«Speriamo di vincere, chiaro, ma se non dovesse succedere festeggeremo lo stesso. Già essere arrivati fino a qui conta tantissimo». A Vallecas, quartiere operaio di Madrid da quasi 400mila abitanti, il Rayo rappresenta molto più di un sentimento comune. È identità, è l’anima del barrio che respira intorno al suo stadio. I murales raccontano la storia del club e la sua fede: una ragione di vita per tanti, emozione pura per tutti. «Questa finale è un po’ come un regalo: ti permette di vivere emozioni mai provate prima d’ora», racconta Sergio, 37 anni, negli istanti che anticipano il suo viaggio verso Lipsia: il match contro il Crystal Palace come l’ultima pagina di una favola meravigliosa, a prescindere dal suo lieto fine.
Una piccola realtà che vive il suo sogno più grande, oltre i confini della Spagna: una sola avventura vissuta in Europa, nella Coppa UEFA 2000/2001 chiusa ai quarti di finale, prima della Conference League che ha regalato al Rayo uno degli apici più alti della sua storia. Un club che per anni ha lottato tra la Liga e la retrocessione, in molti casi un ballo costante tra la vita e la morte. Non a caso, il gol di Tamudo contro il Granada rappresenta una delle gioie più grandi vissute negli ultimi anni. Era il 2012 e il Tamudazo, oltre a regalare la salvezza alla Franja, cancellò il rischio di una parola fine sull’esistenza del club, avvolto dall’incertezza e dalle difficoltà economiche. Per una squadra che vive di queste vibrazioni, poter assaporare il percorso che accompagna il ‘Rayito’ verso la finale contro il Crystal Palace vale già tutto l’oro del mondo: un’emozione che non ha prezzo, come la passione di questa squadra. Inspiegabile.
I giorni che precedono la finale di Conference League a Vallecas acquistano, col passare delle ore, sempre più sfumature d’adrenalina. Le stazioni della metro del quartiere sono decorate da striscioni e addobbi che incitano il Rayo. Il colpo d’occhio della vigilia, una volta arrivati a Portazgo, lascia senza parole. Una fila interminabile circonda lo stadio di Vallecas: il club ha deciso di proiettare proprio lì, nella casa della Franja, la finale di Lipsia. E ognuno vuole assicurarsi un biglietto per poter condividere l’esperienza con i compagni di sempre. A rendere il tutto ancor più “romantico” è la vendita concessa solo in presenza: divieto di acquisto online, come per i biglietti delle partite casalinghe, un tema che continua ad alimentare discussioni tra i tifosi.
«Più che romantico a me sembra di un’altra epoca, chiediamo la digitalizzazione del club da tanto tempo ma ogni anno ci viene negata», racconta Angel, 54 anni, presidente dei piccoli azionisti del Rayo e abbonato da quando ne aveva 16. Identità e appartenenza si mescolano nel suo legame con il club: «I miei genitori si sono trasferiti a Vallecas per lavoro. Quello che si vive qui con il Rayo non si vede da nessuna parte: è la magia di questo barrio. Alla nostra gente non è stato regalato mai nulla nella vita. E ora stiamo toccando la gloria». Angel viaggia verso Lipsia per non perdersi la finale. Così come Sergio, che pur essendosi trasferito nel Nord della Spagna continua a seguire il Rayo. Nato da una famiglia dell’Atlético Madrid, si è avvicinato al club per la sua ideologia: «Esistono due tipi di tifosi: la gente del quartiere e chi sceglie di sposare la causa per la politica della società e per le idee». Da Bilbao a Barcellona, poi Praga e in autobus verso Lipsia per la finale. E poi, subito dopo il match, lo stesso tragitto al contrario per rientrare a casa. Di tutto, pur di esserci in una notte storica: «Abbiamo viaggiato sui campi di periferia in terza divisione. Ci siamo esaltati per il gol di Tamudo e per aver affrontato il Real Madrid faccia a faccia. Questa partita è come un regalo: il Rayo è una meravigliosa eccezione nello sport, mi riconcilia con questo mondo. È pura nostalgia del calcio di una volta».

José Luis, 57 anni, e sua figlia Sara, 19, posano con i biglietti sotto il murales dello stadio di Vallecas: ne hanno acquistati dieci, per amici e parenti, tutti convocati per la finale nella casa del Rayo. «È la partita più importante della nostra storia», racconta il papà – che non riesce a contenere l’emozione. «Sono abbonato da 15 anni, abbiamo fatto tre ore di fila per prendere i biglietti ma ieri c’era ancora più gente». Lo sa bene Guadalupe, 40 anni, che il giorno prima – quando il club ha annunciato l’evento allo stadio ed ha aperto la vendita dei biglietti – di ore di coda ne ha fatte addirittura sette, dalla mattina fino al pomeriggio inoltrato: «Sono tifosa da una vita, sin da quando sono nata. Se penso a questa partita mi viene la pelle d’oca: siamo tutti orgogliosi del Rayo. Speriamo di vincere, ma se non dovesse succedere festeggeremo lo stesso perché siamo riusciti ad arrivare fino a qui».
Tra le istantanee più emozionanti della vigilia c’è quella di Manuel, 58 anni, che accompagna sotto braccio Angela, 56. Lei, ipovedente, si lascia guidare dalla mano amica e dal suo bastone, all’uscita dalla biglietteria. E una volta sicura del suo posto allo stadio esplode di gioia: «Mercoledì il Rayo vincerà e saremo qui a celebrarlo tutti insieme, nel nostro quartiere». Nei giorni di vigilia, al tecnico Iñigo Pérez e all’attaccante Sergio Camello è stato chiesto di barattare la vittoria della Conference League con una retrocessione in Segunda División. «Sarebbe come scegliere tra mamma e papà», scherza José Luis. «La cosa più importante è restare in Liga perché è qualcosa che ti permette di sopravvivere, ti dà da mangiare. Ma è comunque una coppa europea: scegliere è impossibile». Angel, invece, ha le idee chiare: «Siamo una squadra ‘ascensore’, che fa su e giù tra le categorie. Perdere la Liga ci è già successo, vincere una coppa sarebbe storico».
Il Rayo e Vallecas sono uniti da un legame profondissimo, fondato su idee progressiste e su valori ben definiti. Un club che si è battuto da sempre contro il razzismo – meraviglioso il ricordo dedicato a Wilfred Agbonavbare, ex portiere nigeriano scomparso nel 2015, sulla parete dello stadio – e che continua a rappresentare un micromondo popolare nel marasma del calcio moderno. Questioni di ideali che vanno al di là del calcio: nelle ore di coda che hanno scandito la vita dello stadio della vigilia a rubare l’occhio sono state le maglie dei Bukaneros, il tifo organizzato del Rayo. Ma anche degli Ska-P, la band nata a Vallecas e che condivide i suoi ideali con il club: il brano “Como un Rayo” del 1o94 è ancora oggi uno degli inni della Franja più amati dai tifosi.

Due le file che circondano lo stadio: la più breve porta allo store del Rayo, lì dove le maglie ufficiali sono sold-out da tempo. «Non mi era mai capitato nella mia vita», racconta la commessa mentre prova a smaltire le richieste, costanti, dei tifosi. Anche sul tema del logo non mancano le discussioni: in molti preferiscono identificarsi in brand non ufficiali e nella sigla ‘ADRV’ – che sta per Agrupación Deportiva Rayo Vallecano, il nome storico del club – e non nel classico ‘RVM’ presente sullo stemma attuale per rivendicare la propria identità, autentica e operaia. E per allontanarsi, sia dal legame con Madrid, sia dalle denominazioni ufficiali societarie. Perché a Vallecas il calcio è sempre stato e continua ad essere popolare: capita spesso di incontrare i calciatori tra i bar del quartiere dopo le partite, nei dintorni del Mercado de Numancia o tra le peñas del barrio, i club fondati dai tifosi. Lì dove si rincorrono sulle pareti le foto con i protagonisti di questa fantastica avventura europea: su tutti Isi Palazón, protagonista del coro “portaci a Lipsia” che ha scandito le notti di Conference League del Rayo.
I giocatori e la gente di Vallecas, insieme appassionatamente, anche nei momenti più difficili. È dei giorni scorsi la notizia di una truffa ai danni di alcuni tifosi biancorossi, raggirati sull’acquisto dei biglietti per la finale di Lipsia su canali non ufficiali. La tifoseria si è attivata all’istante, dando vita a una colletta sposata anche da parte della squadra, con cifre importanti. Vallecas e il Rayo sono anche questo: passione, identità e valori che si mescolano tra le strade del quartiere operaio di Madrid. Oltre ogni risultato sportivo.