Il Sant Andreu è una squadra di quartiere che è arrivata in terza divisione e l’ha fatto senza smarrire la sua identità operaia, antirazzista, antifascista

La società catalana, che ha sede alla periferia di Barcellona, rappresenta un pubblico sempre più disilluso dal calcio moderno. E così ha attirato non soltanto nuovi tifosi, ma anche una proprietà straniera (che però non ha cambiato l'essenza del club).
di John McAulay 20 Maggio 2026 alle 11:17

In una calda serata di inizio maggio, un piccolo angolo di Barcellona è esploso in una grande festa. Migliaia di tifosi hanno riempito le strade, sventolando bandiere e accendendo fumogeni. Tante famiglie sfilavano una accanto all’altra, gli adolescenti si arrampicavano sui semafori per godere di una visuale migliore, ui cori da stadio sono durati per tutta la notte. Tutto questo è avvenuto perché la squadra di calcio locale aveva appena vinto il campionato. Ma non si trattava del Barcellona, che nel frattempo ha conquistato e celebrato il suo ultimo titolo nazionale. Al centro di questo caos c’era l’Unió Esportiva Sant Andreu. Vale a dire il club di un quartiere operaio nella zona Nord di Barcellona, una squadra che, fino a poco tempo fa, era praticamente sconosciuta fuori dalla sua comunità.

Oggi, tuttavia, quella del Sant Andreu è diventata una delle storie più affascinanti del calcio spagnolo. Anche perché è un club di quartiere che vive un’esplosione di popolarità, che rappresenta tutto ciò che il calcio moderno fatica anche solo a evocare. In un’era di proprietari miliardari, biglietti a 150 euro e stadi riempiti di turisti, il Sant Andreu appare quasi radicale nella sua semplicità. Rappresenta il calcio spogliato e riportato alle sue radici: un’identità forte, un tifo trasversale e una rara intimità tra giocatori e pubblico. Anche la sua ascesa sul campo è una storia che va raccontats: dopo aver vinto il campionato in questa stagione, il club si è assicurato la sua seconda promozione in quattro anni e competerà nella terza divisione spagnola.

Ma non è sempre stato tutto così roseo. Fondato nel 1909, il club è emerso dal Sant Andreu de Palomar, un tempo cittadina a sé stante prima di essere assorbita dall’espansione urbana di Barcellona. Oggi, il quartiere conserva un’identità chiara, ben definita, più simile a quella di un paese che alla costola di una metropoli. Quel legame territoriale è diventato il motore del club: per decenni, infatti, il Sant Andreu ha oscillato tra modesti successi e ripidissimi cali, alternando periodi nella seconda serie spagnola a cadute vertiginose fino a sfiorare il calcio dilettantistico, stretto nella morsa delle difficoltà finanziarie. A cavallo tra il Novecento e il Duemila, le presenze sugli spalti si erano ridotte ad appena qualche centinaio di persone. Come molti storici club delle serie minori in tutta Europa, il Sant Andreu sembrava condannato all’irrilevanza.

Poi è arrivata la stagione 2022/23. Un acceso derby contro i rivali cittadini del CE Europa ha catturato un’inaspettata attenzione mediatica, anche perché entrambi i club in lotta per la promozione. Alla fine il Sant Andreu è salito di categoria dopo un caotico playoff contro il Salamanca, nel match più lungo che si sia mai giocato nel calcio spagnolo. L’effetto è stato immediato: i tesserati, che all’inizio di quella stagione erano mille, sono quasi triplicati nel giro di un anno e oggi sfiorano quota 5.500 – il dato più alto registrato dal club da oltre mezzo secolo. Famiglie e bambini sono tornati allo stadio, mentre i giovani hanno scoperto la squadra tramite il passaparola e i social media, portando alla formazione di nuovi gruppi di tifosi. Il Narcís Sala ha ricominciato a registrare il tutto esaurito.

Per molti tifosi, questa nuova attrazione nei confronti del Sant Andreu non è un fatto di campo. Nel senso che va ben oltre i risultati: Ian, uno dei fan che si è innamorato del club solo da qualche anno, racconta di aver perso interesse per il calcio d’élite anni fa: «Non mi trasmette più nulla», spiega mentre aspetta di entrare nel Gol Nord, il settore dove si sistemano gli ultras del club, in occasione dell’ultima partita di questa stagione. «Guardando il calcio in televisione non provo alcuna emozione». Il suo amico Oriol ritiene che sia l’atmosfera a rendere il Sant Andreu così speciale: «Mi piace l’energia emotiva creata collettivamente dalla curva». La crescita del club è andata ben oltre i confini del quartiere stesso, e molti nuovi tifosi risiedono in altre zone di Barcellona. Alcuni di loro, come Oriol, sono tifosi del Barça disillusi e logorati dalla commercializzazione del calcio di vertice: «L’altro giorno sono andato al Camp Nou perché ero stato invitato», racconta. «Continuavo a pensare: cosa ci faccio qui? L’atmosfera era gelida».

Persino alcuni tifosi internazionali sono attratti dal Sant Andreu piuttosto che dal Barcellona. Marco e Alberto, due italiani che vivono in città, descrivono il club come più autentico: «Guardare questo è più divertente che andare al Camp Nou», affermano. «Quello è uno show. Questo ha un sapore genuino, locale». Sono rimasti colpiti anche dall’inclusività degli ultras: «In Italia, di solito, i gruppi organizzati non lasciano entrare gli estranei. Qui, sebbene fossimo nuovi, ci hanno accolto con degli abbracci». Ciò che sorprende forse maggiormente è che i tifosi storici del quartiere sembrano felici di accogliere l’afflusso di volti nuovi, a patto che il club non smarrisca la propria identità: «Più siamo, più sosterremo la squadra», dicono Rafael e Dolors, residenti da una vita, entrambi sulla sessantina. «Finché il Sant Andreu rimarrà un club di quartiere, tutti saranno i benvenuti».

L’identità del Sant Andreu non è solo locale, ma anche regionale. Durante le partite, i tifosi cantano cori in catalano, mentre la maglia a strisce giallorosse del club riflette la Senyera, la bandiera della Catalogna. Durante la dittatura di Franco, quando le lingue e i simboli regionali venivano duramente repressi, il club fu costretto a cambiare sia il nome che i colori dello stemma e della maglia. Le radici operaie del quartiere hanno inoltre forgiato una solida cultura antifascista attorno alla squadra. Striscioni che denunciano il fascismo e il razzismo sono esposti permanentemente sugli spalti, mentre uno dei principali sponsor sulla maglia è Open Arms, la ONG umanitaria che soccorre i migranti nel Mediterraneo. Per molti sostenitori, questi valori sono il fulcro del fascino del club: «Questa identità mi rappresenta moltissimo», afferma Ian. «È ciò che conferisce al club la sua magia».

La vicinanza tra il club e la sua comunità è altrettanto cruciale. Al Sant Andreu, la distanza tra giocatori e tifosi quasi non esiste. Esther, che assiste regolarmente alle partite con i suoi due figli, sostiene che questa intimità offra qualcosa che il calcio moderno non può eguagliare: «Amano vedere i giocatori da vicino, dare loro il cinque dopo la partita o incontrarli al supermercato. È questo che rende speciale una vera squadra di quartiere». Quel legame si è rivelato decisivo di recente, quando i tifosi hanno fatto pressione sul consiglio comunale di Barcellona affinché sostituisse il campo in erba sintetica dello stadio con uno in erba naturale, permettendo al club di rimanere al Narcís Sala dopo la promozione in terza divisione. Per la maggior parte dei tifosi, restare nel quartiere era una condizione non negoziabile: «Lasciare Sant Andreu avrebbe distrutto tutto ciò che abbiamo costruito» dichiara il portavoce del club, Gerard Álvarez.

La rapida ascesa del club non è arrivata senza conseguenze. Nel 2024, l’imprenditore giapponese Taito Suzuki ha assunto il controllo della società durante un periodo di fragilità finanziaria. Per molti club, un’acquisizione del genere scatenerebbe immediatamente i timori legati a un’eccessiva commercializzazione, a un possibile rebranding, alla perdita progressiva di identità. Inizialmente, i tifosi del Sant Andreu provavano la stessa paura. Ma, almeno finora, quelle preoccupazioni si sono in gran parte dissipate. Álvarez insiste sul fatto che la nuova proprietà abbia compreso in fretta come il dna del club fosse intoccabile. «Il suo arrivo non significa smarrire la nostra essenza», spiega. «Si trattava di risolvere una difficile situazione economica. Finché i valori del club e i suoi tifosi verranno rispettati, andrà tutto bene».

Anche la federazione dei tifosi del club, inizialmente scettica su questo cambio ai vertici della società, riconosce oggi che il rapporto ha funzionato meglio del previsto. «Non è il nostro modello di proprietà ideale, ma siamo stati fortunati», afferma il presidente Xavi Miralles. «È stato molto rispettoso verso il club e la tifoseria e non ha cercato di imporre alcun cambiamento. Credo abbia capito che questa squadra funziona proprio grazie alla sua identità».

Nonostante il passaggio di proprietà, il Sant Andreu continua a offrire un raro contromodello al calcio moderno. Il club resta ambizioso — il sogno è quello di raggiungere, prima o poi, la massima serie spagnola — ma respinge al mittente l’idea che il successo debba avvenire a scapito dell’identità. «Se arrivare in Liga significa rinnegare chi siamo, allora preferiamo restare nel calcio dilettantistico», sentenzia Miralles. La sfida sarà preservare questo equilibrio: una crescita rapida rischia sempre di trasformare quella cultura che, in origine, rende speciale un club. Per ora, il Sant Andreu rimane straordinariamente intatto. Prima delle partite, i bar attorno al Narcís Sala si riempiono di abitanti del posto che condividono una birra in attesa del fischio d’inizio, i bambini corrono liberi sugli spalti sotto lo sguardo dei tifosi più anziani seduti ai loro soliti posti, e i cori in catalano riecheggiano nello stadio per tutti i novanta minuti. In questo angolo di Barcellona, si respira ancora l’aria di un calcio che appartiene alla sua gente.

Foto di David Melero
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