Quando il glorioso River Plate subì l’onta della retrocessione, nel 2011, poteva essere l’inizio della fine. Invece si è rivelata semplicemente la scossa di un nuovo inizio, per riportare lo storico club di Buenos Aires al centro della mappa globale. E oggi il River capitalizza questo percorso anche fuori dal campo. Un dato su tutti? Nel 2013 i Millonarios potevano contare su circa 68mila soci. Nel 2025 sono già quintuplicati: oltre 350mila. Dietro c’è del metodo, qualche intuizione fortunata come River ID – una piattaforma digitale per estendere le forme di fidelizzazione. Ma soprattutto, c’è la passione irrazionale per una squadra che “più peggiorava sul campo, più ha richiamato a sé un numero sempre più folto di tifosi”.
Si parla ormai di 15 milioni di tifosi al mondo, un decimo dei quali registrato su River ID e attivamente a sostegno delle iniziative del club che nel frattempo è tornato ai vertici del Sud America. In un contesto del genere, investire sul salto di qualità infrastrutturale è la più logica delle conseguenze. Anche se l’attuale stadio del River, il leggendario Monumental, è già un catino da 85mila spettatori: non sono abbastanza. Fare sold out è all’ordine del giorno, le spinte per espandersi ci sono tutte. E infatti il club è nel pieno di un ampio progetto di ristrutturazione dell’impianto per portarlo a una capacità superiore ai 100mila posti. Di gran lunga da numero uno del continenti, e da terzo stadio più grande del mondo.
Come spiega David Trezeguet, ambasciatore del River che in questi giorni ha fatto visita a Marca, “la passione che c’è qui supera qualsiasi religione o ideologia politica”. E questo aspetto sta innescando un vero e proprio circolo virtuoso tra club e tifosi: il nuovo stadio sarà un ulteriore catalizzatore di risorse da reinvestire nel mondo River, a partire dal suo rinomato settore giovanile. Da qui provengono talenti del calibro di Franco Mastantuono, ora promessa del Real Madrid che segue a distanza i Millonarios come un caso di studio. Perché il River Plate ormai conta più soci perfino del Real, pur condividendone l’aura elitaria che poco si presterebbe a estendere la base del proprio seguito calcistico. “In Sud America i giocatori nascono, crescono, giocano nella prima squadra e poi i più promettenti di loro vanno in Europa”, spiega l’ex attaccante francese. “Questa è una realtà che difficilmente cambierà. È così e basta. Dunque dobbiamo impegnarci. E per quanto riguarda lo sviluppo dei giovani, dobbiamo continuare a spingere in questa direzione”.
Anche se il River, qualche margine di sviluppo in Europa ce l’avrebbe pure. Tra marketing, sponsorizzazioni, commistioni tra academy dei due mondi, “possiamo farci conoscere e collaborare per aumentare reciprocamente la nostra competitività”, sostengono gli addetti ai lavori del club. Ormai la sola Argentina al River sta stretta. E forse anche Buenos Aires, stando alle dimensioni fuori scala del nuovo Monumental.