La tecnologia ha semplificato la vita degli arbitri, e sta rendendo il calcio più spettacolare: intervista a Pierluigi Collina

Il presidente della Commissione Arbitrale della FIFA parla della sua carriera, del suo ruolo, di com’è cambiato nel corso del tempo. E dei Mondiali 2026, in cui Lenovo e l’intelligenza artificiale rivoluzioneranno il modo di dirigere le gare, di risolvere gli episodi più controversi.
di Alfonso Fasano 28 Maggio 2026 alle 01:45

Per due o tre generazioni di esseri umani, non solo di tifosi o semplici appassionati, l’arbitro di calcio – inteso come figura assoluta, a livello globale – ha avuto le fattezze inconfondibili di Pierluigi Collina. Con Collina, grazie a Collina, il direttore di gara ha vissuto un vero e proprio passaggio di stato, è diventato un protagonista del gioco. Ma attenzione: Collina non era un arbitro bramoso di apparire, di essere centrale nelle partite, o quantomeno non lo faceva volutamente. Il fatto è che il suo appeal – anche commerciale – era legato a un innegabile talento, a un carisma percettibile, a un’evidente capacità di rapportarsi coi giocatori. Tutte doti che hanno portato l’IFFHS (l’Istituto di storia e statistica del calcio) a eleggerlo per sei volte consecutive miglior arbitro del mondo, e naturalmente si tratta di un record assoluto. Tutte doti che poi, in seguito, hanno determinato l’inizio della sua carriera dirigenziale: oggi Collina, dopo essere stato designatore della Serie A e della Serie B italiana a presidente della Commissione Arbitrale UEFA, è presidente della Commissione Arbitrale della FIFA.

Proprio in virtù di questo incarico, e della sua storia personale e professionale, possiamo considerarlo come l’uomo più autorevole al mondo in materia di arbitri. Perciò è praticamente obbligatorio rivolgersi a lui per capire come sono cambiati il ruolo e l’approccio dei direttori di gara negli ultimi anni, per comprendere l’impatto avuto dalla tecnologia sul calcio. A maggior ragione ora che siamo alla vigilia di un Mondiale che rivoluzionerà il gioco: quella del 2026, infatti, sarà la prima edizione del torneo in cui l’intelligenza artificiale verrà integrata in modo sistematico nei processi arbitrali, dalle analisi pre-partita fino alle decisioni sul campo, passando per la revisione degli episodi più complessi.

In particolare, grazie alla tecnologia di Lenovo basata sull’intelligenza artificiale, tutti i giocatori convocati per la fase finale del torneo saranno rappresentati dai loro avatar 3D nell’ambito dei replay animati utilizzati dai direttori di gara, e dagli addetti al VAR, per prendere le loro decisioni. In primis per quelle che prevedranno l’utilizzo del fuorigioco semi-automatico. «Sarà una novità importantissima», dice Collina, «e non solo per il suo impatto estetico. Prima le decisioni degli arbitri e assistenti, quando entrava in campo la tecnologia, venivano prese sulla base di un’immagine standardizzata, di avatar che più o meno erano tutti uguali tra di loro. Adesso, anche grazie all’intelligenza artificiale, abbiamo scannerizzato tutti i giocatori e avremo una precisione assoluta. Quello che stiamo costruendo insieme a Lenovo, però, non è solo un’evoluzione tecnologica: è un modo diverso di supportare il processo decisionale, che rende tutto più preciso, più trasparente e anche più comprensibile per chi guarda». Per Collina, poi, c’è anche un altro aspetto legato all’intrattenimento: «Vedere l’esatta riproduzione digitale di un giocatore dà una percezione diversa a chi vede le partite in televisione. D’altronde questa è la direzione che hanno preso il calcio e questo Mondiale: vogliamo spettacolarizzare ancora di più, sempre di più, quello che trasmettiamo».

E ci sono altre novità in vista per questa Coppa del Mondo?
Un anno fa, per la Club World Cup, abbiamo utilizzato per la prima volta la referee View, una telecamera posizionata sull’orecchio dell’arbitro. Questo device permette, a chi guarda la partita, di gustarsi immagini riprese da angolazioni assolutamente uniche. In vista dei Mondiali 2026, ancora grazie a Lenovo, questa tecnologia è stata perfezionata e adesso le immagini oggi sono molto più stabilizzate. Sarà davvero spettacolare.
Quindi possiamo dirlo: la tecnologia e l’intelligenza artificiale stanno diventando sempre più centrali, anche per gli arbitri.
Io sono convinto che la tecnologia debba essere uno strumento da usare per da migliorare le cose che ci stanno intorno. Compreso l’arbitraggio. Dopodiché si tratta sempre e comunque di uno strumento, per cui c’è bisogno di qualcuno che sappia utilizzarlo bene. Ed è su questo che dobbiamo lavorare sempre, in modo da poter migliorare l’integrazione tra uomo e macchina.

Con quale approccio voi arbitri avete vissuto, e state ancora vivendo, questa rivoluzione tecnologica?
Io ho arbitrato, per tutta la mia carriera, con l’idea di dover difendere la mia decisione di fronte a tutto e a tutti. Ora invece la tecnologia offre ai direttori di gara la possibilità di rivedere o rivalutare la tua scelta. È chiaro che se tu arbitro approcci l’utilizzo della tecnologia con la mentalità del passato, ti ritrovi a cercare un piccolo dettaglio che ti consente di dire “No, no, avevo ragione io”. Invece l’approccio deve essere completamente diverso, deve essere open minded: di fronte alle immagini, oggi, un arbitro può rivalutare quello che è successo, può cercare di comparare quello che hai percepito in campo con quello che le immagini fanno vedere. Dopo può prendere una decisione e magari puoi anche confermare la scelta iniziale, ma deve essere pronto a metterla in discussione. Per me, trasmettere questo cambio di mentalità non è stato e non è per niente facile.

E quindi adesso Collina, quando forma gli arbitri, ha anche questo compito da assolvere. In mezzo a tantissime altre responsabilità…
Mi ritrovo a ragionare un po’ come un allenatore: io posso preparare gli arbitri quanto voglio, ma alla fine non vado in campo. Accettare questa condizione è dura, soprattutto per uno come me, ma il ruolo che ricopro mi piace moltissimo. Perché mi permette di continuare a fare quello che mi è piaciuto fare, cioè arbitrare – seppure in una maniera diversa, in campo purtroppo non ci posso più andare. E poi mi consente di vivere dall’interno l’emozione dei grandi tornei, il Mondiale maschile e femminile, la Club World Cup. Infine, visto che in realtà sono anche Chief Referee Officer, ho anche dei compiti meno politici e più esecutivi, più quotidiani, nella gestione e nella formazione dei direttori di gara. Insieme al mio grande staff, cerchiamo di dare un contributo alla preparazione degli arbitri di tutto il mondo. Ed è una cosa davvero gratificante.

La tecnologia, i rapporti costanti con arbitri che arrivano da tutto il mondo, un ruolo centrale nei grandi tornei FIFA: quello di Collina è un osservatorio privilegiato per capire com’è cambiato il modo di dirigere le partite.
In questo senso, devo dire che il mondo è completamente cambiato rispetto a quando arbitravo io. Se penso ai cicli triennali che facciamo in preparazione ai Mondiali, noi oggi cerchiamo di offrire un supporto completo ai direttori di gara di tutte le Federazioni, quelle più strutturate e quelle che hanno meno disponibilità. Diciamo che proviamo a colmare il gap, fin dove possiamo. E poi abbiamo istruttori e degli staff medici che seguono costantemente gli arbitri di tutte le confederazioni; negli USA, in Canada e in Messico avremo dei nutrizionisti che ci aiuteranno a trovare il giusto equilibrio alimentare in un contesto climatico complesso. Abbiamo un nostro team di match analysys che fornisce informazioni tattiche sulle squadre, così da dare agli arbitri degli elementi per poter anticipare quello che può accadere nel corso di una partita. Parlo di coach veri, dotati di patentini che gli consentirebbero di allenare squadre professionistiche, coach che a loro volta avranno accesso anche a un’altra grande innovazione firmata Lenovo: la piattaforma analitica FIFA Football AI PRO, dove saranno presenti basi di dati, mappe e clip animate che riproducono esattamente l’andamento delle gare.

Questa è la parte tecnica, diciamo così. E se parliamo di approccio all’arbitraggio? Come si prepara, oggi, il direttore di gara che deve gestire una partita importante?
Anche qui devo dire che siamo completamente su un altro pianeta. Un tempo, per un arbitro, bastava conoscere il regolamento ed essere un tantino allenato: la sua prestazione era definita essenzialmente da questi due fattori. Oggi non è più così, oggi un direttore di gara deve capire di calcio, deve saper leggere come si sviluppa la partita. Le sue valutazioni sono basate su codici rigidi, naturalmente, ma anche sulla conoscenza. Ci sono situazioni che prevedono l’interpretazione dell’episodio e queste non possono essere fatte solamente sulla base delle regole scritte, e noi cerchiamo di lavorare il più possibile in questa direzione. In questo senso il contributo dei nostri match analyst diventa fondamentale, perché permette ai direttori di gara di immaginare già quello che succederà. In fondo uno dall’esterno non ci pensa mai, ma gli arbitri vivono un paradosso: non è possibile dirigere una gara tutti i giorni, quindi parliamo di persone che, di fatto, possono allenarsi solo dal punto di vista fisico. È per questo che, col mio staff, ci siamo inventati una sorta di calcio simulato in cui dei giocatori ricreano situazioni complesse in cui l’arbitro deve prendere una decisione in pochi secondi. Lo faremo anche ai Mondiali, nel nostro campo base di Miami, con delle squadre locali.

Ecco, parliamo proprio di situazioni complesse. Secondo Collina, al di là della tecnologia e dell’approccio degli arbitri, c’è qualche regola del calcio che andrebbe ulteriormente chiarificata? Su cosa state lavorando, in vista dei Mondiali e in senso assoluto?
L’obiettivo che ci siamo posti è quello di rendere il gioco sempre più spettacolare. E uno dei punti critici su cui siamo intervenuto riguarda i tempi morti. Abbiamo stimato che i portieri, molto spesso, tenevano il pallone tra le mani per 20-25 secondi: un’eternità. Gli arbitri non applicavano una regola che esisteva già perché le conseguenze erano troppo sproporzionate rispetto a alla quello che era stato il fallo commesso: assegnare e far battere un calcio di punizione in area era e resta complicato, e allora i direttori di gara preferivano ignorarlo. Così abbiamo pensato e detto: “sei secondi non sono sufficienti per rimettere il pallone in gioco? Benissimo: ve ne diamo otto!”. Scaduti quegli otto secondi, però, non ci sono più scuse e viene assegnato un calcio d’angolo. Ebbene, l’effetto deterrente è stato molto efficace. E la stessa cosa, qualche anno fa, è avvenuta sui calci di rigore, sempre coi portieri: prima li paravano stando fuori dalla porta di un metro e mezzo, adesso stanno attenti a dove mettono i piedi, li tengono entrambi sulla linea. L’idea è di seguire questa logica anche con le rimesse laterali e i calci di rinvio: vogliamo limitare il tempo che serve per batterli, e questo darà sicuramente un impulso maggiore all’intrattenimento delle gare. D’altronde credo che nessuno voglia pagare un biglietto o un abbonamento tv e poi vedere una partita in cui il pallone rotola per 45 minuti su 90. È un po’ pochino.

Il Collina-arbitro come approcciava alle situazioni complesse? Qual era la sua dote migliore?
Sono convinto che il talento sia indispensabile per raggiungere qualunque obiettivo, ma da solo non basta. Il lavoro è il mezzo che consente al talento di diventare eccellenza. È così che ho cercato di comportarmi lungo tutta la mia carriera, e ancora oggi questo è il messaggio che cerco di dare agli arbitri con cui lavoro. Poi, se devo proprio riconoscermi una qualità, credo di dover dire che ho il sangue freddo. Mi ricordo che già all’università, prima degli esami, non ero particolarmente agitato, così come non ero agitato prima delle grandi partite che poi ho arbitrato. Ho sempre dormito tranquillamente nella notte precedente, poi prima del calcio d’inizio cercavo di tenere alta l’attenzione, più che la tensione. Ha sempre funzionato.
È per questa ragione che Collina è diventato un arbitro-star? Si è reso conto di aver raggiunto questo status, nel corso della sua carriera?
Beh, sarei falsamente modesto se dicessi di no, in fondo ho diretto grandi partite, ho avuto l’onore di partecipare a campagne pubblicitarie di aziende molto importanti. Quello che mi sento di dire è che non si è trattato di una casualità, ma del frutto di un lavoro continuo, fatto con lo stesso impegno e lo stesso rigore per ogni partita, che si trattasse di una semifinale di Champions League o di un anticipo di Serie B: mi è capitato di fare l’una dopo l’altra in un intervallo di tre giorni, e ho cercato di tenere sempre lo stesso approccio.

Quali sono le partite che Collina che ricorda con più trasporto, tra quelle che ha arbitrato?
Sicuramente le due finali: quella del Mondiale 2002 tra Brasile e Germania e quella di Champions League del 1999 tra Manchester United e Bayern Monaco. La prima fa entrare un arbitro nella storia, la seconda è passata alla storia per quello che è successo negli ultimi minuti: ancora oggi viene ricordata come LA finale nella storia della Champions. Poi ce ne sono tante altre che ricordo con piacere: io che amo il calcio mi sono emozionato molto durante un Manchester United-Real Madrid, quando l’intero Old Trafford fece una standing ovation a Ronaldo il Fenomeno. Vedere e vivere dall’interno una cosa del genere ti fa dire “Wow!”.
Di Collina si parlava come di un arbitro severo nei confronti dei giocatori, ma chi l’ha seguito nel corso della carriera ricorda anche momenti di grande empatia, cose anche divertenti. Come si costruisce il rapporto con chi va in campo?
Credo che ogni partita debba essere vissuta momento per momento, perché ogni momento è diverso. L’arbitro non deve recitare una parte, ci sono momenti in cui puoi anche sorridere. Mi ricordo una volta, durante una partita del Chelsea, ho ricevuto una pacca sul sedere dall’allora capitano dei Blues. Si tratta di un gesto che giocatore difficilmente può fare, ma magari in quell’occasione era giustificato, nel senso che era successo qualcosa in campo che aveva cambiato il momento.

Esiste un erede di Collina?
Non sono stato l’erede di nessuno, per cui non non auspico che ci sia un mio erede. Però è bello pensare che Collina, nel corso della sua carriera, abbia potuto ispirare qualcuno. Ricordo che, dopo la finale dei Mondiali, andai in una sezione e un giovane mi disse che aveva deciso di iniziare il corso di arbitro dopo avermi visto. Fu una bellissima soddisfazione, per me. Quando Collina andava in campo, l’arbitro doveva essere irremovibile.
C’è stata una partita in cui, poi, si è pentito di esserlo stato?
Dimenticare l’errore commesso è una condizione sine qua non perché un arbitro possa prendere delle buone decisioni. Se continui a pensare agli errori che hai commesso, anche se ti sei reso conto di aver effettivamente sbagliato, la partita diventa veramente un un inferno. Ricordo un vecchio Inter-Juventus in cui convalidai una rete un po’ contestata, poi sentii parlare il mio assistente e capii che aveva visto qualcosa che metteva in dubbio la mia decisione. Il pallone era già a centrocampo, erano passati due minuti e io decisi di tornare sui miei passi e di annullare il gol. Alla fine, rivedendo le immagini, capii di aver fatto la scelta giusta. Il percorso, però, fu un po’ complicato. Con la tecnologia di oggi, sarebbe stato tutto molto più rapido, tutto molto più semplice.

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