Il Milan ha deciso di ripartire da zero dopo tre anni di caos dirigenziale e tecnico, incomprensioni, scelte e persone sbagliate

Furlani, Tare, Allegri e Moncada sono stati licenziati con effetto immediato da Gerry Cardinale: una scelta che si imponeva, dopo stagioni in cui tutti hanno accumulato una montagna di errori.
di Antonio Belloni 26 Maggio 2026 alle 12:10

Con quella di poche ore fa, siamo arrivate a tre contestazioni consecutive alla fine della stagione del Milan. 05/05/2024, 24/05/2025 e 10/05/2026 sono le tre date in cui i tifosi rossoneri hanno protestato in modo feroce contro la loro stessa squadra/società. E sono le tre stagioni dopo il licenziamento di Frederic Massara e Paolo Maldini, datato a sua volta 6 Giugno 2023: per molti quel momento segna il casus belli di un ciclo di disastri che, forse, in Milan-Cagliari, hanno trovato coronamento in uno dei punti più bassi della recente storia milanista. Da apparente tappa innocua per conquistare una qualificazione Champions che è apparsa scontata per tutta la stagione, la partita si è trasformata in un incubo che potrebbe rappresentare una svolta epocale nella storia del club. Nel day after, in un solo giorno, il ribaltamento, tra dirigenza e allenatore, è stato totale. Il «fallimento», per utilizzare il termine con cui lo stesso Gerry Cardinale aveva definito l’eventualità di una mancata Champions nell’ultima intervista rilasciata alla stampa italiana, ha dato il via a un lunedì storico, con un’epurazione di massa guidata dallo stesso proprietario americano, che in un colpo solo ha licenziato Massimiliano Allegri, Giorgio Furlani (AD), Igli Tare (DS) e Geoffrey Moncada (Direttore Tecnico).

In poche ore, all’indomani della fine della stagione, il management del Milan è stato polverizzato, investito da una rivoluzione dirigenziale senza precedenti, per modi e tempi, nella storia del club. Come scritto nel comunicato ufficiale: «É tempo di cambiamento e di una profonda riorganizzazione dell’area sportiva». L’epilogo, consumatosi in una Milano torrida, tra gli uffici di Casa Milan e l’hotel Four Seasons, in pieno centro, dove lo stesso Cardinale pernotta – è stato in perfetta continuità col resto della stagione. In sede, a svuotare gli armadietti, Geoffrey Moncada e Giorgio Furlani; al Four Seasons, a colloquio, Ibra e Cardinale; e infine, isolati, come avviene da tutto l’anno, Igli Tare e Max Allegri, nell’attesa della comunicazione degli esoneri in un luogo non definito.

Fino all’ultimo, la dirigenza del Milan è stata divisa, scomposta, frammentata in fazioni che, incapaci di comunicare tra loro, da anni producono battaglie intestine il cui sangue, in primis, viene sparso in campo. Perché sì, il Milan è la dimostrazione plastica di come, nel calcio, i risultati siano sempre specchio dell’organizzazione ai piani alti. In mezzo alle mille difficoltà nel dialogo con la proprietà, più volte esplicitate con insofferenza dallo stesso Paolo Maldini, nel 2022 Gerry Cardinale ha ereditato una squadra campione d’Italia, capace di raggiungere una semifinale di Champions nell’annata successiva. I dissapori, le difficoltà a parlare con chi faceva da tramite tra l’area sportiva e la proprietà erano già presenti, ma il Milan manteneva una sua coerenza dentro e fuori dal campo; e le competenze calcistiche di Massara, unite alla sensibilità di Maldini nella gestione del gruppo e nella conoscenza della complessità dell’ambiente milanista, garantivano alla squadra di isolarsi nel modo giusto.

I tre anni successivi, quelli che hanno portato a questo lunedì nero, sono stati contrassegnati da una divisione dei ruoli non efficace, e dall’affidamento di cariche determinanti a dirigenti che, forse, non avevano le competenze richieste per svolgerli. Gerry Cardinale, forse, avrebbe dovuto palesarsi ben prima, magari indicendo una conferenza stampa per annunciare le linee guida di un progetto che i tifosi, finora, hanno sempre dovuto indovinare a distanza, in un silenzio che, per forza di cose, viene riempito dal rumore di voci contraddittorie. In questi tre anni, il Milan è andato per tentativi: la prima estate non ha ritenuto necessario sostituire il direttore sportivo, affidando il mercato a Moncada, direttore tecnico dal ruolo più ampio, anche se privo del patentino; in occasione della seconda, cambiato Pioli, ha scelto prima Lopetegui, poi rinnegato per il malcontento dei tifosi, e infine ha ripiegato su Paulo Fonseca. Che, abbandonato dal gruppo dopo appena tre giornate (con la scena simbolica del cooling break durante Lazio-Milan), non è stato mai protetto né legittimato da alcun dirigente. Di nuovo, finale di stagione in preda alla contestazione, all’ultima giornata in Milan-Monza.

Infine, si arriva alla scorsa estate: sul ds la lezione è parsa recepita, ed è arrivato il navigato Igli Tare. Con lui, poi, è arrivato anche il tanto agognato allenatore forte, di carisma ed esperienza: Massimiliano Allegri. Il mercato estivo, però, è stato un primo sintomo dell’ennesima caduta: il Milan parte con l’idea di giocare a quattro, poi, però, dalle amichevoli passa a tre, e Tare, nel pre-partita di Lecce-Milan (seconda giornata) dichiara di essere rimasto spiazzato da questo cambio. Il mercato, come spesso accaduto negli ultimi anni, è un Frankenstein: un’accozzaglia di doppioni negli stessi ruoli, giocatori adatti a sistemi di gioco diversi e idee contraddittorie. In sintesi, sembra che al mercato ci abbiano lavorato tre direttori sportivi, non uno solo, quello in teoria prescelto (Igli Tare): a centrocampo, l’investimento grosso è stato fatto su Ardon Jashari, arrivato per più di 35 milioni; nela stessa sessione, però, arrivano anche Samuele Ricci (20 milioni), e Luka Modric, il futuro padrone del ruolo in regia. Tre acquisti nella stessa posizione, con più di 55 milioni che si accomodano in panchina di settimana in settimana.

Davanti, non è certo un segreto, serve una punta. Nelle ultime settimane il Milan tratta a lungo Hojlund, che poi gli viene soffiato dal Napoli. Allegri, si dice, avrebbe chiesto una punta d’area, un riferimento offensivo abile nl gioco spalle alla porta. Alla fine, però, arriva Christopher Nkunku, seconda punta del Chelsea ben distante dal suo prime tecnico-atletico toccato al Lipsia, pagato ben 40 milioni nonostante i 28 anni d’età. Un’operazione che, sia per ragioni tecniche che economiche, appare da subito difficile da capire. Al suo arrivo, la risposta di Allegri, interpellato sul tema, è tutta un programma: «Non lo so come potrò utilizzarlo». Per l’ennesima volta, una divisione dei ruoli non chiara ha generato il caos interno: Tare ha dovuto subire in prima persona le ingerenze di dirigenti che, in teoria, avrebbero tutt’altre sfere di competenza. Ed è qui che si manifesta il peccato originale del management del Milan: anziché sfruttare i singoli dirigenti per quelle che erano le loro aree di competenza, tutti mettevano bocca su tutto, sconfinando nell’operatività degli altri.

Il Milan di RedBird, presentatosi a Giugno 2023 – dopo la cacciata di Paolo Maldini – come proposta d’ avanguardia di un sistema “data-driven” fondato sullo scouting, alla fine si è retto tutta la stagione su Luka Modric (41 anni) e Adrien Rabiot (31 anni) richiesta esplicita del suo allenatore Massimiliano Allegri. Non a caso, da una delle prime interviste rilasciate alla stampa italiana dallo stesso Cardinale, a settembre 2023, quando dichiarava: «Noi crediamo di essere all’avanguardia», in soli tre anni, a Maggio 2026, si è giunti alla constatazione della realtà opposta: «Non siamo stati all’altezza. Bisogna avere le persone migliori. Non ci siamo ancora». L’impressione è che il proprietario americano, finalmente più coinvolto e a contatto con la realtà milanista, con tre anni di ritardo, si sia reso conto di aver delegato con poca chiarezza, e forse alle persone sbagliate. Basti pensare a quanto accaduto a gennaio, forse l’apice del paradosso gestionale del Milan. A inizio mercato, l’AD Giorgio Furlani fa sapere che il budget è prossimo allo zero. Nonostante Allegri abbia chiesto un centravanti per rafforzare una rosa in lotta per lo scudetto o comunque per la Champions, Tare deve accontentarsi di un’operazione a saldo zero: arriva Füllkrug in prestito gratuito dal West Ham. A due giorni dalla fine del mercato, però, all’insaputa dello stesso Igli Tare, il Milan chiude Jean-Philippe Mateta per una cifra superiore ai 30 milioni di euro. I soldi, magicamente, sono comparsi, anche se il ds, dal canto suo, non ne sa nulla. La trattativa si dissolverà nel nulla, complice un mistero sul ginocchio del francese che rende ancor più grottesca la situazione, ma il ritratto è chiaro: al Milan regna il caos, con continui scavalcamenti tra i ruoli apicali, alcuni dirigenti che remano in direzioni opposte – talvolta battagliando tra di loro – e altri che svolgono mansioni misteriose (Ibrahimovic, sempre più lontano da Milanello nell’ultima stagione).

Compatibilmente con l’esplosione delle consuete lotte interne, tra le quali una pesantissima lite Ibra-Allegri riportata in esclusiva dal Corriere della Sera (in seguito alla quale i due avrebbero smesso di parlarsi) il Milan, in campo, precipita. Le basi fragilissime – forse definitivamente superate – del gioco di Max Allegri, fondate su una minimizzazione dei rischi per raggiungere il piazzamento, crollano non appena il Milan, fuori dalla lotta per il titolo, perde motivazioni. E così il caos fuori dal campo si riversa sul rettangolo di gioco. Il Milan non solo non gioca più, ma non raggiunge nemmeno più risultati: nelle ultime 13 partite arrivano ben sette sconfitte. É il crollo di un paradigma: il presunto “risultatista” Max Allegri smette di fare risultati.

Le ultime partite sono la cronaca di un progetto che fa acqua da tutte le parti, di fronte a un contesto fatto di spettatore furiosi, nel pieno della contestazione, e turisti divertiti, estraniati dal contesto. A osservare dall’alto, c’è Gerry Cardinale. Che, forse, ha definitivamente deciso di fare tabula rasa e prendersi la responsabilità di sottoscrivere un piano per rendere il Milan finalmente suo. In un solo colpo, fuori tutti. Si salva solo Zlatan Ibrahimovic, “Senior Advisor” di RedBird dal ruolo misterioso e mai specificato, pronto – a quanto si dice – ad avere pieni poteri per le scelte che definiranno il nuovo Milan: nuovo AD, nuovo direttore sportivoe nuovo allenatore.

Comunque vada questa rivoluzione di maggio, restano due domande. La prima: Gerry Cardinale sarà mai capace di spiegare perché, in quel giugno 2023, decise di licenziare Paolo Maldini, nell’atto sbrigativo di una colazione, privandosi al contempo di un professionista abilissimo (lo dicono i risultati) e di un vero e proprio garante, di un custode del “milanismo” agli occhi degli stessi tifosi? La seconda: il Milan, a prescindere dai nomi scelti, saprà finalmente costruire un team in grado di remare nella stessa direzione, garantendo fiducia incondizionata all’allenatore, rinunciando a lotte egomaniache e a scavalcamenti gerarchici? Se la prima domanda rimarrà presumibilmente senza risposta, il secondo punto può essere quello dirimente per definire l’efficacia di questo colpo di stato di Gerry Cardinale. Colpo di stato, sì, perché fino ad oggi, del fatto che il Milan fosse effettivamente suo, se n’erano accorti in pochi. E oggi, con un gesto tuonante, ne ha preso in mano le redini. Ora sta a lui affidarlo alle persone giuste.

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