Dalla cima della collino Gellért, la Puskás Arena sembra una lontana astronave di ferro e acciaio. Questo stadio è una delle eccellenze dell’urbanistica e dell’ingegneria ungherese, tanto che la UEFA lo porta in palmo di mano come esempio virtuoso e ha deciso di disputarci le finali delle sue due competizioni più importanti per club: quella di Europa League nel 2023, un Siviglia-Roma amarissimo per i giallorossi sconfitti ai rigori; e poi quella della Champions League 2025/26, tra Arsenal e PSG.
Proprio questa sfida tra Arsenal e PSG rappresenta l’apice di un progetto politico e sportivo costruito nell’arco di oltre un decennio attraverso investimenti pubblici massicci e una precisa strategia di immagine nazionale. Ma il grande artefice di questa operazione, Viktor Orbán, non sarà lì a godere del suo grande impegno. O, quantomeno, non lo farà come avrebbe voluto: da primo ministro. Sono trascorse appena tre settimane, infatti, dalla storica sconfitta elettorale del leader di Fidesz, battuto nettamente da Péter Magyar dopo 16 anni al potere. Un cambio politico che ha aperto una nuova fase per l’Ungheria e che rende la finale di Budapest un simbolo paradossale: il trionfo internazionale di un progetto nato sotto Orbán, ma celebrato senza di lui.
La scelta della UEFA di assegnare a Budapest la finale più prestigiosa del calcio europeo non è casuale. La Puskás Arena, costata oltre 500 milioni di euro in fondi pubblici, è il fiore all’occhiello di un vasto programma di rinnovamento infrastrutturale voluto dall’ex premier ungherese. Negli ultimi anni il governo ha finanziato nuovi stadi, ristrutturazioni di impianti sportivi in tutto il Paese, utilizzando il calcio come strumento di prestigio internazionale e consolidamento politico interno. Un progetto che, secondo molti osservatori, è stato centrale nella costruzione dell’identità politica di Orbán. «Dopo una vittoria elettorale, questa finale avrebbe rappresentato l’apoteosi del suo status internazionale»‚ ha spiegato a The Athletic il professor Zoltan Balazs dell’Università Corvinus di Budapest. «Invece lo spettacolo gli è stato completamente sottratto»
Orbán, grande appassionato di calcio ed ex giocatore semi-professionista, aveva trasformato lo sport in uno dei pilastri del proprio sistema di potere. Dietro l’ascesa calcistica dell’Ungheria c’è anche la figura di Sándor Csányi, presidente della Federcazione ungherese e vicepresidente UEFA, oltre che uno degli uomini più ricchi del Paese: insieme a Orbán, Csányi ha guidato un vasto piano di finanziamenti al calcio attraverso un controverso sistema fiscale introdotto nel 2011, che consentiva alle aziende di destinare parte delle tasse direttamente ai club sportivi. Secondo diverse stime, oltre due miliardi di euro sarebbero confluiti nel progetto. A beneficiarne sono stati soprattutto gli impianti: Ferencváros e Debrecen hanno costruito nuovi stadi, mentre la Puskás Akadémia — club che rappresenta il villaggio natale di Orbán, Felcsút — è diventato il simbolo dell’ambizione estetica e politica del progetto. La Puskás Arena, inaugurata nel 2019, rappresenta però il cuore simbolico dell’intera operazione: un ponte ideale tra l’epoca d’oro dell’Ungheria degli anni Cinquanta e il presente.
Negli ultimi anni Budapest ha ospitato altri numerosi eventi UEFA: oltre a quelle di Europa e di Champions League, la capitale ungherese ha ospitato anche la finale di Women’s Champions League nel 2019, la Supercoppa Europea nel 2020 e quattro gare dell’Europeo itinerante del 2021. Per Orbán, la partita di sabato avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione definitiva del suo “sport nation project”, il progetto di costruzione identitaria attraverso il calcio. La sconfitta elettorale, però, ha cambiato tutto. Nonostante gli investimenti miliardari, poi, il calcio ungherese non ha però raggiunto risultati proporzionati alle spese sostenute. Negli ultimi trent’anni soltanto due club ungheresi sono riusciti a qualificarsi alla fase principale della Champions League: il Debrecen nel 2009 e il Ferencváros nel 2020. Anche la nazionale, guidata da Dominik Szoboszlai, continua a vivere tra aspettative e delusioni: dopo quella per l’Europeo del 2024, l’Ungheria ha mancato anche la qualificazione al Mondiale.
La pesante sconfitta interna contro l’Irlanda, decisiva per l’eliminazione, è stata una delle notti più amare vissute alla Puskás Arena. La vittoria elettorale di Péter Magyar ha aperto interrogativi profondi sul futuro del sistema costruito da Orbán. Il nuovo governo ha promesso di combattere corruzione e sprechi, mettendo sotto osservazione anche i finanziamenti pubblici destinati allo sport. Secondo molti analisti, il gigantesco programma di costruzione degli stadi potrebbe essersi trasformato in un boomerang politico. Budapest si prepara dunque a ospitare la notte più importante del calcio europeo. Ma dietro le luci della Champions resta l’ombra lunga di Viktor Orbán: l’uomo che ha costruito il palcoscenico senza poter assistere, da protagonista politico, al suo momento più atteso.