Il PSG non ha solo vinto la seconda Champions League di fila: è diventato un modello per il calcio d’élite, e il merito è tutto di Luis Enrique

Con il suo progetto, coerente e ad ampio respiro, il tecnico spagnolo ha cambiato l'anima del suo club. E così l'ha portato a diventare un riferimento tecnico, tattico, manageriale.
di Redazione Undici 31 Maggio 2026 alle 02:12

In conferenza stampa, qualche ora prima della finale, Luis Enrique non aveva certo tenuto un profilo basso. «Siamo i campioni in carica, accettiamo il ruolo di favoriti e vogliamo riportare la Coppa a Parigi». Messaggio chiaro che potrebbe sembrare un po’ smargiasso, ma se rilasciato con quel sorrisone da meme che si porta sempre dietro, beh, assomiglia più a un’ammissione di consapevolezza. Nel caso specifico, quella di aver dato una nuova vita al PSG, di aver creato un modello basato sui giovani, sull’idea che per vincere non servano le star, ma una serie di grandi talenti tutti da plasmare.

In questo momento, Luis Enrique è indiscutibilmente il miglior allenatore del mondo. Perché è riuscito a raggiungere un obiettivo complicatissimo, enorme: prendere un club e farne una sua creatura, creando una dinastia. Le ultime due Champions vinte di fila (il PSG è la seconda squadra a riuscirci, dopo il Real Madrid, da quando il trofeo si chiama così) sono solo l’insegna al neon più scintillante del negozio delle meraviglie messo insieme dall’allenatore spagnolo. Sono la conferma che il PSG non è più un club che insegue il successo, ma una realtà che lo produce sistematicamente. E sono, soprattutto, la consacrazione di Luis Enrique come figura centrale di una delle trasformazioni più profonde che il calcio europeo abbia vissuto negli ultimi anni.

Per oltre un decennio, infatti, il Paris Saint-Germain è stato raccontato come il simbolo dell’eccesso: la squadra delle spese folli, delle superstar messe una accanto all’altra come se fossero delle figurine collezionabili, delle campagne acquisti costruite per vincere subito e delle inevitabili delusioni europee che puntualmente arrivavano quando la pressione diventava insostenibile. Il PSG un club ricchissimo ma fragile, potentissimo ma incompiuto. Oggi quell’immagine appartiene al passato. La vittoria contro l’Arsenal rappresenta un nuovo apice detro una rivoluzione che Luis Enrique ha guidato con lucidità e ostinazione. Un rebulding che non si è basato sull’acquisto del campione più costoso disponibile sul mercato, ma sulla costruzione di un gruppo, di una squadra. Un concetto che nel calcio sembra banale, ma che a Parigi non era stato mai realizzato davvero.

Se c’è una caratteristica che distingue questo PSG da tutte le sue versioni precedenti è infatti la capacità di pensare sul lungo periodo. In un’epoca dominata dall’ossessione per il risultato immediato, il club francese ha scelto la strada più difficile: investire sui giovani, accettare gli errori inevitabili del processo di crescita e dare continuità a un progetto tecnico. Non è un caso che dieci degli undici titolari scesi in campo nella finale contro l’Arsenal fossero già presenti nella formazione che un anno fa aveva conquistato la Champions contro l’Inter. L’unica eccezione riguarda ovviamente Safonov, titolare al posto di Donnarumma. Per il resto, il cuore della squadra è rimasto intatto. Un dato che racconta molto più di qualsiasi altro.

Nel calcio contemporaneo, dove le rose vengono rivoluzionate ogni estate e dove ogni crisi genera richieste di cambiamenti radicali, mantenere una struttura così stabile è quasi un atto controculturale. Luis Enrique ha insistito sulla continuità, sulla conoscenza reciproca tra i giocatori, sulla costruzione di automatismi che richiedono tempo per essere assimilati. Il PSG è diventato la squadra simbolo di questa fase storica proprio perché ha saputo combinare due elementi che spesso vengono considerati incompatibili: il talento giovane e la vittoria immediata. In questi anni il club ha dimostrato che non è necessario scegliere tra il presente e il futuro ma è possibile costruire una squadra giovane e allo stesso tempo vincente.

La crescita di tanti giocatori passati da promesse a protagonisti assoluti è stata il vero capolavoro dell’allenatore spagnolo. Luis Enrique non ha semplicemente allenato una squadra: ha creato un ecosistema nel quale i calciatori sono migliorati costantemente. Ha dato responsabilità ai più giovani, ha accettato che sbagliassero, ha costruito un contesto che permettesse loro di evolversi senza essere schiacciati dalle aspettative. Ma il vero segnale della sua presa totale sul club è arrivato nelle decisioni più controverse. Quelle che normalmente spettano ai dirigenti, non agli allenatori. L’esempio più evidente riguarda la gestione del caso Donnarumma: dopo il trionfo europeo della scorsa stagione, il suo addio sembrava una follia. Gigio era stato uno degli eroi della Champions vinta contro l’Inter, un simbolo del club e uno dei portieri più riconoscibili del panorama internazionale. Eppure Luis Enrique ha guardato oltre.

Per il suo calcio, il portiere non è soltanto un giocatore chiamato a parare. È il primo regista della squadra, il punto di partenza dell’intera costruzione offensiva. Per questo ha spinto per l’arrivo di Lucas Chevalier, considerato più adatto alle esigenze della sua idea di gioco grazie alla qualità nell’impostazione e alla capacità di partecipare attivamente al possesso. Anche in quel caso, però, Luis Enrique ha dimostrato di non essere schiavo delle proprie convinzioni. Quando Chevalier ha attraversato un periodo complicato e ha commesso diversi errori, l’allenatore non ha esitato a intervenire. Nessun dogmatismo, nessuna protezione ideologica. Ha scelto Safonov, privilegiando il rendimento rispetto alle gerarchie e dimostrando ancora una volta che l’unica cosa davvero intoccabile nel suo PSG è il progetto collettivo.

Questa capacità di prendere decisioni impopolari e di sostenerle fino in fondo è uno dei motivi per cui, oggi, Luis Enrique gode di un’autorità quasi assoluta all’interno del club. Non si tratta soltanto del peso derivante dalle vittorie. È qualcosa di più profondo. È la sensazione che ogni scelta, anche la più controversa, faccia parte di una visione coerente. Insomma: begli ultimi due anni il PSG ha smesso di essere un club governato dagli umori del momento. Al centro di questa trasformazione c’è proprio Luis Enrique. Oggi nessuno guarda più il club francese come una sorpresa o come una potenza economica in cerca di legittimazione sportiva.

E quindi si può dire: il PSG è diventato un modello. Una squadra riconoscibile, con un’identità precisa, con una cultura – tecnica, tattica, manageriale – ben definita. In un calcio che viaggia a velocità sempre maggiori, dove ogni tre giorni un risultato sembra cancellare tutto ciò che è stato fatto in precedenza, Luis Enrique è riuscito a ottenere qualcosa che appare quasi impossibile: rallentare il tempo. Ha convinto una proprietà ambiziosa ad avere pazienza e costruito un gruppo che cresce insieme. Per questo oggi la sua figura supera quella tradizionale dell’allenatore. Luis Enrique è diventato una sorta di divinità laica del progetto PSG, un punto di riferimento che trascende il campo e influenza ogni aspetto della vita sportiva del club. Di fatto un plenipotenziario a cui viene riconosciuta la capacità di immaginare il futuro roseo e renderlo realtà. La Champions di Budapest forse è soltanto l’ultimo capitolo. La vera impresa è un’altra: Luis Enrique è riuscito a creare la cosa più difficile da costruire nel calcio contemporaneo, una dinastia.

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