Per una volta meglio non chiedergli come andrà a finire. Ci sta proprio bene questa citazione di Motta, ovviamente il cantante, per descrivere la serata di un altro Motta, Edoardo. Che fino a un anno e mezzo fa era poco più di uno sconosciuti e adesso è l’eroe della Lazio in Coppa Italia, l’uomo che ha spedito in finale la squadra di Sarri parando quattro rigori su cinque all’Atalanta.
A guardare la serenità con cui ha festeggiato Motta, pare che queste cose le faccia da una vita e non solo da poco più un mese. Ovvero da quando, a inizio marzo, ha dovuto sostituire Provedel contro il Sassuolo. A vederlo così tranquillo, anche quando i compagni lo lanciano per aria o lo assalgono i tifosi in aeroporto, sembra che si tratti un veterano. E invece parliamo di un portiere che è arrivato a Roma nel mercato di gennaio, in cambio di un milione versato alla Reggiana, dopo un percorso di formazione vissuto nelle giovanili del Monza, in quelle dell’Alessandria e in quelle della Juve – che non l’aveva tenuto per far posto a Vinarcik, slovacco che oggi gioca all’Arouca, in Portogallo.
Parare quattro rigori su cinque, come ha fatto Motta, non è solo un’impresa rara: è qualcosa che entra di diritto nella storia della Coppa Italia. Mai nessuno, prima di lui, era riuscito a raggiungere un simile risultato nel secondo torneo nazionale. Ogni intervento è stato un concentrato di tecnica, lettura e personalità, qualità che raramente si vedono in un portiere così giovane. Su ogni tiro dal dischetto dei giocatori dell’Atalanta, tranne quello iniziale di Raspadori, si è capito che Motta avesse quello che serviva per dominare psicologicamente gli avversari: postura sicura, sguardo fisso sull’esecutore, movimenti calibrati fino all’ultimo istante. Il portiere della Lazio sembrava avere il controllo totale della situazione, come se ogni tiro dei suoi avversari fosse già scritto nella sua mente prima ancora che il pallone venisse calciato. E quando la sfera partiva, lui era già lì.
Il quarto rigore parato a De Ketelaere ha segnato il punto di rottura definitivo. A quel punto non si trattava più solo di bravura, ma di qualcosa che sfiorava l’incredibile. I giocatori dell’Atalanta hanno iniziato a sentire il peso della sua presenza, mentre i compagni di squadra trovavano in lui una sicurezza quasi irreale. L’ultimo tentativo, il quinto, ha sancito definitivamente la sua impresa: dire che Motta abbia regalato la finale alla Lazio non è un’esagerazione, è la semplice verità dei fatti. In una partita così equilibrata, dove ogni dettaglio può fare la differenza, lui è stato il dettaglio decisivo. Senza i suoi interventi, il destino della gara sarebbe potuto essere completamente diverso. Invece, grazie alle sue parate, la Lazio ha potuto esultare, consapevole di avere tra i pali un talento fuori dal comune. Ben prima dei rigori, infatti, Motta ha tolto a Scamacca un gol praticamente già fatto: eravamo al 95esimo minuto, e l’attaccante dell’Atalanta ha frustato perfettamente il pallone su un cross morbido arrivato da sinistra; Motta si è allungato alla sua destra, ha smanacciato il pallone con le unghie e l’ha letteralmente sospinto verso la traversa.
Ciò che rende questa storia ancora più affascinante è la strada che ha portato Motta fino a questa notte. Solo un anno e mezzo fa, infatti, il portiere della Lazio non aveva ancora esordito tra i professionisti. Il suo debutto sarebbe arrivato proprio in Coppa Italia, a Marassi contro il Genoa, quando indossava la maglia della Reggiana: una prima apparizione che, all’epoca, sembrava solo un piccolo passo in una carriera tutta da costruire. Da quel momento, però, la crescita è stata costante anche se silenziosa, fino all’esplosione definitiva. Motta ha lavorato lontano dai riflettori, migliorando partita dopo partita, allenamento dopo allenamento. E quando si è trovato davanti all’occasione più importante, non ha tremato. Anzi, ha dimostrato una maturità sorprendente, degna di un veterano. La sua prestazione contro l’Atalanta non è solo un exploit isolato, ma l’apice di un percorso che va avanti da anni.