Il Como in Champions League è il trionfo delle idee, di un progetto che in Italia non si era mai visto

La società e la squadra di Fàbregas, grazie a un lavoro visionario in campo e fuori, hanno smantellato un bel po' di preconcetti e un bel po' di retorica. E si sono presi un quarto posto che, a pensarci bene, non è così sorprendente.
di Alfonso Fasano 25 Maggio 2026 alle 00:46

In un’intervista rilasciata a Undici qualche settimana fa, il presidente del Como Mirwan Suwarso aveva detto che «i risultati della squadra mi lasciano del tutto indifferente». Che vi piaccia o meno, si tratta di un’affermazione vera: questo modo di vivere il calcio serve a spiegare la parte più importante del progetto-Como, vale a dire quella che riguarda lo sfruttamento della città come brand, del lago come attrazione turistica e commerciale, del calcio come traino per un altro tipo di core business – lo stesso Suwarso l’ha definito «modello-Disney». Il punto, però, è che queste idee visionarie hanno una corrispondenza assoluta, totale, con le strategie e le scelte dei dirigenti sportivi, dei tecnici, del ds Ludi, dell’Head of Development Roberts, dall’allenatore Fàbregas.

Piccolo rewind all’estate scorsa, la seconda dopo la promozione in Serie A (2024) e il decimo posto (2025) colto alla prima stagione nel massimo campionato: il Como trattiene Cesc Fàbregas, palesemente corteggiato dall’Inter, e fa un mercato in pieno stile-Football Manager. No, in questa definizione non c’è nessuna retorica, non si tratta di frase fatta: il club lombardo prende Jesús Rodríguez, Martin Baturina, Jacobo Ramón, Jayden Addai, Álex Valle; nelle due sessioni precedenti aveva già preso Maxence Caqueret, Ignace van der Brempt, Assane Diao, Nico Paz, Alieu Fadera, Maxi Perrone, Yannik Engelhartd, Anastasios Douvikas. A momento del loro arrivo, tutti questi giocatori non andavano oltre i 24 anni – anzi, Addai, Diao, Rodríguez e Paz erano arrivati a Como ancora prima di compierne 20. Le uniche eccezioni erano state quella relativa a Nicolas Kuhn, arrivato dal Celtic a 26 anni da compiere, e quella relativa al 32enne Diego Carlos.

Per molti, naturalmente, il Como si è potuto permettere certi colpi (Jesús Rodríguez è stato pagato 22 milioni, Baturina è arrivato per 18 milioni, lo stesso Kuhn è costato 19 milioni) perché è un club ricco, il più ricco della Serie A. Vero, tutto vero. Allo stesso tempo, però, va anche sottolineato come  Fàbregas abbia gestito la rosa numero 11 della Serie A, se guardiamo al monte ingaggi (poco oltre i 45 milioni annui). Insomma: sono state le idee, molto più che i soldi. a fare la differenza. E le idee in questione sono state, nell’ordine: quella di prendere dei talenti giovani se non giovanissimi; quella di mettere questi talenti a disposizione di un allenatore dall’approccio chiaro, definito, fondato sul pressing, sulla sofisticatezza; quella di non farsi ricattare e neanche sedurre dal mercato, nel senso che Fàbregas e tutti i gioielli arrivati nelle ultime stagioni (a cominciare ovviamente da Nico Paz) sono rimasti a Como, hanno creduto nel Como. E alla fine hanno conquistato una qualificazione in Champions League che risulta incredibile, assurda, solo se si guarda al nome – e quindi alla storiadella squadra che l’ha ottenuta. Per il resto, non c’è niente di cui sorprendersi.

Il fatto è che siamo in Italia, e allora c’è una certa reticenza – diciamo pure “resistenza culturale” – all’idea per cui i giovani possano raggiungere dei risultati. Ecco, il Como ha smantellato completamente questa convinzione, al punto da prendersi il bersaglio grosso al primo vero tentativo – e nel frattempo ha anche sfiorato la qualificazione alla finale di Coppa Italia. È qui che torna buono, anzi buonissimo, il concetto di progetto: la società e Fàbregas hanno iniziato a lavorare come non si era mai lavorato in Serie A, quantomeno a certi livelli di classifica, e hanno dimostrato che esiste, che può esistere, un altro modo di vincere. E non è una questione di estetica o ideologia tattica, perché in realtà basta prendere la classifica per accorgersi come il Como-spettacolo abbia la miglior difesa, non il miglior attacco, del campionato (29 gol subiti).

Il nocciolo del discorso, insomma, sta nel modo in cui il Como affronta il mercato e le partite: avrebbe – ha – i fondi per comprare chiunque e invece punta su fuoriclasse solo potenziali; scende in campo per dominare le partite e alla fine è la squadra che subisce meno gol di tutte. E quindi si può dire che tutta la retorica intorno alla ricchezza della proprietà indonesiana, alla spregiudicatezza e al fondamentalismo di Fàbregas, finisce per sfaldarsi, per scomparire di fronte al valore intorno a cui si regge l’intero sistema-Como: la competenza, la visione a lungo termine. Per dirla in poche parole: i soldi bisogna anche saperli spendere, non basta spenderli; i giocatori bisogna anche farli rendere, non basta mandarli in campo. Da questo punto di vista, il Como rappresenta un modello tutto nuovo, che in Italia non si era mai visto. Un modello che funziona, che può valere anche il quarto posto. Il modello-Disney, lo chiama il presidente Suwarso. Da qualche ora si può chiamare anche modello-Champions League, anche se sembra incredibile – ma in realtà, l’abbiamo visto, non c’è proprio niente di cui sorprendersi.

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