Soltanto pochi giorni fa era andato in gol, nel ritorno alla vittoria della sua Reggiana dopo sei gare di digiuno. Oggi però Manolo Portanova è alle prese con un pesantissimo verdetto giudiziario: la Corte d’Appello l’ha condannato in appello a sei anni di carcere per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza, confermando così la sentenza di primo grado. Il centrocampista 25enne ha annunciato che farà subito ricorso in Cassazione: «Non mi fermo perché credo nella giustizia, sono cinque anni che sto vivendo una situazione incredibile. Sono innocente e ho le prove». Prove che evidentemente, almeno finora, non hanno convinto gli inquirenti. I fatti risalgono al 2021 ed erano accaduti a Siena quando Portanova militava nel Genoa. La ragazza in questione, all’epoca 22enne, aveva denunciato altri due uomini oltre al calciatore – suo zio e un terzo imputato che ha scelto di procedere con il rito ordinario, anziché abbreviato.
Il punto vero della vicenda è che Portanova, da allora, non ha mai smesso di giocare a calcio. Si è sempre professato innocente e continua a farlo: in punta di diritto, fino alla sentenza definitiva dell’ultimo grado di giudizio, è giusto riconoscerlo come tale. Detto questo, però, ci sono altri aspetti che non possono essere messi in secondo piano. Un caso del genere, visto che un calciatore che ha vissuto la sua carriera tra Serie A e Serie B, finisce per toccare delle corde importanti, a maggior ragione in questa nostra epoca. È vero che i tempi della giustizia ordinari non possono tenere conto delle esigenze dell’ambito sportivo professionale, che prima di una sentenza potrebbe trascorrere l’intera carriera di un calciatore, ma è vero anche che è impossibile non pensare al fatto che Portanova abbia continuato a giocare a calcio dopo essere stato riconosciuto colpevole di uno stupro, almeno in primo grado. E che potrebbe/dovrebbe continuare a farlo anche dopo la sentenza d’appello.
La FIGC non ha potuto esprimersi, ma dal 2024 esiste l’articolo 28-bis del Codice di Giustizia Sportiva secondo cui «esserati condannati con sentenza definitiva per delitti contro la personalità individuale, tra cui atti sessuali con minorenni, corruzione di minorenne, violenza sessuale e atti persecutori» prevedono sanzioni specifiche. Anche in questo caso, la dicitura «sentenza definitiva» permetterebbe e quindi permetterà a Portanova, riconosciuto colpevole per la seconda volta di un reato ignobile, di continuare a giocare. Ma forse bisognerebbe aprire una riflessione, su questo punto. Perché servirebbe un segnale, un segnale forte. Un segnale di intransigenza. Si resta innocenti fino a sentenza definitiva, d’accordo, ma in mezzo ci sono delle sfumature e anche le opportunità di fare delle scelte. Di prendere delle decisioni.
In questo senso, il silenzio della Reggiana – che ha acquistato il giocatore in prestito nell’estate 2023, quindi due anni dopo i fatti oggetto del procedimento giudiziario – deve essere ritenuto come un atteggiamento da condannare. Anche perché c’era la possibilità di agire diversamente. Non a caso, viene da dire, proprio sei mesi prima del passaggio nella squadra emiliana, sembrava che il Bari fosse sul punto di acquistare Portanova. Ecco: mentre gli esperti di mercato raccontavano la trattativa, le proteste dei tifosi biancorossi convinsero il club a non concludere l’operazione. La Reggiana e i tifosi della Reggiana hanno deciso di andare in altre direzioni. Lecito, certo, ma adesso siamo arrivati alla seconda condanna. E infatti anche la giunta comunale di Reggio Emilia, con una nota ufficiale, ha auspicato «eventuali provvedimenti» da parte del club nei confronti del suo tesserato.
Il punto è proprio questo: uscendo dal contesto ben delineato – e ben delimitato – del diritto, ci sono molti dubbi, troppi dubbi, sul fatto che Portanova potesse continuare a essere un calciatore. Il fatto che sia stato giudicato colpevole in due gradi di giudizio, e che entrambi i gradi di giudizio gli abbiano comminato sei anni di carcere, è un risvolto penale davvero difficile da ignorare. Soprattutto sul piano etico: parliamo di un personaggio pubblico, con una visibilità pressoché settimanale e con un quadro giudiziario che si fa sempre più complicato. In virtù di questo, è giusto che Portanova si fermi. O che venga fermato. Non perché ammetterebbe la sua colpevolezza, e non solo perché questa mossa tutelerebbe la sua persona – domenica la Reggiana scenderà in campo a Padova ed è difficile immaginare che attorno a lui ci possa essere l’adeguata serenità per una partita di calcio. Ma per un motivo più semplice e anche più significativo, forse: siamo al secondo grado di giudizio e alla seconda condanna per violenza sessuale, una situazione di una gravità inaudita, che potrebbe – anzi: dovrebbe – generare una sola conseguenza. Vale a dire una presa di coscienza – da parte di Portanova, della Reggiana, dei suoi tifosi – sul fatto che alcuni limiti non possono essere superati. Stavolta è già stato superato.