In una delle partite più spettacolari della storia della Champions League, diventa complicato trovare un solo aspetto che abbia fatto quella piccola differenza a favore del PSG. Aldilà del risultato, un 5-4 pieno di giocate degne di un palcoscenico così scintillante, la partita del Parco dei Principi è stata un manifesto del calcio che sarà. Da tempo, ormai, è stato superato il gioco posizionale, quello del continuo palleggio a cui le difese si sono adeguate proponendo dei blocchi bassi. Anche il gioco per funzioni, dove i ruoli non esistono più ma contano i compiti in campo, sta cominciando a scricchiolare, soverchiato da un pressing costante e spalmato su tutti i 90 minuti. E allora in un contesto di equilibrio, siamo arrivati al paradosso di tornare indietro, al calcio delle origini, dove contano quelli che saltano l’uomo, creano la superiorità numerica e costringono gli avversari a rincorrere. Duelli a tutto campo e dribbling incessanti, con l’inserimento in profondità che diventa fondamentale. Soprattutto se si arriva da dietro.
Ecco quindi che soprattutto che avere uno come Achraf Hakimi sposta le cose. C’è un’immagine che racconta meglio di tutte la sua prestazione in PSG-Bayern. Non è una chiusura difensiva, non è una progressione in campo aperto, non è nemmeno l’assist per il 4-2 di Kvaratskhelia. È il modo in cui, ogni volta che i compagni alzavano la testa in costruzione, il riferimento immediato fosse sempre lui, sulla destra. Una traccia costante, una soluzione permanente, quasi un principio tattico vivente. Hakimi ha giocato una partita che ha ribadito ciò che ormai è diventato evidente da anni: Hakimi non è più soltanto uno dei migliori laterali del mondo, ma un giocatore determinante che ha superato i confini del ruolo. In questa semifinale si è visto con chiarezza quasi didattica. Formalmente partiva basso, ma in realtà si muoveva in campo da ala aggiunta, da esterno offensivo puro, con licenza di ricevere largo, puntare gli avversari, accelerare e soprattutto rifinire l’azione.
C’è un dato che non emerge dalle statistiche ma definisce il peso di una prestazione: quanto una squadra cerchi un giocatore. E il Paris ha cercato Hakimi continuamente. Quando la prima costruzione aveva bisogno di sfogo, il pallone finiva dalla sua parte. Quando serviva guadagnare metri, si cercava il suo lato. Quando si voleva attaccare la profondità o consolidare il possesso alto, era ancora lui il riferimento. Questo succede perché Hakimi non dà solo ampiezza, ma garantisce una linea di passaggio sempre viva. È quasi impossibile vederlo fermo. Offre sostegno, attacca lo spazio alle spalle del terzino, si accentra quando serve creare superiorità interna. Gioca da esterno totale.
Contro il Bayern, la sua lettura delle transizioni è stata devastante. Ogni recupero del Paris sembrava attivare automaticamente la sua corsa. La sua forza, però, non è solo nella velocità pura, da anni tratto distintivo del suo gioco, ma nella qualità con cui legge e aggredisce lo spazio. Partendo da dietro, spesso dalla linea di metà campo, Hakimi ha avuto davanti il terreno ideale da attaccare. E quando un giocatore con quella progressione può correre fronte alla porta, diventa quasi impossibile da contenere. Il Bayern ha provato a schermarlo, tenendo alto Luis Diaz, ma a lui non è quasi importato.
Perché Hakimi non interpreta la corsa come gesto meccanico, ma come una naturale conseguenza di un’azione ragionata. Porta palla per attrarre, accelera per rompere linee, poi decide. Ed è in quest’ultimo passaggio che si vede l’evoluzione più importante. Un tempo l’esterno marocchino poteva essere considerato un incursore di grande efficacia, ma meno pulito nell’ultima scelta. Oggi no. Oggi chiude quasi sempre bene l’azione. L’assist per il 4-2 ne è la sintesi perfetta: progressione, tempi giusti, lucidità nell’ultimo terzo e pallone servito a Kvaratskhelia con precisione chirurgica. Non una giocata estemporanea, ma l’epilogo di una partita costruita sulla superiorità creata costantemente a destra.
Per anni il grande dibattito attorno ad Hakimi riguardava la fase difensiva. Le qualità in attacco erano fuori discussione, ma restava il sospetto che fosse un esterno offensivo adattato, più che un difensore completo. Nel corso della sua carriera al PSG, e anche nell semifinale di quest’anno contro il Bayern, questa visione è sembrata definitivamente cancellata. Davanti aveva un cliente scomodissimo come Luis Díaz, rimasto spesso molto alto proprio per stressare la sua posizione e impedirgli di sganciarsi con continuità, Hakimi ha risposto facendo entrambe le fasi alla grande. Ha continuato ad attaccare senza pregiudicare più di tanto le letture, i rientri, gli interventi difensivi. Nei duelli in campo aperto è stato pulito, nelle coperture preventive quasi impeccabile, soprattutto nel controllo della profondità.
Ed è forse questo il dato più impressionante: ha difeso per novanta minuti senza veri momenti di sofferenza. Il gol segnati da Luis Díaz, infatti, non nasce da una sua disattenzione o da un duello perso, ma da una situazione in cui il colombiano resta isolato contro Marquinhos. È un episodio che semmai conferma il lavoro di Hakimi, non il contrario. Non è stato trascinato basso dal timore di perdere l’uno contro uno, non ha smesso di essere aggressivo in uscita, non ha dato mai la sensazione di dover essere protetto. Ed è questo che cambia la percezione della sua prestazione. E il fatto che sia così decisivo in avanti, beh, giustifica anche qualche sua “assenza” in difesa: il PSG gioca così, Hakimi gioca così, può piacere o non piacere ma qui si trova la loro grandezza.
Molti esterni offensivi ricevono già negli ultimi trenta metri. Hakimi, invece, crea vantaggio spesso cinquanta metri prima. È un dettaglio enorme. Perché ricevere da dietro gli consente di usare il campo come pista di decollo. Può scegliere se condurre, combinare, rompere in sovrapposizione o attaccare il corridoio interno. Contro il Bayern si è visto soprattutto questo: la capacità di trasformare ogni attacco alla profondità in una potenziale occasione. Non semplicemente per la velocità che garamtisce, ma per la continuità della minaccia che porta. Anche quando non arrivava all’assist o alla rifinitura, costringeva il blocco tedesco a scivolare, deformarsi, abbassarsi. E questa pressione costante ha inciso quanto le giocate decisive. I grandi esterni moderni non producono solo numeri, producono effetti sistemici. Hakimi lo fa. Definirlo “terzino offensivo” ormai è riduttivo. È una formula che non spiega più il suo calcio. Se per anni Hakimi è stato percepito come uno straordinario interprete di un ruolo in evoluzione, oggi sembra qualcosa di diverso: un giocatore che ridefinisce il ruolo stesso. E forse la cosa più impressionante è che lo fa con naturalezza.