Esattamente due settimane fa, vale a dire due settimane prima di morire, Mircea Lucescu ha rilasciato una lunga intervista al Guardian. Era già gravemente malato, non a caso aveva intrattenuto gli ultimi colloqui con i suoi giocatori – nel 2024 era stato nominato ct della Nazionale rumena per la seconda volta, più di quarant’anni dopo la prima – solo a distanza, eppure aveva fatto di tutto per andare in panchina, per giocarsi i playoff di qualificazione al Mondiale 2026. Inutile aggiungere che ce l’ha fatta. Tra le tante frasi ad alta concentrazione emotiva dette al Guardian, forse ce n’è una che racconta più di tutte l’approccio, la modernità, quindi la passione per il calcio di Lucescu: «Oggigiorno i giocatori perdono la concentrazione durante le riunioni dopo circa dieci minuti. Devi essere in grado di dire loro ciò che è essenziale sapere in quei minuti in cui hanno la massima attenzione».
Solo un allenatore eternamente e pienamente connesso col suo lavoro, quindi col suo tempo, poteva dire parole del genere. Al di là dell’inevitabile retorica legata all’ultima partita giocata in punto di morte, Lucescu ha vissuto la sua intera vita in questo modo, cioè in funzione del calcio. Prima da giocatore, da uomo-simbolo della Dinamo Bucarest e della Nazionale rumena (di cui è diventato capitano a 24 anni), e poi soprattutto come tecnico. In realtà la sua carriera in panchina è iniziata ancora prima che finisse quella in campo: nel 1979, tre anni prima del suo ritiro effettivo, aveva già preso il patentino e poco dopo era stato nominato player-manager del Corvinul Hunedoara; nello stesso periodo, come se non bastasse, fu anche nominato ct della Romania. Dovette lasciare l’incarico nel 1986 per volere di Valentin Ceausescu, figlio di Nicolae, che in quel momento era nel direttivo della Steaua Bucarest – mentre Lucescu allenava la Dinamo, e il problema era proprio quello. Il bello è che il ct fu esonerato dopo una meravigliosa vittoria per 4-0 contro l’Austria nelle qualificazioni a Euro 88.
In realtà, col senno di poi, quell’addio è stato una benedizione. Perché ha permesso a Lucescu di iniziare il suo giro del mondo nel nome del calcio. O meglio: nel nome di un certo tipo di calcio. Lo aveva raccontato alla Gazzetta poco prima dello scorso Natale: «Cinquant’anni fa facevo già le cose che si fanno oggi: possesso palla, tagli, creazione degli spazi, pressing, fallo tattico se necessario». Oltre il gioco, però, per Lucescu fare l’allenatore allenatore era anche un modo per essere pedagogo, un’occasione per fare cultura: in un’intervista rilasciata a Panenka e pubblicata anche da Undici, disse che «ci sono due modi di vincere: i soldi e lo sviluppo dei giovani. Se scegli il primo, avrai una squadra finché ci sarà il denaro. Se scegli il secondo, devi ragionare in termini di costruzione delle persone. Il talento senza educazione non è sufficiente. Un calciatore è un prodotto finito, è un uomo che deve aggiungere molte altre cose al suo talento. È quello che faccio con tutte le mie squadre quando siamo in trasferta: prendo i giocatori e li porto in giro per la città, ovunque giochiamo».
I suoi viaggi lo hanno portato, tra gli anni Novanta e Duemila, a Pisa, a Brescia, a Reggio Emilia, a Milano (dove allena l’Inter di Ronaldo, Baggio, Pirlo, Djorkaeff). Poi ci sono stati il ritorno a Bucarest (stavolta sponda Rapid), l’arrivo a Istanbul (prima al Galatasaray e poi al Besiktas). E infine lo Shakhtar, dove di fatto si è compiuta l’utopia di Lucescu: concepire e vivere il calcio come ambiente in cui si costruiscono prima le persone, poi i gruppi di persone. «Se hai un nucleo di sei-sette giocatori della stessa età», disse pochi mesi dopo aver lasciato la squadra ucraina, «con gli stessi interessi, che sono amici e che hanno un allenatore con mentalità vincente, non avrai nessun problema. È per questo che abbiamo preso tanti brasiliani: col presidente volevamo fare spettacolo e loro erano perfetti. Sono ancora tutti uniti, hanno una stretta relazione».
Ancora oggi, lo Shakhtar si fonda sul modello di calcio/calciomercato/vita creato da Lucescu. Anche se ha dovuto lasciare il Donbass e spostarsi a Kiev nel 2014, anche se otto anni dopo è iniziata l’invasione russa che ha mandato tutto all’aria, di nuovo. Lucescu ha raccontato di aver abbandonato casa sua, e tutte le sue cose, non appena il conflitto si è aggravato. Non è mai più tornato in quell’appartamento. Una volta ha detto che «con lo Shakhtar abbiamo vinto la Coppa UEFA e un giorno, se non ci fosse stata l’invasione, saremmo arrivati anche a vincere la Champions». Non possiamo sapere se è vero, quello che sappiamo è che lo Shakhtar aveva commissionato e realizzato una statua in onore del tecnico rumeno: l’avrebbe installata fuori alla Donbass Arena, se non fosse stato per la guerra.
Hagi, Pirlo, Willian, Douglas Costa, Fernandinho e tutti gli altri brasiliani lanciati dallo Shakhtar: questi sono solo alcuni dei talenti forgiati da un allenatore visionario, da un uomo che ha dato tutto quello che aveva al gioco e allo sport. Sempre, in ogni modo, senza freni e senza limiti. Al punto da accettare, dopo essere passato dallo Zenit San Pietroburgo e dalla Nazionale turca, di allenare la Dynamo Kiev – un po’ come se Daniele De Rossi finisse sulla panchina della Lazio. Per Mircea Lucescu non è stato un problema: in fondo era semplicemente convinto del fatto che il calcio potesse far crescere tutte le persone che lo fanno come lavoro, potesse portarle a vivere una vita migliore, potesse aiutarle a creare e stringere legami forti. Ecco perché l’ha onorato fino all’ultimo.