C’è stata un tempo, neanche molto lontano, in cui la Cina sembrava un nuovo mondo calcistico. Grandi investimenti, un campionato ricchissimo, contratti faraonici e molti protagonisti passati per l’Italia (vedi Cannavaro, Lippi, Pellè ed El Shaarawyi) e internazionali (Tevez, Oscar e Paulinho) che per dei lauti bonifici si trasfererivano tra Pechino, Shangai e Guanghzou. Una sorta di Arabia ante litteram che, però, non ci ha creduto abbastanza. O meglio: che ci ha creduto fino a che il governo, sempre molto volubile, ha appurato che il grande progetto di avviamento al calcio della popolazione non stava funzionando, che la Nazionale non si era qualificata ai mondiali del 2014 e 2018 in Brasile e Russia e che comunque il piano avrebbe richiesto più tempo del previsto senza garanzia di successo.
La crisi delle grandi aziende partecipate, come il colosso immobiliare Evergande (che aveva portato il Guanghzou alla vittoria di due Champions League asiatiche con Lippi e Cannavaro in panchina) o Suning (di cui ha fatto le spese anche l’Inter), hanno dato il colpo finale. Ora quello cinese è tornato a essere uno dei tornei con meno appeal in Asia, surclassato dai campionati mediorientali e da quello giapponese. La Nazionale si trova al 94esimo posto del ranking FIFA e i Mondiali sono oggettivamente un miraggio. Eppure, in qualche modo, una picccola rappresentanza cinese nell’edizione 2026 ci sarà.
Si tratta di Ma Ning, uno dei più noti arbitri del panorama asiatico, che partirà per Miami e quindi per la Coppa del Mondo. E che, in questo momento, rappresenta la stella più lucente del calcio cinese. Originario della provincia di Liaoning, storica area industriale nel Nord-Est del Paese, Ma Ning si è costruito una reputazione fondata sulla fermezza in campo. Come riportato dall’Economist, è soprannominato “Card Master”, letteralmente maestro dei cartellini, per la frequenza con cui li estrae durante le partite. Ed è considerato da molti tifosi un arbitro coraggioso e imparziale, capace di sanzionare qualsiasi giocatore indipendentemente dal suo prestigio. I detrattori, invece, lo accusano di protagonismo eccessivo.
La sua notorietà è esplosa nel 2015, quando in una sola partita mostrò nove cartellini gialli e comminò tre espulsioni. Da allora ogni sua decisione è stata sottoposta a un attento scrutinio: lo scorso mese, durante una partita dello Shanghai Port, alcuni fan hanno perfino intonato cori offensivi nei confronti della madre dell’arbitro. Gli insulti si sono rapidamente diffusi sui social media, ma Ma Ning ha fatto finta di nulla. Le polemiche non hanno rallentato la sua crescita professionale. Nel 2024 è diventato il primo arbitro cinese a dirigere una finale di Coppa d’Asia, quella tra Giordania e Qatar: un traguardo storico per il movimento calcistico nazionale. Le autorità federali cinesi hanno più volte difeso il suo operato di fronte alle contestazioni, riconoscendone di fatto la correttezza.
La partecipazione al torneo negli Stati Uniti rappresenterà la sua seconda presenza consecutiva in un Mondiale. Dopo aver ricoperto il ruolo di quarto ufficiale nell’edizione 2022, potrebbe finalmente esordire come arbitro principale sul palcoscenico più prestigioso di tutti. Paradossalmente, proprio l’assenza della Cina dal torneo rafforza la percezione della sua imparzialità. A differenza di altri arbitri, che potrebbero trovarsi a gestire situazioni delicate legate alla presenza della propria Nazionale, Ma Ning non deve confrontarsi con simili pressioni. Con la selezione cinese lontana dai vertici del calcio mondiale, il direttore di gara può concentrarsi esclusivamente sulla propria carriera.
A 46 anni non sembra intenzionato a lasciare il campo. Anzi, il suo successo continua a crescere: negli ultimi anni, ha stretto numerosi accordi di sponsorizzazione, ha coltivato una presenza sempre più forte sui social network e la sua popolarità va ben oltre il ruolo arbitrale. La storia di Ma Ling assume un significato ancora più rilevante se confrontata con le difficoltà del calcio cinese, segnato negli ultimi anni anche da scandali di corruzione, problemi amministrativi e risultati deludenti nonostante gli ingenti investimenti e il sostegno personale del presidente Xi Jinping. Insomma: in una nazione da oltre 1,4 miliardi di abitanti, il volto più riconoscibile del calcio non è quello di un campione in campo, ma quello di un arbitro, l’unico cinese in campo ai prossimi mondiali.