A Napoli, Antonio Conte ha vinto e ha costruito qualcosa di importante, senza lasciare macerie

I risultati, l'eredità e le ambizioni del club azzurro sono nettamente diverse rispetto a due anni fa, quando era arrivato per rimettere tutto in piedi dopo una stagione balorda. Si può dire: missione compiuta.
di Michele Cecere 27 Maggio 2026 alle 13:32

Nella magnifica cornice del Palazzo Reale di Napoli, durante la conferenza stampa di presentazione, Antonio Conte non può saperlo, ma sta per pronunciare le parole che saranno il manifesto del suo rapporto con il club e la città che l’ha appena adottato: «Prometto serietà sotto ogni punto di vista. Posso dire che daremo più del massimo, perché a volte anche il massimo non basta. Il mio obiettivo è rendere i tifosi orgogliosi». Era il 25 giugno del 2024, poco meno di due anni fa. Tanto è durata la viscerale, eppure matura, storia d’amore tra Conte e il Napoli. Una storia che ha prodotto critiche e tensioni, ma soprattutto successi. Con Conte in panchina, infatti, il Napoli ha vinto due trofei nello stesso anno solare – uno Scudetto (2024/25) e una Supercoppa Italiana (2025). Battendo in casa l’Udinese all’ultima giornata, inoltre, gli azzurri hanno chiuso la Serie A 2025/26 al secondo posto. Al netto di tutto, si tratta di una continuità straordinaria per un club come il Napoli, che non inanellava un primo e un secondo posto in campionato addirittura dai tempi dell’età dell’oro di Diego Armando Maradona.

«Con De Laurentiis il Napoli è in mani sicure» ha detto Conte spiegando i motivi del suo addio: «La decisione è mia, sento che il mio percorso è giunto al termine» Sembra paradossale: per la prima volta abbiamo visto Conte separarsi da un club in modo sereno, spendendo addirittura parole affettuose per il suo presidente. Il motivo sta proprio in quella «serietà» promessa dal tecnico salentino al momento del suo arrivo. Scelto da De Laurentiis come architetto che doveva ricostruire il Napoli dopo un balordo decimo posto, Conte ha portato fin da subito la propria cultura del lavoro. Il club ha sposato la sua visione in tutto, accontentando le esose richieste sul mercato e affidandogli la gestione completa di Castel Volturno.

Conte ha dovuto fare i conti con un ambiente depresso, con calciatori scontenti e che nella maggior parte dei casi avevano già abbandonato la nave. È facile prendere i casi di Giovanni Di Lorenzo e Khvicha Kvaratskhelia, trattenuti dal Napoli grazie al suo status. Conte ha assunto un ruolo da allenatore-manager, cambiando subito la mentalità del Napoli: «Decido io chi va via e chi rimane». Altri elementi, invece, sono stati rivitalizzati attraverso il lavoro sul campo, un aspetto sempre un po’ sottovalutato quando si parla di Conte e della sua carriera. Basti pensare al centrocampo: sulla soglia dei trent’anni, Frank Anguissa si è riscoperto come fantastica mezzala d’inserimento; Scott McTominay si è evoluto, trasformandosi da mediano con caratteristiche peculiari  a calciatore totale e decisivo.

Nonostante le oggettive difficoltà riscontrate sul proprio cammino, e un gioco non sempre brillante, al primo anno il Napoli ha vinto uno scudetto storico, superando l’Inter in una maratona punto a punto. Lo ha fatto pur perdendo a gennaio Kvaratskhelia, il miglior calciatore della rosa e, ormai si può dire, uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. Pochi giorni dopo la vittoria, un’altra dichiarazione di Conte aveva dettato l’agenda del Napoli: «Resto perché c’è un contratto e perché abbiamo uno scudetto da difendere. Ammà faticà again».

La seconda stagione napoletana di Conte è stata in realtà più impervia del dovuto, con le speranze scudetto evaporate già a inizio gennaio. A causa di gravi infortuni muscolari, gli azzurri hanno perso per mesi Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne, i due calciatori su cui doveva ruotare il nuovo assetto tattico della squadra. Poi anche David Neres ha subito un incidente che l’ha tenuto fuori per un lungo periodo. Al loro posto il Napoli ha puntato su due talenti in rampa di lancio come Rasmus Hojlund e, a gennaio, Alisson Santos. Conte ha accettato questa nuova sfida, li ha sgrezzati e messi al centro del suo impianto di gioco. Oggi Hojlund è uno dei centravanti più bravi nel nostro campionato a fare reparto da solo, e con 16 gol e otto assist in tutte le competizioni ha chiuso l’annata più prolifica della sua carriera. «Il merito della mia crescita è suo. È uno degli allenatori più forti al mondo e io sono venuto a Napoli anche perché c’era lui» ha detto Hojlund a DAZN.

I continui infortuni ai titolari hanno minato la stagione, e in effetti se il Napoli non è affondato il merito va al pragmatismo di Conte. Dai “Fab Four” al 3-4-2-1, dal pressing uomo su uomo a una difesa più prudente: abbiamo imparato a inquadrare Conte come un tecnico dogmatico, ancorato sulle sue idee, ma quest’ultima esperienza con il Napoli ci ha mostrato l’esatto opposto. Ci ha ricordato che Conte, in realtà, è un allenatore straordinariamente flessibile, che come un sarto cuce il miglior vestito sulla pelle dei propri calciatori. Pur non essendo mai stato una squadra sinuosa, ammaliante, il Napoli di Conte ha saputo interpretare momenti e situazioni diverse tra loro, riuscendo sempre a barcamenarsi all’interno dei problemi senza andare nel panico.

Va da sé che non tutto è stato positivo. Alcuni investimenti voluti da Conte si sono rivelati sbagliati – come gli acquisti Lorenzo Lucca e Noa Lang, arrivati a luglio e ceduti frettolosamente già a gennaio perché «non si erano inseriti nel gruppo storico». Per forza di cose non si può non citare poi la brutta eliminazione dalla Champions League, dove il Napoli è arrivato trentesimo su trentasei squadre qualificate fase a campionato – dietro avversarie come Pafos e Qarabag.

Il Napoli, insomma, in neanche due anni è diventato una perfetta creatura di Conte – con i suoi difetti (pochi, molto ben definiti) e i suoi pregi (tanti). In una società dall’organico snello com’è e rimarrà quella di De Laurentiis, essere l’allenatore vuol dire qualcosa di più che essere solo l’allenatore. Il biennio di Conte ce lo ha dimostrato: i suoi meriti in campo sono indubbi, ma è tutta la gestione al di là del rettangolo verde che ha fatto davvero la differenza. Ha voluto calciatori fatti e finiti e ha anche saputo valorizzare i più giovani, pescando nell’emergenza anche la classe di Antonio Vergara; ha gestito dal punto di vista mediatico un ambiente complicato, diviso e quindi opprimente, dando la sensazione di essere sempre in controllo della situazione; soprattutto, Conte ha reso il Napoli vincente.

E non si è trattato di una vittoria episodica, ma di una specie di progetto a medio-lungo termine. Grazie a una figura così carismatica e rispettata, le ambizioni del Napoli hanno fatto uno scatto in avanti: come se la stagione del decimo posto e dei tre allenatori Garcia-Mazzarri-Calzona non fosse mai esistita. Conte, di fatto, ha trovato un Napoli sfibrato, stanco e con le idee che sembravano in esaurimento. Dopo due anni, all’apice di un ciclo che forse sarebbe potuto durare anche di più, non lascia macerie. Né tecniche, né tantomeno emotive: nel giro finale sotto le curve, i giocatori del Napoli sono rimasti in disparte, lasciando a Conte l’affetto e gli applausi del pubblico. È stato un gesto genuino. Conte a sua volta ha applaudito lo stadio, quasi commosso.

Qualche ora dopo, nonostante tutta quella ondata d’amore, si è rimproverato di non essere riuscito «a compattare l’ambiente». Anche questo fa parte dell’essere Antonio Conte: giudicare gli altri, e di conseguenza se stesso, con severità, puntando sempre al massimo. Anzi, a qualcosa di più, perché il massimo non sempre basta. Lo aveva detto lui stesso, a Palazzo Reale, poco meno di due anni fa.

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