I cacciatori di autografi sono diventati un problema significativo, sia per i giocatori che per i club

Sono dappertutto, come i paparazzi di una volta, e sempre più difficili da gestire.
di Redazione Undici 23 Marzo 2026 alle 15:21

Sulla tentacolare invasività dei paparazzi, Neri Parenti ci girò pure un film. Oggi però – complice l’accessibilità delle immagini, che tutti possono scattare – lo strumento del pressing attorno alla vita privata delle celebrità non è più un ingombrante macchinario fotografico. Ma paradossalmente, almeno in ambito sportivo, carta e penna. Senza che ciò rappresenti un ritorno all’analogico: la richiesta di un autografo al proprio idolo esiste sin dagli albori del calcio. Spesso con tratti emotivamente genuini, mossi da sogni d’infanzia e ricordi speciale da conservare. Ultimamente però le cose sono cambiate. E la corsa alla firma di Leo Messi o Harry Kane è diventata un business frenetico, insopportabile per chi lo subisce. Talvolta perfino pericoloso.

I cacciatori di autografi “professionali” si appostano ovunque: fuori dai centri di allenamento, agli incroci stradali, alle lobby degli hotel, perfino sotto casa dell’interessato – e in questo senso condividono buona parte dei trucchetti del mestiere dei paparazzi. S’infiltrano in mezzo a bambini e tifosi autentici, ottengono la firma in questione – ancora meglio se su più magliette siglate nel giro di pochi secondi – e la rivendono online a peso d’oro. Una pratica alimentata da un mercato sempre più attivo e remunerativo, con un giro d’affari globale stimato da miliardi – sì, miliardi – di dollari all’anno: le vie del collezionismo sono decisamente infinite. Come se la vivono gli addetti ai lavori? Malissimo, racconta la BBC. Mikel Arteta di recente ha “smascherato” un uomo un po’ troppo insistente per essere un fan come gli altri: l’allenatore dell’Arsenal ha detto di “sentirsi esposto, a disagio”, spiegando che “alcune persone non chiedono gli autografi per i giusti motivi”.

L’anno scorso era toccato a Pep Guardiola perdere le staffe per una situazione analoga. Un gruppo di cacciatori l’aveva pedinato fin sotto casa, innescando la sua reazione furiosa: “Non azzardatevi a venire mai più, conosco le vostre facce, non vi vergognate a vivere di questo?”. Parole al vento. Lo stesso negli ultimi anni è capitato Mason Mount nel Manchester United – che filmò dei tizi che lo inseguivano da giorni –, a Phil Jagielka, a Noussair Mazraoui. A tal punto che anche i club sono dovuti intervenire per proteggerli, con restrizioni alle richieste di autografi dopo gli allenamenti e l’utilizzo di squadre di sicurezza privata appostate perfino nei benzinai dove calciatori e allenatori sono soliti fare rifornimento. In alcuni casi è stato addirittura necessario scortarli a casa, come dei giudici antimafia.

Il problema è che dire di no spesso si ritorce contro il diretto interessato: quella che in apparenza – soprattutto in un breve reel sui social – appare una reazione sgarbata a una richiesta legittima, con tutto quel che ne comporta in termini d’immagine, cela in realtà stress accumulato da mesi e sempre a respingere gli stessi cacciatori di firme. “Questa gente rovina il rituale che da sempre fa sorridere bambini e tifosi per bene”, è il sentore comune. E talvolta è ancora più complicato svicolare, perché i furbetti mandano in avanscoperta con la penna proprio i loro figli. Il rischio è alto anche per i consumatori finali: sul web si moltiplicano i casi di autografi falsi, con vendite fraudolente e articoli firmati da terzi difficilissimi da provare – i certificati di autenticità spesso non bastano, rivolgersi a un grafologo forense è complesso e costoso. Qualche volta però i delinquenti non riescono a farla franca: nel 2018 un uomo fu condannato a sei anni di carcere dopo aver guadagnato oltre un milione di sterline per aver venduto memorabilia e cimeli sportivi con firme false per oltre un decennio. In quell’occasione, decisivo fu il contributo di Wayne Rooney, che esaminò una delle magliette in questione e confermò che la firma non era la sua. Ma purtroppo questa resta l’eccezione e non la regola.

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