In un ambiente economico-competitivo come quello della NBA e degli sport americani in generale, la programmazione e la cura dei dettagli possono fare la differenza tra le varie realtà. Certo, alla base ci sono sempre delle regole di mercato molto ferree, molto stringenti e volendo anche escludenti, ma a volte delle idee diverse possono cambiare le gerarchie. Un esempio abbastanza peculiare è quello dei Cleveland Cavaliers, che hanno deciso di essere una delle squadre NBA che tiene di più alla cura e al benessere dei suoi tesserati. Dei giocatori, ma non solo. E uno dei punti più importanti del progetto dei Cavs è il cibo, inteso come aspetto da curare per salvaguardare la salute degli atleti ma anche come bene di conforto e/o di lusso.
I Cavaliers, a ogni trasferta, individuano e pagano profumatamente i migliori chef degli hotel a cinque stelle in cui soggiornano i giocatori, gli allenatori, i dirigenti accompagnatori e tutti gli altri impiegati della squadra. Vengono serviti sempre due pasti gourmet, tutta la delegazione è invitata a pranzo come a cena e la partecipazione è aperta anche agli amici, ai familiari, persino ai giornalisti che seguono le partite. Questo è ciò che fa la differenza: la qualità del cibo proposto e la possibilità di condividerlo con quella che, di fatto, diventa una vera e propria comunità.
I Cavs non rappresentano un Big Market, quindi questo tipo di approccio/modello è ancora più inusuale. Nel senso: approcciare al cibo in questo modo ha un costo molto significativo, quindi ha un grosso impatto su un budget alto ma non altissimo, eppure la dirigenza sembra decisa a non cambiare strategia. Anche perché, di fatto, questa attenzione così profonda per i tesserati produce dei riscontri. Donovan Mitchell, tanto per fare un esempio pesante, ha detto a The Athletic che «ho rinnovato il mio contratto con i Cavs anche per il modo in cui trattavano noi giocatori e gli altri dipendenti, soprattutto dal punto di vista dell’alimentazione: quando la tua squadra tiene così tanto al cibo, tanto quanto alla medicina e agli allenamenti in generale, vuol dire che ha una mentalità importante. Parlo con tanti altri giocatori NBA, e nessuno riceve così tante attenzioni da parte delle società». Anche Dennis Schroder e James Harden, due volti piuttosto importanti nel contesto della NBA contemporanea, hanno utilizzato praticamente le stesse parole.
Anche la logistica dei viaggi e della sistemazione in hotel è organizzata per garantire che i giocatori mangino in modo sano, equilibrato e personalizzato, ma al tempo stesso possano anche condividere dei bei momenti con i loro compagni e i loro amici e familiari. Kenny Atkinsons, head coach dei Cavs, ha spiegato che «noi abbiamo un approccio olistico e comunitario: crediamo molto nell’importanza dell’alimentazione e non escludiamo nessuno dalle nostre tavolate». Insomma: i Cavs si sono inventati un modo anche per far “svagare” degli atleti che, semplicemente, non possono permettersi di frequentare i ristoranti delle città che visitano – in quel caso sarebbero letteralmente assaliti dai fan, dai giornalisti, dai content creator. C’è poi un altro aspetto importante: quello relativo alle intolleranze e ai regimi alimentari di ogni componente del roster. Se una squadra è disposta a spendere di più, a far mangiare bene i propri atleti, questi atleti saranno più felici. E saranno disposti ad accettare un’offerta di contratto o di rinnovo, anche se non si tratta di un Big Market.