione Haaland e compagni si sono senz’altro ridimensionati sul piano sportivo, rispetto a quanto avevano fatto. In termini assoluti restano però una big di tutto rispetto, l’avversaria da battere, magari in calo ma giammai in crisi – ad avercene, di flop decretati da un terzo posto in classifica o dal solo Community Shield in bacheca (2025). Già fuori dall’Europa e con l’Arsenal proiettato verso il titolo nazionale – ma 9 punti con una gara da recuperare non sanno ancora da dichiarazione di resa –, per Guardiola e i suoi ragazzi potrebbero non restare che le coppe nazionali. Dalla finale di EFL Cup – in programma proprio contro i Gunners questa domenica a Wembley – ai quarti di FA Cup, dove il City ad aprile affronterà il Liverpool. In ogni caso un bottino modesto in confronto al passato recente. Ma il vero capolavoro di Pep forse è proprio questo: aver normalizzato la grandezza anche dalle parti dell’Etihad, restando il più grande di tutti anche quando la Champions gli si ritorce contro come una doppietta di Vinicius. Certe notti somigliano a un vizio / che tu non vuoi smettere, smettere mai…