La Roma in Champions dimostra che se date una squadra (e libertà d’azione) a Gasperini, Gasperini raggiungerà i suoi obiettivi

In meno di un anno, il tecnico giallorosso ha ridato ambizione e coesione a una squadra reduce da stagioni complicate. E l'ha fatto a modo suo, subendo le tensioni societarie, facendo leva sul campo, sui giocatori, sul gruppo.
di Redazione Undici 25 Maggio 2026 alle 10:50

Sette anni dopo l’ultima volta, la Roma è tornata in Champions League. Lo ha fatto al termine di una stagione lunga, intensa, piena di ostacoli, ma soprattutto guidata da un uomo che ha cambiato il volto della squadra e dell’ambiente: Gian Piero Gasperini. L’allenatore piemontese ha preso una Roma reduce da stagioni complicate, da continui cambi di guida tecnica e da una sensazione di incompiutezza ormai cronica, riuscendo invece a trasformarla in una realtà credibile e competitiva fin dalla prima giornata.

La grande forza di questa Roma è stata proprio la continuità. Non soltanto nei risultati, ma nelle idee. La società, almeno inizialmente, ha deciso di affidarsi totalmente a Gasperini, consegnandogli di fatto le chiavi del progetto tecnico. Una scelta forte, quasi inevitabile per un allenatore che da sempre pretende controllo, autonomia e condivisione totale della propria visione calcistica. Dall’estate si è visto immediatamente che la Roma stava cambiando pelle: intensità diversa, baricentro più alto, ricerca costante dell’uno contro uno, pressing feroce e soprattutto una squadra che sembrava sapere cosa fare in campo.

Naturalmente non è stato tutto semplice. Una stagione del genere non può essere lineare, soprattutto in una piazza complessa come Roma. Nel corso dell’anno ci sono stati momenti di tensione con la società e in particolare con il senior advisor Claudio Ranieri, figura centrale all’interno del club e uomo da sempre molto ascoltato dall’ambiente giallorosso. Differenze di vedute, confronti accesi, alcune scelte tecniche che non hanno trovato subito una piena condivisione: episodi normali dentro un’annata vissuta sempre ad alta pressione. Alla fine l’allenatore è riuscito a “vincere” il confronto a distanza con Ranieri, e in quel momento la Roma si è “consegnata” definitivamente al suo allenatore.

Alla fine, come succede sempre, il fatto e il dato che contano davvero sono quelli che riguardano il campo: la Roma è stata in corsa per la Champions League fin dall’inizio del campionato. E ha chiuso al terzo posto in classifica: un risultato tutt’altro che scontato. In estate molti vedevano i giallorossi dietro almeno quattro o cinque squadre nella griglia di partenza. C’erano dubbi sulla tenuta tecnica e mentale, sulla capacità della rosa di reggere il calcio di Gasperini e perfino sulla compatibilità di alcuni giocatori con il suo sistema.

La risposta è arrivata fin dai primi mesi: la Roma ha mostrato personalità e continuità, la vittoria per 3-1 a Cremona, a novembre, ha rappresentato forse il primo grande manifesto della stagione giallorossa. Non tanto per il risultato in sé, quanto per quello che significava: dopo quella partita la Roma si è ritrovata addirittura al primo posto in classifica. Un segnale fortissimo lanciato al campionato e soprattutto una conferma della bontà del lavoro dell’allenatore. Quella squadra non viveva di episodi, ma di principi chiari. Gasperini ha costruito una Roma feroce nelle transizioni, capace di recuperare palla alta e di occupare il campo con coraggio. Anche i giocatori più criticati nelle stagioni precedenti sono sembrati improvvisamente rigenerati.

La svolta decisiva della stagione, però, è arrivata nel mercato di gennaio. L’acquisto di Malen si è rivelato determinante nella corsa Champions e rappresenta la vittoria personale di Gasperini. L’allenatore lo aveva chiesto con forza, lo considerava il profilo ideale per il suo sistema offensivo: rapido, verticale, aggressivo negli spazi e perfetto per attaccare la profondità. In molti avevano dubbi sull’investimento, ma Gasperini ha insistito fino all’ultimo perché era convinto che l’olandese potesse cambiare il livello offensivo della squadra. Da gennaio in poi Malen ha segnato 14 gol, diventando il trascinatore offensivo della Roma e conquistando addirittura il secondo posto nella classifica marcatori del campionato. L’ex Aston Villa ha dato alla Roma qualcosa che mancava da anni: imprevedibilità. La capacità di creare superiorità numerica, di spaccare le partite con una giocata individuale, ma anche di interpretare perfettamente i movimenti richiesti dal sistema di Gasperini.

Anche nell’ultima giornata, a Verona, Malen è stato decisivo. La partita che ha sancito ufficialmente il ritorno della Roma in Champions League portava inevitabilmente la sua firma. Ancora una volta presente nel momento più importante, ancora una volta uomo copertina di una squadra che ha trovato in lui il terminale offensivo ideale,. Eppure sarebbe riduttivo spiegare la stagione della Roma soltanto attraverso i gol di Malen, perché il vero capolavoro di Gasperini è stato collettivo. Dalla sosta di marzo in poi la Roma ha cambiato marcia in maniera definitiva. Escludendo la durissima sconfitta di Milano contro l’Inter, i giallorossi hanno praticamente sbagliato nulla. Sei vittorie e un solo pareggio, quello contro l’Atalanta, in una fase della stagione in cui la pressione rischiava di schiacciare una squadra che non era abituata a giocarsi obiettivi così importanti. Invece la Roma ha reagito proprio nei momenti più difficili. Dopo il ko contro l’Inter si poteva pensare a un contraccolpo psicologico pesante. Gasperini, al contrario, è riuscito a ricompattare immediatamente il gruppo. Ha protetto i giocatori, ha abbassato la tensione esterna e ha rimesso la squadra in carreggiata nel giro di pochi giorni. La stessa “magia” era riuscita anche dopo la notte del primo marzo, il 3-3 interno contro la Juventus con gol di Gatti nei minuti di recupero.

È in quei momenti che è emersa tutta la grandezza del lavoro di Gasperini. L’ex allenatore dell’Atalanta non ha soltanto dato un’identità tattica alla Roma: ha costruito una mentalità nuova. Ha convinto la squadra di poter competere davvero per la Champions e, soprattutto, ha compattato l’ambiente intorno a sé. Per anni la Roma aveva vissuto di entusiasmo intermittente, di fiammate emotive mai realmente consolidate – se non ai tempi della Conference di Mourinho. Stavolta si è creato qualcosa di simile a quel biennio: un legame autentico tra squadra, allenatore e tifosi. Le immagini dell’accoglienza notturna a Fiumicino dopo la qualificazione raccontano perfettamente il clima che si è creato intorno a Gasperini e alla sua squadra. Migliaia di tifosi hanno aspettato il ritorno dei giallorossi nel cuore della notte, trasformando l’aeroporto in un locale per feste. Non era soltanto l’entusiasmo per un traguardo sportivo: era il riconoscimento per un gruppo che ha restituito orgoglio e appartenenza.

Gasperini è riuscito a portare tutto l’ambiente dalla sua parte, anche chi inizialmente guardava con scetticismo il suo arrivo ha finito per riconoscere la qualità del lavoro svolto. Perché questa Roma non ha mai dato la sensazione di essere casuale. Ha coinvolto tutti, facendo sentire ogni giocatore importante all’interno del progetto. Alcuni elementi che sembravano ai margini hanno ritrovato spazio, fiducia e rendimento. Il simbolo perfetto di questo lavoro va ricercato nel gol di Stephan El Shaarawy a Verona: una rete pesante, dall’impatto emotivo enorme, arrivata in una serata che ha consegnato la Champions alla Roma, ancora più significativa perché segnata da un giocatore che l’anno prossimo non farà più parte della rosa giallorossa. In questo gol c’è tutta la stagione della Roma, il senso di appartenenza ricostruito da Gasperini, la capacità di tenere tutti coinvolti fino all’ultimo minuto, l’idea di un gruppo vero prima ancora che di una semplice squadra. Sette anni dopo, la Roma è tornata tra le prime quattro. Lo ha fatto attraverso il lavoro, le idee e il coraggio di un allenatore che per l’ennesima volta ha dimostrato di saper trasformare le squadre. Gasperini ha preso una Roma fragile e l’ha resa ambiziosa. Per certi versi il risultato più importante non è nemmeno la qualificazione europea, ma l’aver restituito alla squadra giallorossa una direzione chiara, un’identità forte e soprattutto la sensazione che questo sia l’inizio di un ciclo.

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