Ci sono passioni calcistiche, anzi quasi tutte, che nascono così, senza un perché. Basta l’iniziativa di un vecchio zio, che un giorno, quando sei piccolo, ti fa vedere una partita di una certa squadra ed ecco che scatta l’imprinting. Come nelle più semplici dinamiche comportamentali degli animali nelle prime fasi di vita. Era successo così anche a Zohran Mamdani, il mediatico sindaco socialista di New York. Che oltre alle franchigie della Grande male, tra NBA e MLB, per doveri istituzionali, ha ribadito di essere tifoso sfegatato dell’Arsenal. Sin da quand’era bambino, guardando i gol di Nwankwo Kanu – il primo ricordo, appunto, non si dimentica mai. Oggi Mamdani lo scrive in una lunga lettera aperta a The Athletic, per celebrare l’agognato trionfo dei Gunners in Premier League dopo 22 anni.
L’aspetto che emerge, nel corso dei paragrafi, è che non basta essere americani, separati dall’Oceano atlantico, per vivere il calcio con un certo distacco: come chiunque nel mondo Arsenal, Mamdani ha appena messo fine a una sofferenza infinita. Parla della sensazione liberatoria, capace di nobilitare ancora di più il traguardo dei ragazzi di Arteta, perché arriva al termine di un’infinità di delusioni sportive, sfottò in serie, traumatici scivoloni. Se Zohran e gli altri hanno resistito, è stato soltanto “per amore del club”.
Qualcosa che si era instaurato profondamente nel futuro sindaco, a partire dalle imprese a cavallo del nuovo millennio che certamente aiutano a far innamorare. Mamdani cita Bergkamp, Wiltord, Henry, Vieira. La guida longeva di Arsène Wenger e il gol di Sol Campbell, che in finale di Champions nel 2006 illuse un intero popolo di poter toccare l’Europa con un dito – poi si svegliò il Barcellona, “e sentire il nome di Henrik Larsson brucia ancora oggi”. Nel corso dell’articolo si legge poi della passione di Zohran per Football Manager, dove naturalmente costruiva una carriera alla dirigenza dell’Arsenal ma pur sempre a modo suo, “da buon socialista” anche allora. Erano già ottimi tempi per evadere e sognare altrove, perché il verdetto del campo cominciava a denotare le prime crepe. Poi il baratro, l’anno zero. E la rinascita sotto Mikel Arteta.
Parlando della nuova finale di Champions alle porte, vent’anni dopo, Mamdani si limita a dire “Trust the process”. Ma al di là dei saliscendi sportivi, c’è un motivo ancora più profondo che lo lega all’Arsenal: la precoce identità africana e multietnica di un club che iniziò ad aprirsi al mondo molto prima di tanti altri. Lo stesso Mamdani, nato in Uganda, se lo ricorda da sempre con particolare affezione. “Perché i Gunners rappresentano qualcosa di più grande”. E non c’è trofeo mancato che toglierà mai questo primato. Parola del sindaco.