Alla fine prevale la logica. E a partire dal prossimo Roland Garros, i tennisti dei circuiti ATP e WTA saranno autorizzati a usufruire della cosiddetta wearable technology: speciali braccialetti intelligenti, impiegati per misurare le performance fisiche e atletiche di chi li indossa. Qualche mese fa era montata la polemica, perché agli Australian Open tutti i campioni che ne facevano uso – da Sinner ad Alcaraz, passando per Aryna Sabalenka che è anche brand ambassador del marchio Whoop – hanno dovuto sottostare a un controverso divieto, con tanto di rimozione dei dispositivi. Come se avessero potuto alterare le prestazioni sportive.
Il cortocircuito era fin troppo evidente: da anni infatti i tornei del WTA e ATP Tour consentono di indossare i braccialetti tracker. Le quattro tappe del Grande Slam erano però più scettiche nei confronti della tecnologia – che nel caso specifico monitora semplicemente i dati biometrici dell’atleta, dal battito cardiaco all’ossigeno nel sangue e alla temperatura della pelle: utile anche dal punto di vista medico, oltre che per la gestione delle proprie risorse. Eppure a Melbourne, il veto è piombato tra il disappunto dei diretti interessati. Mettendo così in luce le contraddizioni fra i vari enti governativi dei grandi eventi del tennis. Insomma, una riflessione sull’argomento era decisamente necessaria.
Finalmente è arrivata alla vigilia dell’Open di Francia: come racconta The Athletic, i partecipanti saranno autorizzati – per ora in via sperimentale – a utilizzare gli speciali braccialetti. E lo stesso test sarà implementato anche a Wimbledon e agli US Open di quest’anno. Una notizia accolta col favore dei protagonisti, che in questi mesi avevano manifestato il proprio disappunto per la rigidità della burocrazia. Registrare i propri dati biometrici per ottimizzare performance e percorsi di recupero è una pratica sempre più diffusa fra i big del tennis, anche e soprattutto in partita proprio perché determinate condizioni di stress e sforzo fisico sono impossibili da replicare in allenamento. Nulla cioè che possa dare un inopportuno vantaggio competitivo. “Ci sono alcuni dati che ci interessa monitorare di volta in volta, non è per un controllo live dei parametri”, aveva spiegato Sinner agli Australian Open. “La priorità è avere traccia di una panoramica al termine del match, così da analizzare queste informazioni e poterle utilizzare in allenamento”.
Da oggi in poi i tornei del Grande Slam si uniranno così a NBA, NFL, MLB e golf professionistico, che hanno già dato tutti il via libera ai dispositivi smart. E se la finale del Roland Garros dovesse essere di nuovo l’epica maratona da oltre 5 ore di gioco che l’anno scorso spinse allo stremo Carlos e Jannik, stavolta sarà possibile tenere conto di ogni minima fluttuazione fisica. Sfidare i limiti del corpo umano è un rischio che vale bene un check supplementare, soprattutto se basta un’occhiata al polso.