Se un allenatore come Pep Guardiola dice che «è il momento giusto per salutarci», allora bisogna fidarsi di lui. Dieci anni fa ha raccolto un Manchester City in cerca di prestigio, in una Premier League praticamente senza padroni di sempre – altrimenti, favole e meriti a parte, non succede che il Leicester diventi campione d’Inghilterra. Oggi quella squadra è diventata un top club globale, capace non solo di sbaragliare la concorrenza in patria, nella Premier più equilibrata – in teoria – e livellata verso l’alto di sempre, ma ormai anche affermata vincente in Europa, dopo una storia fatta di vacche magre, all’ombra dell’aura leggendaria dei vicini di casa in maglia Red Devils. Ecco. Se di questi tempi un bambino s’avvicina al pallone e pensando a Manchester gli viene in mente il City ben prima dello United, i meriti sono tutti di un visionario stratega di questo sport.
Va detto, 20 trofei in dieci stagioni sono un’enormità. Soprattutto se si dà un’occhiata alla bacheca dei Citizens avanti Pep: soltanto qualche sporadica affermazione nazionale fino agli anni Settanta, poi il prepotente ritorno sotto la ricchissima presidenza emiratina e i primi sballi recenti – prima “Agueroooooooo!” e poi il titolo vinto dopo la scivolata di Gerrard in Chelsea-Liverpool. Ma allora il City era ancora un club underdog, una squadra dagli enormi mezzi economici che tuttavia faticava a tradurli in strapotere tecnico: fino a metà degli anni Duemiladieci ci si aspettava che il City dominasse, invece vinceva a singhiozzo.
Poi però è arrivato Guardiola. Col pedigree del salvatore, dell’ideologo, dell’artefice dei trionfi di Barça e Bayern. L’avvio non è stato dei più semplici: un terzo posto, senza titoli a referto. Più che un anno di rodaggio, era però l’anticamera del predominio. Dal 2018 al 2024 il suo Manchester City vince sei Premier League su sette, tra record di punti, gol e vittorie stagionali. In questo decennio non finisce mai fuori dal podio. E soprattutto diventa la squadra da battere: come se nel contesto attuale in Italia il Napoli si riscoprisse egemone per un’eternità – calcisticamente parlando. O se un vate della pallacanestro arrivasse a Los Angeles, la città dei Lakers, e vincesse la NBA alla guida dei Clippers. Guardiola ci è riuscito su campo. Certamente hanno avuto un peso i fondi pressoché illimitati di un club che ha “buggato il sistema” – le accuse di violazioni del Fair Play Finanziario continuano a non mancare. Ma soprattutto con le idee, con una squadra forgiata sul campo pezzo a pezzo.
Il salto di qualità definitivo è scandito dal percorso in Europa: Pep ha portato il City a conquistare la Champions League – raggiungendo anche un’altra finale, e una stabile presenza fra le prime quattro – con un serbatoio di giocatori che non l’avevano mai fatto. L’unico che ne aveva vinta una nella sua carriera, prima di approdare a Manchester nel 2017, era stato Danilo – senza nemmeno ricoprire un ruolo di primo piano nelle gerarchie della squadra. Ul secondo giocatore, soltanto da questa stagione, è stato Donnarumma, ma col City che ha ormai imparato sulla propria pelle come arrivare in fondo. È forse il dato più impressionante di questa parabola. Mentre il PSG, pure foraggiato dagli sceicchi, spendeva e spandeva tra Ibra, Messi o il Neymar di turno, i Citizens di Guardiola puntavano su De Bruyne, Rodri, Gundogan o Haaland. Fuoriclasse in fieri o già affermati, con tutte le stigmate dei campioni, ma ancora in cerca della consacrazione definitiva. E di chi potesse condurli all’assoluta grandezza.
L’emblema di questo spartiacque è l’estate del 2017. La Francia è scioccata dall’inaudito trionfo del Monaco in Ligue 1 ai danni del favoritissimo PSG. Sono soprattutto due gli astri nascenti di quella squadra: Bernardo Silva e Kylian Mbappé. Il cervello e il goleador. In estate sono entrambi destinati a una profumata cessione: indovinate chi dei due va al PSG – «Se non puoi battere il tuo avversario, compralo», massima certamente non condivisa da Pep – e chi invece al Manchester City? Da una parte una sequela disorganica di grandi nomi. Dall’altra una filosofia di calcio organica, fatta di possesso, predominio territoriale e una mentalità inscalfibile anche di fronte alle difficoltà. Quest’ultima componente è stata forse la più difficile da instillare a un gruppo di giocatori – si pensi a De Bruyne, a Kompany – che faticavano a centrare il traguardo anche sul versante della Nazionali. Ma l’allenatore non s’è mai snaturato. Ha spazzato via la concorrenza in patria. Soltanto a quel punto, senza fare il salto più lungo della gamba, è andato davvero all’assalto dell’Europa. Vincendola al secondo tentativo. Con un gol di Rodri, tra l’altro: il più guardolesco dei Palloni d’oro.
Dunque se oggi Pep, lasciando il Manchester City con le lacrime agli occhi (alla vigilia della sua ultima di 592 panchine, con oltre il 70% di vittorie), dichiara che «il club ha dei giocatori incredibili ed è pronto per un nuovo capitolo», non sono parole di circostanza. Ma un manifesto che va ascoltato fino in fondo: «Abbiamo vinto tanto perché sono rimasto tanto, ma sono rimasto perché il club mi ha protetto, per la fiducia e la sinergia che c’erano. Abbiamo creato uno standard, delle aspettative, un modo di fare le cose». Sotto la guida di Guardiola si è creata una legacy fortissima, formando talento partendo dal materiale grezzo e conducendo un potenziale notevole alla sua massima esplosione. Era difficile chiedere di più. E che questo pesi più di qualunque trofei, non lo dice soltanto la storia del City. Si guardi proprio a quella del PSG, che da quando ha smesso di giocare all’adolescente nevrotico davanti alla console imitando invece l’impostazione tecnica e programmatica dei Citizens di Pep – investimenti mirati, palla ai giovani, gruppo coltivato nel tempo e un grandissimo allenatore in panchina – ha iniziato a vincere anche in Europa. Diventando ormai lo squadrone da battere. Il giorno in cui Luis Enrique lascerà Parigi, possiamo dirlo con largo anticipo, meriterà i medesimi elogi. Quelli che oggi vanno fatti a un uomo giustamente stanco, e sportivamente secondo a nessuno.