C’è trionfo e trionfo. Perché se vincere è un’impresa, ripetersi a distanza di un anno è un traguardo da pochissimi eletti nella storia del calcio. Il PSG l’ha centrato grazie a una solidità mentale inscalfibile: se sbarazzarsi dell’Inter è stata una passeggiata agevolata dal crollo psicofisico dei nerazzurri, avere la meglio su un avversario tenace come l’Arsenal ha messo a durissima prova i ragazzi di Luis Enrique. Che hanno sofferto, sono stati in svantaggio per un’ora, hanno faticato a trovare i consueti spazi che ne esaltano lo strapotere offensivo. Eppure, con pazienza, hanno riacciuffato una finale complicata. E hanno sempre creduto di poterlo fare.
Il retroscena arriva direttamente da L’Équipe. “Eravamo consepevoli dell’importanza e delle insidie di questa finale”, ha rivelato al quotidiano francese una fonte interna al club. Anche dopo il gol di Havertz, i giocatori del PSG all’intervallo continuavano a ripetersi “ce la faremo, dobbiamo continuare così. Se troviamo il pareggio poi la vinceremo”. La partita si è svolta esattamente come l’aveva preparata Luis Enrique, insomma: tranne l’handicap della rete iniziale, Dembélé e compagni avevano studiato bene l’approccio al gioco dell’Arsenal e si sono adattati a dei ritmi di gara di per sé non così congeniali – nulla a che fare, tanto per dirne una, con la frenesia forsennata del 5-4 sul Bayern in semifinale. Lo stesso allenatore è sempre rimasto calmissimo. Non ha mai alzato la voce. Ha continuato a ripetere alla squadra di restare fedele a sé stessa, di avere pazienza e lucidità nelle giocate. Anche nell’eventualità di un finale thrilling come assegnare la Champions League ai calci di rigore.
Se durante i 120 minuti di gioco il PSG non è mai andato nel panico, molto è da attribuirsi alla leggerezza mentale coltivata nelle settimane precedenti. Da Luis Enrique ai suoi ragazzi sono arrivate poche e chiare informazioni, con un carico di lavoro adeguato e mai eccessivo. Anzi: nel pieno del tour de force i calciatori del PSG hanno beneficiato di due periodi di riposo da due giorni ciascuno. Evidentemente l’ideale per scaricare la pressione, restando comunque sul pezzo e senza perdere la concentrazione. La capacità di reagire agli imprevisti: negli ultimi tre anni, si legge sempre su L’Équipe, lo staff tecnico ha lavorato specificamente sulle situazioni in cui l’avversario si rifiuta di giocare e abbassa il baricentro. Cioè l’attesa strategia dell’Arsenal di Arteta, come in effetti si è verificato.
“Sapevamo benissimo che i Gunners sono la migliore squadra del mondo nel suo genere”, continuano gli addetti ai lavori parigini. “Sapevamo anche che non avremmo dovuto giocare con la stessa intensità messa in campo contro il Bayern, con un infinito susseguirsi di azioni e ribaltamenti di fronte: anche contro questo tipo di difesa, senza forzare nulla, abbiamo la qualità per poter sfondare in qualsiasi momento”. Basta una volta, l’azione che porta al rigore del pareggio realizzato da Dembélé. E anche di fronte all’esaurimento energetico, il PSG è riuscito a non disunirsi: Nuno Mendes era esausto, Vitinha e lo stesso Dembélé hanno dato forfait a causa dei crampi. “Un riflesso della nostra stagione”, lunga e condizionata dagli infortuni. Ma anche così, con i sostituti a presentarsi sul dischetto, i detentori del trofeo non hanno mai avuto dubbi. “Eravamo molto tranquilli: sapevamo di avere i migliori rigoristi”. E in effetti così è stato. Di questi tempi volere è potere, in casa PSG.